Politica
Dopoguerra
C’era la luna piena, nel cielo del dopoguerra. L’aria era attraversata da note di fisarmonica e da profumo di frittelle.
I bambini erano quasi sicuri che gli uomini ne avessero avute abbastanza, di guerre e che in giro ci fosse solo voglia di aprire formaggi e cocomeri, non la pancia del nemico. Sembrava proprio che con l’ultima, d’un colpo, si fosse chiusa l’era delle guerre.
Si parlava di dopoguerra come se il prima fosse un vecchio mutilato con uno zaino pieno di cose da dimenticare e il dopo portasse solo novità e risorse, neanche un pezzo di filo spinato. Invece ne sono scoppiate altre.
Non mondiali, per fortuna. Ma era meglio se non scoppiavano neanche locali.
E poi locali cosa significa? Papa Francesco ci ha fatto capire che una guerra mondiale, oggi come oggi, può esplodere a pezzi e che ogni conflitto, anche piccolo o remoto, crea sconquassi a non finire: vitali, morali, ancestrali, non solo economici.
L’aggettivo “Seconda”, appeso davanti a “guerra mondiale”, non vorrà mica dire che non c’è due senza tre? L’uomo non sarà così stupido da scatenare una Terza guerra mondiale per rispettare un proverbio!
Però, di solito, prima di ogni guerra, scoppia qualcos’altro. Scoppia l’odio.
Il brutto è che scoppia tra coloro che finiranno per volere la guerra. Non si è mai vista una guerra senza il Generale Odio al comando delle truppe in campo.
Prima ancora dell’odio schizzano da tutte le parti, come schegge di granata in prova, gli aggettivi dell’odio. I più pericolosi aggettivi dell’odio sono: razziale, politico, religioso, sociale e nazionalistico.
Poi ce ne sono di più vaghi, ma ugualmente insidiosi, perché sembrano cercare una scusa per farsi accettare: razionale, irrazionale, lucido, cieco, sviscerato, gratuito. Con Caino è entrato in famiglia l’odio fraterno.
Da Omero in poi la letteratura ha fatto sembrare eroico, a volte, persino lo scannarsi. Letteratura a parte, se cerchi un aggettivo buono per giustificare qualcosa di cattivo, sei già fregato.
Spesso e volentieri la parola odio manda avanti la sua controfigura, il prefisso anti. Non esponendosi direttamente e avendo le mani libere, la controfigura dell’odio trova il tempo di fare proseliti.
È il caso di antisemitismo e di sentimento anti-arabo o antipalestinese che significano sempre odio razziale. Il prefisso anti merita un destino migliore, come quello che si è conquistato sotto forma di antibiotico o come più modesto antinfluenzale, mentre antifascismo resta la soluzione in materia di profilassi igienico-sanitaria nazionale e transnazionale.
Bisogna che sia un aggettivo buono a prendere sottobraccio le parole prepotenti e sbandate come guerra e che le faccia ragionare, le riporti a casa. L’aggettivo capace di sminare ogni tipo di guerra è “ingiusta”.
Ogni guerra è ingiusta. Anche se ce ne vuole, per farlo capire.
È vero che un aggettivo a volte trascina dove non dovrebbe. Ma altre volte mette addosso alle parole dei dubbi e degli scrupoli che loro, poverine, non si farebbero venire, da sole.
La parola odio è tra quelle che, tutte nude, senza l’alibi di un aggettivo e di un nemico, non resterebbero in piedi neanche un minuto, brucerebbero nel non senso. Ecco perché, forse, le guerre finiranno quando non si troverà più neanche una variabile del discorso disposta a unirsi alla parola odio.
Di fronte all’odio e basta, all’odio puro, senza scuse, come davanti a un caseggiato in fiamme senza niente e nessuno dentro, mi dite voi chi si lancerebbe a testa bassa, per fare l’eroe pazzo arrostito? Senza la scusa di dare man forte a qualcuno o nuocere a qualcun altro, nessuno lo farebbe, secondo me.
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