Politica
Combattere con le parole: quando la manipolazione è un’arma di guerra
Ascoltare la rassegna stampa internazionale trasmessa da uno dei canali della radio di stato italiana – Radio3 Mondo su Rai Radio3 – è sempre più spesso un esercizio di straniamento, soprattutto dall’estero. Non tanto per le notizie, sebbene anche su quelle ci sarebbe molto da dire, quanto per l’architettura narrativa che le sostiene.
A seconda di chi conduce la trasmissione, lo straniamento può crescere fino a raggiungere livelli parossistici; oppure diminuire, concedendo all’ascoltatore la possibilità di seguire senza irritazione lo “sfoglio delle prime pagine” proposto dal giornalista di turno. Intendiamoci: il punto non è la rassegna stampa.
Il punto è che questo microcosmo radiofonico riproduce, in scala ridotta, il funzionamento di buona parte dell’ecosistema mediatico occidentale. Il Libano come cartina di tornasole Il Libano è un caso quasi didattico per comprendere questo meccanismo.
Il suo sistema informativo è apertamente confessionale e politico ed è un laboratorio delle narrazioni mediorientali perfetto: ogni giornale rappresenta un segmento preciso della società e dei suoi alleati regionali. Nella rassegna stampa di Rai Radio3 viene spesso citato L’Orient-Le Jour come fosse “la voce del Libano”.
Ma in Libano non esiste “una voce neutra”: ne esistono tante quante sono le tessere del complesso mosaico del Paese. L’Orient-Le Jour è il principale quotidiano francofono, legato alla borghesia cristiano-maronita e collocato nell’area politica anti-siriana e filo-occidentale.
È l’espressione di una comunità che nella guerra civile libanese ha avuto un ruolo diretto e controverso, inclusa la stagione culminata nei massacri di Sabra e Shatila del 1982, perpetrati dalle milizie falangiste con la responsabilità indiretta dell’esercito israeliano che controllava l’area. Oltre a questo giornale ne esistono altri, come Al-Akhbar, quotidiano arabo vicino a Hezbollah e all’asse Iran-Siria;
An-Nahar, storico giornale liberale e voce della stagione anti-siriana del 2005; oppure Al Mayadeen, con un orientamento opposto a quello francofono maronita. Eppure non vengono citati, con la sola eccezione di Al Mayadeen, nominata solo occasionalmente.
Ogni testata è una finestra, non il paesaggio Quando il conflitto con l’Iran viene raccontato attraverso una sola finestra, rivolta per altro verso uno specifico campo politico, e al pubblico si fa credere di ricevere come fotografia oggettiva che in realtà è un’interpretazione filtrata, il problema non è una finestra o un’altra: il problema è fingere si tratti della sintesi di tutte. Raccontare l’escalation con l’Iran come se l’iniziativa fosse di Teheran, mentre l’offensiva israeliana si dispiega da anni su più teatri – da Gaza al Libano, dalla Siria alla Cisgiordania, dallo Yemen all’Iran – significa alterare la sequenza degli eventi e dei fatti.
In Italia la narrazione dominante descrive Israele come uno Stato che reagisce alle aggressioni, quando sul terreno la verità è un’altra: l’estensione progressiva del conflitto indica l’esistenza di una strategia israeliana regionale offensiva che ha trascinato gli Stati Uniti in una postura sempre più allineata alle priorità di Tel Aviv. Che Washington condivida o subisca questa strategia è una questione aperta.
Ciò che non è più opinabile è l’interdipendenza strutturale tra Stati Uniti e Israele. La gerarchia delle vite Uno dei trucchi della propaganda contemporanea non è negare i fatti, ma modificarne la grammatica.
Su Repubblica qualche giorno fa Maurizio Molinari scriveva di “un regime in cerca di martirio”. Una formula efficace ma che resta tale – per di più discutibile – perché le parole di Molinari non descrivono: orientano.
Quando da quasi due anni e mezzo Gaza è devastata dall’offensiva genocidaria israeliana che ha causato ufficialmente oltre 72.000 morti palestinesi – uno studio pubblicato su The Lancet stima che il numero reale possa essere oltre il doppio – ridurre l’analisi alla psicologia del nemico significa rimuovere il contesto materiale. Anche su La Stampa campeggiava un titolo grammaticalmente modificato:
“La vendetta degli Ayatollah, strage in un condominio a Gerusalemme, 9 vittime”. È una tragedia.
Ma quando nello stesso ciclo di notizie non trovano spazio le centinaia di vittime civili iraniane causate dagli attacchi israeliani e statunitensi – che vale la pena ricordare una volta di più che sono gli aggressori – la gerarchia delle vite diventa evidente. La strage delle bambine in Iran: il caso de Il Sole 24 Ore Lo scorso 1° marzo Il Sole 24 Ore ha titolato così due episodi tra i più gravi dell’escalation del primo giorno di guerra: per il condominio di Beit Shemesh “Israele, almeno 9 morti e una ventina di feriti in attacco Iran”; per la scuola elementare di Minab, in Iran, “Esplosione in una scuola femminile a Minab: 165 morti e 96 feriti, Israele nega coinvolgimento”.
Nel primo titolo c’è un’azione, un soggetto, un verbo che attribuisce responsabilità. Nel secondo il soggetto è assente, la forma impersonale, unica menzione esplicita: la negazione israeliana.
Non c’è un attacco, né un missile: c’è un’“esplosione”, parola che evoca una fuga di gas o un evento accidentale. Senza contare che “scuola femminile” non è “scuola elementare”.
Non dice che dentro quell’edificio c’erano bambine di cinque, sei, sette anni. Non restituisce l’età delle vittime e l’immagine della tragedia.
Nel primo titolo il lettore vede un attacco bellico, entra in empatia, memorizza. Nel secondo vede soltanto un evento di cronaca, che probabilmente dimenticherà.
Il Medium è il “massaggio” È così che si costruisce la graduatoria delle vite e si orienta l’opinione pubblica: ci sono morti che aprono i giornali, altri che scivolano in fondo alla pagina o galleggiano nell’indefinitezza. Non è un caso isolato.
È una tecnica narrativa riconoscibile: attribuire un soggetto quando il responsabile è il nemico; neutralizzare l’azione quando il responsabile è l’alleato. Una volta che il lettore impara a riconoscere questo schema, lo ritroverà ovunque: nei titoli, nei sottotitoli, nelle scelte lessicali, perfino nell’ordine delle notizie.
Le guerre alle quale stiamo assistendo da oltre quattro anni sono anche semantiche, dove il controllo delle parole precede e legittima il controllo dei territori. Per Orwell chi controlla il linguaggio controlla il pensiero.
Per McLuhan chi controlla il messaggio controlla la percezione della realtà. E dunque può modellare, piegare e ‘massaggiare’ l’opinione pubblica.
Lo scarto non è tra Oriente e Occidente, ma tra la realtà e la sua narrazione. La guerra contemporanea si combatte prima di tutto nel linguaggio.
Un campo di battaglia dove sopravvivere significa essere equipaggiati, addestrati e pronti a rispondere. L'articolo Combattere con le parole: quando la manipolazione è un’arma di guerra proviene da Strisciarossa.