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Vance: “Meloni e Orban nostri alleati contro l’Europa”. Trump: “Via i soldati dai paesi che non mi obbediscono”

Giovedì 9 aprile 2026 ore 17:11 Fonte: Strisciarossa

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Vance ha dichiarato che Meloni e Orban sono alleati contro l'Europa, mentre Trump ha affermato che intende ritirare le truppe dai paesi che non seguono le sue direttive. Queste affermazioni giungono nel giorno in cui la presidente Meloni si rivolge alle Camere in Italia, segnando un momento significativo nel contesto delle relazioni internazionali.
Vance: “Meloni e Orban nostri alleati contro l’Europa”. Trump: “Via i soldati dai paesi che non mi obbediscono”
Strisciarossa

Proprio nelle ore in cui Giorgia Meloni in Parlamento faceva i salti mortali per non farsi soffocare dall’abbraccio con Donald Trump e la sua amministrazione che a quanto pare agli italiani piacciono sempre meno, dal Gran Capo di Washington e dal suo vice Vance partivano due cannonate destinate a demolire l’efficacia, e la stessa già dubbia credibilità, dei suoi sforzi per prendere cautissime distanze. Il primo a sparare è stato il vicepresidente, il quale a margine della sua sconcertante tournée di appoggio elettorale a Viktor Orbán ha accomunato il pericolante campionissimo della soi-disante “democrazia illiberale” che domenica si gioca il tutto per tutto nelle urne ungheresi alla nostra presidente del Consiglio.

Tutti e due, e solo loro – ha detto Vance – si salvano in quel girone di dannati burocrati senz’anima che è l’Unione europea, essendo gli unici “che ci hanno aiutato sull’Ucraina” e che condividono le idee e i valori dell’occidente di cui noi siamo gli indiscussi campioni. Tutti gli altri nulla meritano e nulla avranno nella grande risistemazione del mondo cui il Presidente sta con gran fracasso mettendo mano.

Milwaukee, Donald Trump alla convention repubblicana con l’orecchio fasciato presenta il suo candidato vicepresidente, J.D. Vance, foto Carol Guzy/ZUMA Press Wire/Shutterstock / Ipa / Agenzia Fotogramma Chissà che cosa avrà pensato Meloni a sentirsi accomunata al leader ungherese non solo nella condivisione della Weltanschauung illiberale (e qui ci siamo: magari l’ha considerato un complimento) ma anche nella concreta politica nei confronti dell’Ucraina nella quale in realtà le posizioni del governo di Roma tetragonamente dalla parte di Kiev e quello di Budapest arcinemico di Zelensky and co. non potrebbero essere più lontane. Fatto sta che proprio nel momento in cui la leader della destra italiana si sta sforzando di convincere i suoi connazionali e le cancellerie della Ue che la sua special relationship con Trump in nome dell’Unione dell’Occidente – “testardamente ricercata”, come ha assicurato a deputati e senatori – non compromette in alcun modo il suo ruolo in Europa, l’endorsement del vice di Trump pronunciato alla corte dell’autocrate magiaro non poteva apparire più inopportuno.

Erano passate poche ore e l’altra cannonata è partita proprio dal capo della Casa Bianca, il quale ha fatto trapelare al Wall Street Journal una succosa indiscrezione secondo la quale i suoi uffici starebbero studiando un catalogo di ritorsioni per tutti i paesi della NATO che, come lui va sbraitando da quando ha cominciato la sua avventura in Iran, non lo aiutano a rimettere le cose a posto nello stretto di Hormuz. Il catalogo sarebbe stato redatto dal presidente in persona con l’aiuto di Mark Rutte, il Segretario generale dell’Alleanza che ebbe il suo picco di notorietà al termine di un Consiglio atlantico in cui si era presentato alla conferenza stampa finale chiamando Trump “daddy” (paparino).

Le punizioni più dure (almeno agli occhi di chi voglia considerarle tali) consisterebbero in sostanziose riduzioni dei militari americani di stanza nei paesi reprobi: cioè tutti quelli dell’alleanza eccetto i fedelissimi conclamati, Polonia in testa, e poi Finlandia, Svezia e repubbliche baltiche, forse Bulgaria e Romania per finire con la Grecia. L’Italia, va da sé, sarebbe nel gruppo dei “cattivi” capitanato, manco a dirlo, dall’odiato Macron e a seguire il “traditore” Starmer, Sanchez e Friedrich Merz, sempre infido come tutti i tedeschi agli occhi degli americani, e potrebbe vedere declassate, se non proprio chiuse, le basi americane.

Per la gioia dei tanti nostalgici degli slogan e delle canzoni degli anni di gioventù, verrebbe da consolarsi. Insomma nella considerazione del vertice politico di Washington l’Italia sarebbe contemporaneamente l’unico paladino, con il camerata Orbán, del gran rifiuto dell’Europa politica e l’alunno indisciplinato da mandare con le orecchie d’asino dietro la lavagna della Storia dell’Occidente con la o maiuscola, quella che l’Europa la considera nient’altro che un’espressione geografica, come disse qualche secolo fa un bilioso cancelliere austriaco dell’Italia.

Angelo o demone? Sarebbe il caso che i capi degli americani si mettessero d’accordo e lo facessero sapere a palazzo Chigi e alla Farnesina.

Va detto, a questo punto, che le stravaganti uscite sull’Italia e il suo governo da parte dei massimi vertici del potere americano hanno contribuito, almeno, a mettere un po’ di pepe su una giornata che, mentre il resto del mondo scivolava sempre più nel mare dei pericoli e delle insensatezze, qui da noi le remore e i silenzi della presidente del Consiglio avevano consegnato a una desolante routine parapolitica. Gli interventi di Giorgia Meloni alla Camera e poi al Senato sono apparsi del tutto avulsi dalla drammaticità della situazione internazionale, nello spirito perfettamente indicato nella pilatesca formula del “non condanniamo e non condividiamo” l’avventura (per l’occasione mutato in “non partecipiamo”) Nemmeno l’orrore dei morti ammazzati negli indiscriminati bombardamenti israeliani su Beirut hanno colorito di qualche brivido di partecipazione vera la condanna della presidente del Consiglio.

La quale ha evitato accuratamente di pronunciare il nome di Netanyahu, esibendosi per l’ennesima volta nel difficile esercizio di tacere i nomi che in questi giorni sono per lei terribilmente scomodi. Una trasmissione tv del pomeriggio si è presa la briga di quantificare il calo del nome di Trump e del leader israeliano nelle esternazioni melonesche man mano che nelle settimane e nei giorni gli errori e gli orrori delle loro politiche sono andati crescendo.

Risultato di ieri: due volte Trump alla Camera, nessuna al Senato, niente per Netanyahu, né alla Camera né al Senato… Per il resto, i suoi interventi sono stati un’elencazione abbastanza piatta di temi della sua prossima campagna elettorale, conditi dalle solite bugie sui numeri e sui fatti dell’economia nello stile del suo mentore d’oltre Atlantico. Né è comparso qualche barlume di consapevolezza dei problemi nel rapporto con la comunità degli elettori messi in luce dal clamoroso risultato del referendum sulla giustizia.

Ci ha pensato l’opposizione a richiamare la drammaticità del momento, ma c’è da preoccuparsi davvero di tanta inconsistenza di chi è chiamato a dirigere l’Italia in un momento tanto drammatico. L'articolo Vance:

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