Politica
Meloni punisce Santanché con un licenziamento in ritardo di qualche anno
Non avrei mai immaginato di poter consumare qualche parola in onore di Daniela Santanchè e non solo per rispetto di una signora di qualche anno ormai ma in nome della sua innocenza. Il passato con alcune ombre non conta: “leggerezze” anche per lei come per il sottosegretario Delmastro (cui pare si sia aggiunta, in qualità di socia d’affari nella trattoria romana, la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, sempre Fratelli d’Italia, che ha rinunciato all’incarico ma non alla sontuosa paga), o “impulsi incontrollati”, come per la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, impulsi “infelici” secondo il sottosegretario Alfredo Mantovano.
Sta di fatto che sottosegretario e capa di gabinetto, per leggerezza o per infelicità sono stati costretti a dimettersi e nessuno dei due si è sognato di cantare “ma che colpa abbiamo noi” (citazione da una canzone anni sessanta dei Rokes). Lei, la ministra Daniela Santanché, lo ha pensato: ma che colpa ho io?
E lo ha scritto in una lettera all’amica Giorgia, lettera che si apre con il garabaldino “Obbedisco”: “Non ti nascondo la mia amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri…”.
Sincera, un po’ patetica, vittimista come è d’uso da quelle parti e pure maliziosa, perché in fondo si potrebbe credere che abbia ragione lei, che nelle circostanze recenti è sempre stata zitta, è rimasta dietro le quinte, s’è mostrata al più in tutina leopardata e in giganteschi moon boot pelosi sulle nevi di qualche prestigiosa località? Che “colpa” si potrebbe attribuire alla Santanchè se al referendum il “sì” governativo, trainato da Rai, Mediaset e da una quantità smisurata di giornali, ha perso, se il “no” ha vinto in tante parti d’Italia, dal Nord al Sud, persino a Caivano, onorato di tante attenzioni da parte della Meloni e culla del decreto omonimo (quello che prevede condanne fino a due anni di reclusione per i genitori che non mandano i figli a scuola, gli stessi genitori l’altro ieri ricevuti in pompa magna dal noto Ignazio La Russa, prova solenne di solidarietà contro le malefatte dei magistrati).
Insomma verrebbe da caldeggiare il reintegro immediato della nostra Santanchè. Ridatele la scrivania (qualcuna a lauto prezzo sicuramente gliela troveranno).
Senonchè viene da pensare al principio della complicità. Non contano i reati che le vengono attribuiti, dal falso in bilancio alla truffa all’Inps: sarebbero bastati quelli per le dimissioni mesi e mesi fa.
Conta la complicità con questo governo, con la riforma Nordio, con le “sparate” e le falsità della Meloni, con Trump e con il criminale Netanyhau della strage in Palestina e della “guerra continua” e, magari, tramite Salvini, con Orban. Si potrebbe alleviare la pena: in fondo faceva solo il “palo” (come quel tale un po’ fessacchiotto che “faceva il palo nella banda dell’Ortica”), esponendosi solo a difesa dei balneari e del suo stabilimento balneare, tacendo in altri campi.
Sarò distratto ma, a proposito di grandi riforme mielone, non ho mai ascoltato un giudizio della nostra Santanché sui rave (siamo negli orizzonti del turismo), sui decreti sicurezza, sulle carceri albanesi, sul decreto Cutro: non un sospiro sui prestigiosi traguardi traversati dal governo di destra. E neppure un’alzata di sopracciglia alla vista di una legge elettorale, che fa da anticamera al premierato.
Mai un colpo di pensiero e di dignità. Niente.
Quindi un consiglio: non si tiri indietro, si prenda le sue responsabilità, non spedisca oscuri messaggi all’amica Giorgia a salvaguardia della “nostra amicizia”, messaggi che implicitamente svelano di chi sono le colpe e svelano proprio l’insipienza della nostra capa, ignara delle più elementari regole della democrazia, dell’abc della politica, malgrado vent’anni da parlamentare, ma evidentemente non sono cose che stanno nel suo dna, con quel po’ di arroganza, d’egoismo, di perfidia e con una dotazione di piccole astuzie e di clamorose bugie. Se la Meloni avesse preteso le dimissioni della Santanchè e avesse cacciato gli altri al momento giusto, la si sarebbe potuta apprezzare per correttezza istituzionale e pure per senso della giustizia.
Invece, ha aspettato il “no” referendario per scaricare i tre, senza sentirsi lei in difetto, per assolvere se stessa davanti al suo elettorato dopo averci messo lei massicciamente la faccia a propaganda del “sì”, dimostrando di non aver capito nulla, a cominciare dal fatto che una legge costituzionale non la si porta a casa a colpi di maggioranza, senza un confronto, senza un dibattito, senza una ricerca di consenso largo. Forse Giorgia non ricordava che la Costituzione italiana venne approvata con 453 voti a favore e 62 voti contrari.
Ma nel dopo referendum la destra si è espressa con altre miserie Miseria della politica e politica della miseria. Il quadro è inquietante e l’esclusione del terzetto Santanchè – Delmastro – Bartolozzi non lo aggiusta, mentre i cosiddetti alleati si agitano.
Si ripete infatti la “discesa in campo” di Marina Berlusconi che nelle vesti del padre fondatore-proprietario di Forza Italia vuol metter mano ad un partito in piena dissolvenza, senza una identità, senza carattere, mettendo alla porta Tajani (da tempo mal tollerato) e Gasparri, sfiduciato, che lascia il posto di capogruppo a Stefania Craxi, figlia di tanto padre. Salvini ha scelto per il dopo referendum l’Ungheria di Orban.
Contestato vivacemente a Pontida, quando si è ripresentato in camicia verde ai funerali di Bossi al grido “Salvini ridacci la Lega”, a Roma potrà vantare il successo del “no” nelle sue regioni, in Lombardia, Veneto e Friuli, governati appunto da presidenti leghisti, tra i quali spicca il lombardo Attilio Fontana, il quale, senza pudore, denunciò una campagna, per il “no”, “portata avanti in modo truffaldino”. Roba da denuncia… Insomma, dalla Meloni in giù, tra Santanchè, Delmastro, Bartolozzi, il tremebondo Tajani, l’ungherese Salvini, Giuli che se ne è andato a New York, la sorella e il cognato, per concludere con il colorito e imperterrito Nordio (bocciato pure dall’Unione europea:
“L’Italia deve reintrodurre l’abuso d’ufficio”), il palcoscenico governativo oscilla tra il comico e il tragico (per noi), mentre le guerre di Trump e di Israele continuano, petrolio e gas costano agli italiani sempre di più, il pil perde di decimale in decimale e la “grazia” del pnrr sta svanendo, il lavoro è precario, e i salari restano “bassi salari”, la sanità è una interminabile lista d’attesa. Dopo tre anni di destra, il magico mondo di Giorgia è fermo lì e l’unica certezza che la Meloni ci sa presentare è di altri decreti sicurezza e di una legge elettorale come lei sogna, che vale il premierato senza dichiararlo.
Forse, con questa speranza nel cuore, ha deciso di licenziare gli altri, per rimanere lei al comando della sua scassatissima truppa. L'articolo Meloni punisce Santanché con un licenziamento in ritardo di qualche anno proviene da Strisciarossa.