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“Sirat”, gli strani picari di Oliver Laxe sulle vie del Marocco

Giovedì 15 gennaio 2026 ore 16:27 Fonte: Strisciarossa
“Sirat”, gli strani picari di Oliver Laxe sulle vie del Marocco
Strisciarossa

“Sirat” in arabo è la via, ṣirāṭ al-Mustaqīm la retta via del buon musulmano. Per il suo ultimo lungometraggio on the road, drammatico senza alcuna indulgenza, il regista galiziano-francese Óliver Laxe, classe ’82, ha scelto un titolo colmo di significati, un padre alla ricerca della figlia scomparsa, un gruppo di picari anarchici a caccia di rave e il Massiccio del Saghro. sorta di Monument Valley nel sudest del Marocco, geografia suggestiva e austera di sabbia e vento per una storia di uomini ai confini del mondo e di sé stessi.

C’è chi va ai rave per bombarsi di musica techno con additivi associati: una trasgressione (parola oggi assurda, quando da trasgredire ormai non c’è più nulla). E c’è chi ci vive dentro ogni giorno, tra un “concerto” e un pellegrinaggio su truck attrezzati verso la prossima meta.

A gruppi, come famiglie nate per caso, fuori dal mondo, le facce scolpite dal vento e dall’aria. Anarco-hippy e punk.

Sono i raver, sgocciolati volontariamente fuori dalla macchina della produzione e del consumo. Luis (un Sergi López in pingue versione extralarge, per chi lo ricorda nel conturbante “Una relazione privata”, il suo quasi-esordio del’ 99 al fianco di Nathalie Baye) si sta addentrando in un universo completamente sconosciuto con una station wagon poco adatta alle pietraie e ai guadi insidiosi, ma farebbe questo e molto altro per riabbracciare Marina, la figlia inghiottita da un rave, come svanita.

Lo accompagna, in un calvario di speranza che si trasformerà in disperante abisso, l’altro figlio, il piccolo Esteban (Bruno Núñez), aggrappato al suo cagnolino. Insieme distribuiscono volantini con la foto di Marina al popolo sussultante, immerso nella techno più fragorosa e cadenzata.

Gente giovane, di mezza età, orecchini, piercing, tatuaggi a istoriare corpi in trance. Osservano con diffidenza Luis, lo mal tollerano quando decide di inseguirne un gruppo su due truck, diretti a un evento speciale in località segreta dopo essere stati sloggiati dalla polizia.

Nei 115 minuti peregrinanti di “Sirat” conosceremo Bigui (Richard Bellamy), la dolente, imperscrutabile Stef (Stefania Gadda), il nobile Tonin (Tonin Janvier) e la sua compagna Jade (Jade Oukid), il dolce Josh (Joshua Liam Henderson). Raver autentici, scelti in un cast “sulla strada” curato dalla costumista Nadia Acimi, anche lei raver.

Belle facce, asciutte, vere, sembrano uscite da un rigoroso film anni Settanta di Herzog o Wenders, da uno dei “falsi movimenti” della prima generazione tedesca diventata adulta dopo la tragedia del nazismo, in viaggio per racimolare un po’ di memoria e di senso. Bigui e Tonin sono offesi  da mutilazioni, un braccio e una gamba, persi in chissà quale guerra di sopravvivenza.

Hanno un passato non liscio come l’olio, si sono ritrovati un una micro comunità, si vogliono bene e non tardano ad adottare Luis ed Esteban, capiscono il dolore e sono abituati ad aiutarsi l’un l’altro, con un abbraccio, una carezza, un infuso di radici o erbe che non si trovano sugli scaffali dei supermercato. I raver e i punk pescano in una cultura che usa benzina e camion come mezzi e non come fini, per loro ad essere allucinogeno non è il peyote degli Indios messicani Tarahumara cantato da Artaud, è il mondo dei civilizzati, della routine, della solitudine.

Sono molte le traversie della compagnia, la meta dell’ennesima trance collettiva pare irraggiungibile, è un tragitto scabroso, sempre di più quando si avvicinano alla Mauritania, paese in storica tensione col Marocco per il Sahara Occidentale. Anche se peserà sugli eventi, Il contesto specifico è appena accennato.

Come dice Josh: “La fine del mondo?

L’abbiamo già vista tante volte”. La strada, il ṣirāṭ è anche un ponte.

Secondo ʿAbd Allāh Ibn Mas’ud, intimo sodale di Maometto, il Profeta disse: “Il Sirāt verrà eretto sopra l’inferno e sarà sottile come la lama di una spada.

È pericoloso e scivoloso. Ha dei ganci di fuoco con i quali afferra e colui che sarà catturato cadrà nel fuoco”.

Un passaggio nel giorno del giudizio per le anime, un transito. I nostri viandanti del deserto marocchino hanno già vissuto inferno e paradiso e il cielo alto non ha stelle che indichino il sentiero, assiste ai passi sempre più pericolosi di Luis e dei ragazzi verso una presa di coscienza dei propri limiti e inquietudini, condannati a una finitezza inesorabile, al sogno di una libertà totale raggiungibile solo nei momenti di estasi tribale squassati dalla musica techno più tosta.

Un panorama vuoto, una danza degli albori umani sotto gli amplificatori, totem come il monolite di “2001: Odissea nello spazio” o la Ka’ba rivestita di seta nera, attorno a cui fluisce in preghiera il mare candido dei fedeli alla Mecca, immagine che il film mostra alla tv durante una sosta del viaggio in uno sperduto paesello.

Oliver Laxe con questo film tecnicamente “inattuale” (è stato girato in pellicola da 16 mm) ha ottenuto il Premio della Giuria a Cannes. Alle spalle ha il brillante esordio di “Todos vós sodes capitáns”, uscito nel 2010 e mai distribuito in Italia però recuperabile su Mubi, piattaforma streaming che distribuisce “Sirat”,  mentre il successivo”Mimosas” del 2016 è passato di sfuggita nelle nostre sale.

Il percorso del mucchio selvaggio, proposto nelle sue immediate, naturali empatie e debolezze umane, profuma di trascendenza francescana, complici il massiccio rossastro del Saghro, così assoluto e “altro”, la fotografia di Mauro Herce e le avviluppanti sonorità del musicista e produttore techno francese Kangding Ray, all’anagrafe David Letellier, ipnotiche in “We Will Never Grow Old” (nel titolo un destino) e “L’Envol”, martellanti in “Epsilon”.  “‘Sirat’- ha dichiarato l’artista – è in perfetta sintonia con la mia musica: l’approccio mistico, la scena rave e il fatto che mostriamo persone che di solito non vengono raccontate al cinema. È una sottocultura e volevo rappresentarla nel modo migliore e più rispettoso possibile.

Sono persone emarginate, spesso invisibili alla società. Viaggiano in camion, vivono ai margini e scelgono di vivere al di fuori della società moderna contemporanea.

Ma allo stesso tempo, sono molto pure”. Insomma, un cinema di parola e larghi spazi, autentico, essenziale:

Oliver Laxe colpisce duro e nel segno. L'articolo “Sirat”, gli strani picari di Oliver Laxe sulle vie del Marocco proviene da Strisciarossa.

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