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Se davvero si vuole migliorare il sistema giudiziario ecco cosa fare (senza toccare la Costituzione)

Martedì 31 marzo 2026 ore 06:34 Fonte: Valigia Blu
Se davvero si vuole migliorare il sistema giudiziario ecco cosa fare (senza toccare la Costituzione)
Valigia Blu

L’esito del referendum ha dato un’indicazione precisa: la riforma della magistratura non ha convinto a sufficienza gli elettori. Processi più veloci ed efficienti, e che si concludano in tempi prevedibili, è ciò che serve non solo a cittadini e imprese, ma anche alla crescita del paese.

È da queste istanze che conviene partire. Alcune soluzioni ai nodi della giustizia in Italia.

E senza toccare la Costituzione. La responsabilità politica della sconfitta del SÌ è di Giorgia Meloni Di cosa parliamo in questo articolo:

I numeri dell’inefficienza I nodi Le soluzioni I numeri dell’inefficienza Secondo il Rule of Law Report 2025 della Commissione Europea, la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio per l’Italia. Nel 2023 il disposition time, cioè il tempo medio necessario per la definizione delle cause civili e commerciali, è stato di 511 giorni in primo grado, 703 giorni in appello e 1.003 giorni in Cassazione.

Se si sommano i tempi medi dei tre gradi, si arriva a oltre sei anni. I tempi italiani restano i più lunghi dell’Unione Europea.

Sul penale il dato di primo grado è migliorato, passando da 355 giorni nel 2022 a 281 giorni nel 2023, ma il quadro generale della durata e della prevedibilità dei procedimenti resta problematico. La lentezza ha anche un costo diretto per lo Stato.

Sempre secondo la Commissione Europea, nel 2023 l’Italia è stata condannata a pagare 88.376.682,61 euro a titolo di compensazione per l’eccessiva durata dei procedimenti giudiziari, a seguito di ricorsi presentati da privati. È il costo più visibile dell’inefficienza.

Quello meno visibile è più ampio. Per un cittadino, la lentezza della giustizia significa che un credito resta inesigibile per anni, un risarcimento arriva quando il danno economico si è ormai consolidato, una causa di lavoro si chiude quando la situazione materiale della persona è già cambiata.

Per un’impresa significa immobilizzazione di risorse, maggiore incertezza contrattuale, più difficoltà nel recupero dei crediti, investimenti rinviati. Su questo punto le istituzioni economiche internazionali sono allineate da anni.

Un working paper del Fondo monetario internazionale (FMI) del 2014, dedicato proprio alla riforma della giustizia in Italia, afferma che l’inefficienza del sistema giudiziario italiano ha contribuito a ridurre gli investimenti, a rallentare la crescita e a creare un contesto difficile per fare impresa. Nello stesso lavoro si legge che migliorare l’efficienza del sistema giudiziario può migliorare il clima per gli affari, favorire innovazione, attrarre investimenti esteri e sostenere la crescita economica.

Il FMI richiama anche una stima che fa comprendere la portata del problema: dimezzare la durata dei procedimenti civili potrebbe far crescere la dimensione media delle imprese italiane tra l’8 e il 12 per cento. Sempre nel lavoro del Fondo si ricorda inoltre che i flussi di investimenti diretti esteri in Italia, nel periodo considerato dal paper, erano circa un terzo della media dell’area euro in rapporto al prodotto interno lordo, e che anche la qualità delle istituzioni legali rientra tra i fattori che possono scoraggiare gli investitori stranieri.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) conferma questi rilievi. Nell’Economic Survey Italy 2024 si legge che l’efficienza del sistema giudiziario è debole e che questa debolezza contribuisce alla bassa crescita della produttività, proprio perché indebolisce investimenti privati e crescita delle imprese.

I nodi Il primo nodo strutturale da considerare è quello degli organici. La giustizia italiana continua a operare con una dotazione inferiore rispetto ai valori europei di riferimento.

I dati della Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ) mostrano che l’Italia dispone di circa 12,2 giudici professionali ogni 100.000 abitanti, contro una mediana europea di 22,9, e di 44,1 addetti non togati ogni 100.000 abitanti, contro 59,4. Dunque, il sistema italiano chiede prestazioni elevate a una macchina che lavora a scartamento ridotto sul piano del personale.

Il Rule of Law Report 2025 segnala il contributo positivo degli addetti all’Ufficio per il processo, che aiutano i magistrati nella gestione dei fascicoli, nella preparazione delle udienze e nella redazione dei provvedimenti. Detto ciò, resta il problema delle vacanze di organico.

Il rapporto segnala che continua a registrarsi un alto tasso di dimissioni e che in 14 distretti su 29 – i distretti sono le circoscrizioni territoriali in cui è organizzata la giustizia ordinaria italiana - il tasso di scopertura supera il 50 per cento. Tra le parti interessate è diffusa l’idea che la copertura dei posti vacanti, giudiziari e amministrativi, nei tribunali sia un prerequisito per rendere più efficiente il sistema giudiziario.

L’efficienza dipende non soltanto dal numero dei magistrati e del personale amministrativo, ma anche dal modo in cui tribunali e procure sono distribuiti sul territorio, dalle dimensioni degli uffici, dalla ripartizione dei carichi di lavoro. La riforma Severino del 2012, con accorpamenti e chiusura di sedi minori, ha puntato a razionalizzare la rete dei tribunali.

Uffici più grandi possono funzionare meglio perché consentono maggiore specializzazione e una distribuzione più razionale dei procedimenti. Questo vantaggio, però, si realizza solo se l’accorpamento non produce disfunzioni pratiche, come distanze eccessive o difficoltà nella gestione dei fascicoli e del personale.

Il secondo nodo è la digitalizzazione, che in Italia procede a velocità diverse. La Commissione europea rileva che il livello di digitalizzazione in alcune giurisdizioni è molto alto: civile, tributaria, amministrativa e contabile risultano ampiamente digitalizzate.

Nel penale, invece, restano criticità tecniche rilevanti. «L'utilizzo di un sistema di gestione dei casi è stato reso obbligatorio in tutti i tribunali penali e le procure a partire dal 1° gennaio 2025, con un ulteriore insieme di atti da svolgere esclusivamente in formato digitale a partire dal 31 marzo e l'obiettivo di passare a una gestione dei casi completamente digitalizzata entro la fine del 2025. Tuttavia, a causa di carenze di sistema, 87 tribunali penali e procure hanno scelto di derogare all'obbligo e hanno posticipato l'effettivo lancio».

Il rapporto richiama i problemi principali: «la velocità della piattaforma, l'elevata frequenza di messaggi di errore, l'accesso limitato agli atti giudiziari e la mancanza di corrispondenza tra le tipologie di atti giudiziari previste dal Codice di procedura penale e quelle disponibili sulla piattaforma». Ulteriori difficoltà derivano dal fatto che «le attrezzature dei tribunali sono obsolete, le connessioni internet a disposizione dei tribunali sono spesso insufficientemente affidabili per consentire una digitalizzazione completa e il personale amministrativo non ha ricevuto una formazione adeguata per l’utilizzo della piattaforma».

Il terzo nodo riguarda l’arretrato e la capacità di smaltimento. La Commissione europea registra un andamento positivo: nel 2023, per il civile e commerciale, il clearance rate è stato del 110 per cento e le pendenze in primo grado sono diminuite di 69.849 unità, passando da 2.027.478 a 1.957.629.

Nel penale il tasso di smaltimento è stato del 111 per cento e le pendenze sono diminuite di 174.078 unità, da 1.118.090 a 944.012. Nell’amministrativo il dato è stato pari al 123 per cento.

Va ricordato che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha fissato obiettivi vincolanti non solo nello smaltimento delle pendenze, ma anche nella riduzione dei tempi di definizione dei processi, finanziando soprattutto il rafforzamento dell’Ufficio per il processo e del personale di supporto. In particolare, il PNRR prevede una diminuzione del disposition time del 40 per cento nel civile e del 25 per cento nel penale entro il 30 giugno 2026: sarà a quella data che si potrà verificare se gli obiettivi siano stati effettivamente raggiunti.

Un quarto capitolo riguarda gli strumenti alternativi al processo. Il Rule of Law Report 2025 ricorda che i casi di mediazione nel 2023 sono aumentati dell’11 per cento rispetto al 2022, ma il tasso complessivo di successo resta fermo al 15 per cento.

Dunque, lo strumento esiste ed è cresciuto, ma non funziona ancora così bene da alleggerire il contenzioso quanto servirebbe. Nel gennaio 2025 è entrata in vigore una revisione delle norme in materia di mediazione e negoziazione assistita, con l'obiettivo di incentivare ulteriormente l'utilizzo di questi strumenti e ridurre il numero dei procedimenti giudiziari.

Occorrerà monitorarne i risultati. Un quinto problema riguarda la qualità della produzione normativa: la lentezza della giustizia nasce spesso prima del processo, nel modo in cui si scrivono le leggi.

Una ricerca approfondisce proprio questo tema: se tutte le leggi italiane fossero scritte con la stessa chiarezza dei principi fondamentali della Costituzione, il prodotto interno lordo sarebbe più alto di circa il 5 per cento, quasi 110 miliardi di euro l’anno. Gli autori della ricerca spiegano cosa significhi, in concreto, una norma scritta male.

Oggi l’85 per cento delle frasi nei testi legislativi italiani supera le 25 parole, soglia oltre la quale la chiarezza si compromette. In media, ogni 100 parole ci sono oltre quattro rinvii ad altri testi normativi.

Frasi troppo lunghe, struttura poco leggibile, eccesso di rimandi e dipendenza continua da altre fonti rendono l’interpretazione più difficile e incerta. Lo studio prova poi a misurare l’effetto di questa incertezza sulla giustizia.

La probabilità media di ribaltamento in Cassazione rispetto alle decisioni di merito è intorno al 30 per cento. Sale al 36 per cento quando il caso si fonda su leggi collocate nel 10 per cento peggiore dell’indice di qualità normativa, e scende al 24 per cento con le norme più chiare.

Dunque, la cattiva legislazione produce più incertezza interpretativa, quindi più contenzioso, più divergenze e più costi. Nel corso della campagna referendaria si è parlato molto di giudici le cui sentenze sono ribaltate nei gradi successivi, mentre il tema della cattiva qualità della legislazione, come causa che concorre a questo esito, non sembra essere stato nemmeno sfiorato.

A tutto questo si aggiunge una tendenza politica che appesantisce ulteriormente il sistema: l’espansione continua dell’area penale. Ogni nuova fattispecie incriminatrice, ogni aggravante in più, ogni trasformazione di un illecito amministrativo in illecito penale produce potenzialmente nuove denunce, nuove indagini, nuove udienze, nuove impugnazioni.

In un sistema con carenze di organico e tempi lunghi, l’uso inflattivo del diritto penale finisce per aumentare il carico di procure e tribunali. Le soluzioni Le soluzioni, a questo punto, sono chiare.

La prima è strutturale: colmare stabilmente gli organici, non con interventi emergenziali, ma con una programmazione ordinaria, tenendo conto dei carichi effettivi e non soltanto delle piante organiche formali. C’è poi un profilo ulteriore, che riguarda l’impiego delle risorse professionali già esistenti e una migliore distribuzione del lavoro tra sedi, uffici e competenze.

Inoltre, occorre anche interrogarsi sulla quota di magistrati destinata stabilmente a funzioni estranee all’attività giurisdizionale in senso stretto, dentro il ministero della Giustizia, negli apparati di supporto e in altri dicasteri: ciò appare poco compatibile con un sistema che dichiara come emergenza prioritaria la durata dei processi. La seconda è organizzativa: dati pubblici e aggiornati per valutare efficienza e produttività degli uffici - tempi medi per fase, tasso di rinvio, pendenze ultra-annuali e altro - dovrebbero diventare strumenti ordinari di gestione, con interventi mirati sui colli di bottiglia.

La terza è tecnologica: completare la digitalizzazione del penale, correggendo le criticità tecniche già individuate. La quarta è deflattiva: investire seriamente nei riti alternativi e nei meccanismi di filtro delle controversie che non hanno bisogno di arrivare fino a sentenza.

La quinta è normativa e di politica legislativa: ridurre la decretazione d’urgenza impropria, limitare i cosiddetti testi omnibus, scrivere norme più brevi e con meno rinvii, più lineari sul piano linguistico, riducendo al contempo il ricorso al penale come soluzione di tipo universale. Questi sono i temi che il referendum ha lasciato sul tavolo.

Ed è su questi temi che si misurerà l’effettiva volontà di intervenire sulla giustizia per migliorare la vita di cittadini e imprese, senza che sia necessario riformare la Costituzione. Alcune di queste riforme richiedono risorse, altre soprattutto volontà politica e capacità amministrativa: l’esecutivo saprà utilizzare l’ultimo anno di legislatura per dare un segno concreto?  

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