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Disagio giovanile: a Padova troppi giovani si tolgono la vita, ne parliamo con Elisa Rizzato
Padova: nel marzo 2026, ultimo in ordine di tempo, uno studente appena ventenne si toglie la vita lanciandosi da una finestra del polo universitario. Nel gennaio 2026, Annabella Martinelli, 21 anni, viene ritrovata morta nel bosco: si è impiccata.
La ricostruzione delle ultime ore racconta di una giovane ragazza che affronta il freddo e la fatica con tragica determinazione, per recarsi in un luogo lontano e compiere un gesto estremo. Ancora prima, nel mese di dicembre, è la volta di una ragazzina quattordicenne, che si toglie la vita per cause forse, legate al web.
Padova è una città ricca e universitaria. I licei sono numerosi mentre gli istituti tecnici e professionali sono pochi: è un ambiente scolastico competitivo.
Essere di Padova significa avere studiato tanto e bene. È dunque significativo che alcuni di questi gesti sembrino riagganciarsi al clima scolastico e universitario, sebbene i confini poi siano labili.
L’unica certezza è il malessere serpeggiante tra i più giovani. È per questo motivo che gli studenti di alcuni licei di Padova, dopo l’ennesimo suicidio, scrivono un appello sui giornali in cui si legge: «[sono] Vicende che ci spingono a riflettere sulla solitudine, sulla fragilità emotiva, sul senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza sapere come affrontarli».
È una domanda di aiuto che alcuni provano a raccogliere. Tra queste persone c’è Elisa Rizzato, responsabile dei Giovani per la Pace della Comunità di Sant’Egidio a Padova.
È a lei che ho rivolto alcune domande, per provare a capire quale sia l’origine del disagio dei più giovani e se sia possibile fare qualcosa. Elisa Rizzato Salve Elisa, innanzitutto come siete entrati in contatto con il mondo delle scuole e degli studenti?
Per noi non è una novità. Da molto tempo, assieme agli insegnanti, promuoviamo degli incontri e delle iniziative all’interno delle scuole.
Anche in questo modo è nato anche a Padova il movimento dei Giovani per la Pace. Si tratta di un movimento internazionale, promosso dalla Comunità di sant’Egidio, che propone agli studenti delle scuole superiori ma anche a quelli universitari un percorso di amicizia e di solidarietà accanto agli ultimi.
Ma cosa è accaduto dopo l’appello dei liceali pubblicato sulle pagine de Il Mattino di Padova? Per prima cosa abbiamo risposto, tramite un intervento di Don Tommaso Opocher, uno dei responsabili della Comunità di Sant’Egidio nel Nord Est.
Ci siamo messi a disposizione, insomma, e così siamo entrati in contatto con alcuni studenti che ci hanno invitati nelle scuole. In quel periodo c’era una fase di cogestione.
Le stesse associazioni studentesche organizzavano degli incontri con realtà del territorio e promuovevano momenti di dibattito. I primi incontri sono stati molto interessanti, innanzitutto perché abbiamo detto che eravamo lì per ascoltare.
E lo abbiamo fatto. Mi ha colpito di quanto molti siano rimasti sorpresi da questo, dal fatto che chiedevamo loro Tu cosa pensi?
L’ascolto ha permesso di aprire un canale di dialogo. Ma non è stato immediatamente semplice.
L’impressione che ne ho ricavato è che molti siano abituati a rispondere sempre alle stesse domande, legate a temi scolastici. Mentre nel momento in cui si chiedeva loro di esprimere liberamente la propria opinione facevano fatica a trovare le parole.
Cosa hanno raccontato i giovani su quanto è accaduto? Non tutto può essere raccontato, perché ci sono stati anche momenti molto intimi e personali.
In molte scuole, inoltre, si sono attrezzati con l’aiuto di psicoterapeuti che svolgono un lavoro molto importante. Tanti studenti parlano dell’ansia generata dalla scuola, dal dover necessariamente andare bene, dall’aspettarsi risultati sempre migliori e anche della delusione dei voti e delle modalità di una vita scolastica molto competitiva, che induce ad essere soli.
In cui sei bravo non solo se hai i voti alti, ma se i voti degli altri sono inferiori ai tuoi perché se tutti hanno nove allora è la professoressa che è di manica larga. Altri si sono soffermati sulla frustrazione del non riuscire nello studio di alcune materie e del sentirsi incompresi in questo.
Molte domande, poi, riguardano l’incertezza del mondo in cui vivono e il non sentirsi apprezzati per quello che si è. Quasi tutti raccontano di sperimentare un senso di vuoto.
Di domandarsi quale può essere lo scopo della loro vita. Anche perché il successo nello studio serve, forse, nel futuro, ma gli esempi di coloro che hanno successo senza studiare sono tantissimi.
E poi se il senso della tua vita è dopo, quando sarai grande, c’è la domanda più o meno consapevole di quale sia il senso della tua vita ora, nel momento in cui vivi. Ed è possibile rispondere a questa domanda di senso?
Credo proprio di si. Con i Giovani per la Pace svolgiamo delle attività: incontri, assemblee, momenti di amicizia che restituiscono il sapore e la soddisfazione delle relazioni autentiche.
Molti, ad esempio, raccontano dell’oppressione di una vita dipendente dai social. C’è chi costruisce dei profili privati su piattaforme utilizzate quasi esclusivamente da adolescenti.
Ci si presenta per quello che non si è, con foto ritoccate e ammiccanti, con frasi violente che devono attirare l’attenzione ed esibire forza. E alla fine questa modalità di relazione, basata sull’eccesso e su una rappresentazione distorta di se stessi, ti consuma.
Non ci si sente mai all’altezza di quello che si racconta sui social. L’amicizia, ricevere un sorriso, un abbraccio, essere accettati per quello che si è, invece, è molto liberante.
Poi c’è l’esperienza con gli anziani. Con i Giovani per la Pace ci rechiamo a trovare gli anziani soli negli Istituti.
In questi luoghi gli adolescenti vengono accolti bene. Gli anziani li ringraziano, apprezzano le loro qualità umane e non è raro che, persino i più confusi, ne imparino subito i nomi.
E’ un’esperienza molto gratificante che dimostra come la vita sia sempre importante e abbia sempre valore, ma quando è spesa per gli altri e non consumata nell’egoismo. Questa esperienza può essere per tutti?
Credo di si, come esistono molte altre esperienze di volontariato simili. Tuttavia, per quanto si tratti di una risposta importante credo sia solo una parte del problema.
Mi colpisce, ad esempio, il numero di adolescenti che scelgono di allontanarsi dalla scuola e che non vogliono più tornarci. Quasi sempre hanno vissuto esperienze traumatiche legate al contesto e alle relazioni con i compagni.
Cosa potrebbero fare le scuole? Le scuole fanno già molto.
Il problema è che sono sempre sotto la lente di ingrandimento e invece la relazione con gli adolescenti e i giovani richiede attenzione, delicatezza, riservatezza. Molti dirigenti scolastici preferiscono agire in silenzio, ben sapendo che ricostruire una stabilità emotiva richiede tempo, mentre per distruggerla basta un attimo.
Credo però che sia importante moltiplicare nelle scuole le occasioni di incontro. Le storie di chi si è suicidato raccontano di un’atrofia delle relazioni umane che aumenta ogni giorno che passa.
Si vive in mezzo a tantissime persone, eppure si è ammalati di solitudine perché nessuno vuole sapere chi sei veramente e nessuno ti apprezza per quello che sei. Grazie Elisa, e buon lavoro.
Dario Spagnuolo The post Disagio giovanile: a Padova troppi giovani si tolgono la vita, ne parliamo con Elisa Rizzato appeared first on Mentinfuga.