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Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”. Alla ricerca di un’altra economia

Venerdì 17 aprile 2026 ore 06:49 Fonte: Altreconomia
Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”. Alla ricerca di un’altra economia
Altreconomia

Novant'anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.

La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.

Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità.

Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.

Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare.

I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un'ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti. È in questo clima depressivo che irrompe la "Teoria generale" con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli.

La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione.

Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione. Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato.

In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica). L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi.

In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese.

Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica. I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza.

Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio.

Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella Ue il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro. Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono.

Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”. L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc..

Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi. Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un'inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).

In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana. Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.

Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui veniva assegnato un valore medio delle principale valute.

A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare. Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro.

In “Prospettive per i nostri nipoti” nel 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo.

Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.

E sempre guardando al futuro Keynes credeva che dovremmo avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita?

“L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po' ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”. Tonino Perna, già vice-sindaco di Reggio Calabria e assessore alla Cultura a Messina, è stato professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, della Ong Cric, del Comitato etico di Banca Etica.

Ha scritto una trentina di saggi tra cui “Fair trade” (Bollati Boringhieri, 1998) ed “Eventi estremi” (Altreconomia, 2011). Il suo ultimo libro è “Viaggio in Italia” (Altreconomia, 2024).

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