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Domenica 19 aprile 2026 ore 16:47

Cultura

PIACERI SCONOSCIUTI 22

Domenica 19 aprile 2026 ore 16:47 Fonte: Lucy. Sulla cultura
PIACERI SCONOSCIUTI 22
Lucy. Sulla cultura

Tutto quello che segue è uno spoiler. Karel e Markéta sono marito e moglie.

Sono una coppia tutto sommato giovane. Quando erano ancora più giovani, mal sopportavano la mamma di Karel, una donna di grande suscettibilità con cui litigare era facilissimo.

Il più possibile lontano dalla mamma era diventato il loro motto. Così un bel giorno la coppia si era trasferita in un’altra città.

Ma quando, anni dopo, il padre di Karel era morto, e Karel e Markéta avevano visto la mamma al funerale, così misera e sola, avevano cambiato idea. Si erano resi conto che il tempo non passa invano.

Il tempo scava e offende fino a mostrare in tutta la sua vulnerabilità anche chi ci era sembrato insopportabile. Mamma, non puoi stare sola, vieni a vivere con noi era diventato il nuovo proposito della coppia.

D’accordo, ci fa capire lo scrittore, ma non esageriamo: certi caratteri difficili cambiano fino a un certo punto, e far venire la mamma in pianta stabile era davvero un azzardo. Karel e Markéta si limitarono a invitarla per una sola settimana.

“Starai con noi da sabato prossimo al sabato successivo”, aveva puntualizzato Karel. “Domenica abbiamo un impegno, andiamo in un posto”, aveva aggiunto cautamente, inventandosi l’impegno di sana pianta.

Una settimana. Il figlio della coppia, un bambino di dieci anni, era partito per le vacanze di Pasqua (era partito con la scuola?

Con altri parenti? Lo scrittore non lo dice) e questo avrebbe consentito a Eva – sì Eva, di cui Karel e Markéta preferivano non parlare con la mamma – di arrivare la domenica.

La mamma sarebbe partita e Eva sarebbe arrivata. Un incastro perfetto.

“Ma sì, certo”, aveva assicurato la mamma. Poi però la mamma era arrivata da Karel e Markéta, e al termine di un soggiorno piuttosto tranquillo, senza liti né tensioni, giunto il sabato, quando Markéta le aveva chiesto gentilmente a che ora avrebbe voluto essere accompagnata in stazione il giorno dopo, la mamma aveva giocato la sua carta.

Aveva annunciato che sarebbe ripartita il lunedì. Il lunedì?

Ma come? Markéta avrebbe potuto obiettare “mamma, ti sbagli, è domani che andiamo via”, ma aveva ormai sepolto l’ascia di guerra.

In più lei e Karel avevano preparato così male la scusa della loro partenza che Markéta non provò nemmeno a improvvisare. Fece spallucce.

E la stessa cosa, rassegnato, fece suo marito Karel. Alcune pagine dopo, lo scrittore ci fa capire che quando Karel e Markéta sono costretti ad annunciare alla mamma l’arrivo di Eva, che presentano come una lontana cugina di Markéta, all’anziana donna (la quale, pur nella raggiunta mansuetudine, un tratto diabolico forse lo conserva) non sfugge che la faccenda della partenza domenicale sia una scusa.

Una bugia bianca. “E di nuovo aveva conferma di ciò che già da tempo sapeva”, scrive, “suo figlio era un incorreggibile originale.

Come avrebbe potuto disturbarli se restava da loro mentre c’era una parente? Ma che per questo la dovessero cacciare via un giorno prima, proprio non aveva senso.

Per fortuna lei sapeva come prenderli. Aveva semplicemente deciso che si era sbagliata di giorno e si era quasi divertita quando la brava Markéta non era riuscita a dire che doveva andarsene la domenica mattina”. (A meno che io mi sbagli, ma ho letto questo episodio del libro molte volte, qui c’è un’incoerenza piuttosto strana, forse voluta se si considera l’abilità dello scrittore nel concepire l’architettura delle sue opere.

La mamma, cioè, finge di fraintendere il giorno in cui dovrà andar via dopo aver saputo dell’arrivo di Eva, ma la notizia della falsa cugina – come vedremo, una bugia rosa – le viene data successivamente). Una notte di diversi anni prima il loro paese era stato invaso dai carri armati sovietici.

Era agosto, e nel giardino della mamma le pere erano mature. La mamma aveva invitato il farmacista a raccoglierle, ma quello, dopo averla ringraziata, non si era mai fatto vivo.

La mamma era indignata, non riusciva a perdonare l’affronto. Questo mandava in bestia Karel e Markéta: sono arrivati i carri armati e la mamma pensa alle pere?

“Ma è poi vero che i carri armati sono più importanti delle pere?”, si chiede lo scrittore tra beffa e tenerezza, “man mano che il tempo passava Karel si rendeva conto che la risposta a questa domanda non era così ovvia come gli era sempre sembrata e cominciava a provare una segreta simpatia per il punto di vista della mamma, che aveva in primo piano una grossa pera e da qualche parte, sullo sfondo, un carro armato piccolo come una coccinella”. Tornando al presente del racconto, Eva arriva dopo pranzo e a prenderla in stazione ci va Markéta.

Come i più intuitivi avranno forse capito, e i pochi che ricordano questo racconto già sanno, Eva è l’amante sia di Karel che di Markéta. Per tenere viva la propria relazione coniugale (e sentirsi vivi e liberi nel trascorrere degli anni, in un paese che libero non è più) Karel e Markéta hanno da tempo avviato un ménage à trois con la fascinosa Eva, conosciuta quasi per caso e sufficientemente amica di Markéta per evitare che la gelosia prevalga sul piacere e sul divertimento.

Ecco perché l’hanno spacciata come cugina di Markéta con la mamma. Arrivate a casa, Markéta presenta Eva alla mamma.

Ci sono i convenevoli e i quattro presumibilmente cenano insieme (questo lo scrittore non lo dice), chiacchierano in modo amabile per un tempo imprecisato con Eva, questa “nuova cugina”, che riempie la mamma di domande sulla sua giovinezza, e la mamma che risponde felice fino a quando (la memoria comincia a farle brutti scherzi, così come la vista è ormai debole) non inciampa platealmente in un falso ricordo. La mamma si deprime per la brutta figura e annuncia che andrà a letto, ritirandosi nella camera del nipotino.

Con la mamma presumibilmente fuori combattimento, Karel, Markéta e Eva hanno campo libero per i loro giochi erotici. Una piccola orgia mentre l’anziana donna scivola nel sonno.

Peccato che la mamma non si sia ancora addormentata e che, sentendo nell’altra stanza le voci e le risate di “quei tre”, decida imprevedibilmente di raggiungerli per scambiare ancora due parole. Un autore dozzinale, a questo punto, farebbe entrare la mamma nella stanza (è un soggiorno?

Una cucina? Un salotto con divano?

Questo lo scrittore non lo dice) proprio mentre suo figlio è alle prese con la moglie e l’amante, ma qui non stiamo parlando di autore dozzinale, tutt’altro, e così la mamma entra quando nella stanza c’è solo Karel in attesa di Eva e Markéta. Nonostante l’imprevisto possa avere conseguenze molto imbarazzanti, Karel è sprofondato in un curioso stato d’animo, e non avvisa né Eva né Markéta della presenza materna (cosa dovrebbe fare poi?

Gridare “Attente! Non entrate!

Rivestitevi!”?). Così, poco dopo, nella stanza entra per prima Eva “vestita con una maglietta blu scuro che le arrivava esattamente dove finisce il cespuglio dei peli”, e poi Markéta, completamente nuda fatta eccezione per un giro di perle intorno al collo e una sciarpa di velluto intorno alla vita.

Ora, provvidenzialmente, come dicevamo, la mamma ci vede poco, e non si rende conto (o, ancora una volta diabolicamente, finge) della situazione. Riprende il discorso da dove l’aveva interrotto (l’inciampo nel falso ricordo, aver collocato, dopo la fine della prima guerra mondiale, un episodio della sua vita avvenuto chiaramente in un momento precedente.

“Ma tu dopo la guerra non andavi già più al liceo!”, le aveva fatto notare Karel in modo un po’ spietato), e subito dopo dice alla nuova arrivata, Eva, che le ricorda Nora, una sua amica di tanti anni prima, una donna dalla bellezza strepitosa, con un viso superbo, una somiglianza lontana, eppure palpabile. (Oh, ma anche Karel si ricorda di Nora! L’aveva conosciuta quando era solo un bambino.

La sua infanzia è legata a questa amica della mamma molto più di quanto chiunque altro immagini. “Aveva circa quattro anni”, ci fa sapere lo scrittore, “la mamma e la signora Nora erano con lui in una città termale – quale? non ne aveva la minima idea – e lui doveva aspettare nello spogliatoio deserto.

Aspettava pazientemente, solo fra gli abiti femminili sparsi. Poi era entrata una donna nuda, nello spogliatoio, alta e splendida, si era girata voltando la schiena al bambino e si era sporta verso l’attaccapanni a muro dal quale pendeva il suo accappatoio.

Era Nora. L’immagine di quel corpo nudo, proteso, visto di schiena, non si era mai cancellata dalla sua memoria”).

A questo punto la mamma si congeda dal terzetto, si reca definitivamente a letto, nella stanza del nipotino, si distende tra le lenzuola e si addormenta davvero, scivola nel sonno, lascia temporaneamente il mondo di chi rimane sveglio, il quale, questa sera, non è però così diverso dal mondo di chi sogna. Karel, Markéta e Eva danno vita finalmente, in modo libero, ai loro giochi erotici, ed ecco, qualcosa inizia ad andare molto meglio di quanto i tre amanti avevano sperato tenendo conto della situazione.

Mentre fa l’amore con la moglie e con l’amante, Karel sovrappone l’immagine viva di Eva al ricordo di Nora. Davanti ai suoi occhi l’una diventa l’altra.

Karel si inginocchia davanti a Eva, la fa distendere sul pavimento, si accovaccia ai suoi piedi, lascia scorrere il suo sguardo su di lei, le si distende sopra e gli sembra che si tratti di un balzo smisurato attraverso il tempo, al termine del quale raggiunge Nora ma anche la sua infanzia. Fa l’amore con Nora ed è di nuovo un bambino.

Subito dopo Eva e Markéta si baciano, poi tocca a Markéta stringersi a Karel, ma chiaramente l’uomo con cui sta facendo l’amore non è più suo marito, o non solo. “Karel aveva messo a Eva la maschera di Nora e si era infilato una maschera da bambino”.

A questo punto Markéta toglie a Karel anche quella maschera e dietro non ci trova più nulla. È come se gli avesse tolto la testa dal corpo; come se adesso, al posto di suo marito, ci fosse un uomo senza più alcuna identità.

Qui avviene il miracolo. Finalmente!

Markéta si sente libera e felice. Anche Karel sta bene, è straordinariamente pieno di forze, e rilassato.

Eva gode a sua volta in modo intenso quella impalpabile sensazione. Il terzetto assapora un puro momento di felicità.

Milan Kundera venne espulso dal partito comunista cecoslovacco una prima volta nel 1950, quando aveva ventun anni, a causa di certe critiche mosse alla politica culturale del suo paese. Ne fu riammesso nel 1956.

Nel 1968 sostenne la Primavera di Praga, ma dopo l’arrivo dei carri armati sovietici fu costretto a lasciare il suo posto di docente universitario, venne di nuovo espulso dal partito, fu ridotto a una condizione di progressiva marginalità (di fatto, vide il deserto intorno a sé allargarsi in modo sempre più mortifero), fino a quando, nel 1975, si trasferì in Francia, dove la sua libertà d’espressione venne pienamente garantita e i suoi meriti di scrittore riconosciuti. Mi è capitato di rileggere, dopo anni, Il libro del riso e dell’oblio.

Nonostante tirar fuori questo “romanzo in forma di variazioni” così affascinante dagli scaffali della mia libreria mi sia apparso, mentre lo compivo, un gesto del tutto istintivo, via via che avanzavo di nuovo tra le sue pagine, restandone rapito, capivo che niente è casuale in questi casi. Il racconto che ho provato a riassumere in poche pagine si intitola “La mamma”, è la seconda variazione di quest’opera (Il libro del riso e dell’oblio è composto da una serie di episodi indipendenti sul piano narrativo eppure legati tra loro in modo più profondo e, naturalmente, trattandosi di Kundera, al tempo stesso più leggero), e se mi sono permesso di raccontarlo quasi per intero, facendomi precedere da ciò che ben riassume il kitsch contemporaneo (la parola “spoiler”) è solo perché ho la sensazione che questo tipo di letteratura sia sempre meno frequentata.

Eppure io l’ho trovata anche più bella di quanto ricordavo. L’ho trovata splendida.

Per questo vi invito a rileggerla o a scoprirla per la prima volta. In poche opere letterarie recenti si trovano orchestrati, con tanta grazia, il tema dello scontro tra individuo e potere e quello dell’amore sensuale, le vite private che il romanzesco può raccontare rendendo superbamente indistinguibili delicatezza e impudicizia, e l’incurante ruspa della Storia, la quale fa da sfondo alle vicende dei singoli e che, per quanto sembri travolgere con brutalità tutto ciò che le capita a tiro, non riesce mai a terminare il lavoro.

Qualcosa (come scrive Montale nella sua celebre poesia) le sfugge sempre, ed è in questo scarto che si giocano le vere sorti dell’umanità. Sono più importanti i carri armati o le pere?

Sullo sfondo del Libro del riso e dell’oblio c’è la vittoria dei comunisti in Cecoslovacchia nel 1948 e poi, vent’anni dopo, l’invasione del paese da parte delle truppe sovietiche dopo la Primavera di Praga. Quello del blocco comunista fu un tipo di potere odioso, molto diverso da quello con cui abbiamo a che fare noi nel XXI secolo.

Loro subivano invasioni militari, censure, provvedimenti amministrativi, espulsioni dal partito e dunque dal consesso civile, perdevano il lavoro, erano costretti a cambiare paese. Noi – per ora più liberi – abbiamo a che fare con una erosione progressiva di ciò che in questa parte di mondo eravamo stati abituati, fino a trenta, quarant’anni fa, a considerare libertà e possibilità acquisite.

Il potere con cui abbiamo a che fare, gioca la sua partita sull’erosione. Sembra dire: cerco di toglierti frammenti di libertà, in modo cauto ma implacabile, calcolando millimetricamente ciò che adesso è consentito da ciò che non lo è ancora, rendendo in questo modo a un certo punto ammissibile quel che era stato inconcepibile fino a poco tempo prima, se protesti o ti opponi non posso certo (non ancora) sanzionarti, ma posso attaccarti, screditarti, farti apparire ridicolo nel contesto di un discorso pubblico sempre più narcotizzato.

Smontiamo pezzettino dopo pezzettino una bicicletta, quando cessa di essere tale? Due tipi di potere, uno evidente, l’altro più ambiguo, eppure la costruzione del consenso (la creazione di un clima generale sempre più asfittico e penoso per un individuo abituato a pensare per conto proprio) segue regole familiari a entrambi i contesti.

Voglio riportarvi un intero brano de Il libro del riso e dell’oblio, questa volta preso da un altro episodio del libro, “Gli angeli”, e così congedarmi, nella speranza di avervi fatto venire voglia di riascoltare quella superba musica da camera che è l’opera di Milan Kundera. Anch’io ho danzato in girotondo.

Era la primavera del 1948 […] Poi, un giorno, ho detto qualcosa che non dovevo dire, sono stato espulso dal partito e ho dovuto uscire dal cerchio. È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio.

Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta.

Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre. Non per caso i pianeti si muovono in cerchio, e la pietra che se ne stacca si allontana inesorabilmente, spinta dalla forza centrifuga.

Simile a una meteorite staccatasi da un pianeta, io sono uscito dal cerchio e non ho finito, ancora oggi, di cadere. Ci sono persone alle quali è dato morire durante la traiettoria e altre che si schiantano alla fine della caduta.

E queste ultime (delle quali faccio parte) serbano sempre dentro di loro una sorta di segreta nostalgia per il girotondo perduto, perché tutti siamo abitanti di un universo nel quale ogni cosa gira a cerchio. Era Dio sa quale anniversario e ancora una volta, per le vie di Praga, c’erano giovani che danzavano in cerchio.

Io vagavo intorno a loro, vicinissimo a loro, ma non mi era consentito di entrare in nessuno dei loro girotondi. Era il giugno del 1950 e il giorno prima Milada Horáková era stata impiccata.

Era deputata del partito socialista e il tribunale comunista l’aveva accusata di congiura contro lo Stato. Insieme a lei era stato impiccato anche Záviš Kalandra, surrealista ceco, amico di André Breton e di Paul Eluard.

E i giovani cechi danzavano e sapevano che il giorno prima, nella loro città, erano stati appesi a una corda una donna e un surrealista […] E io vagavo per le strade di Praga, intorno a me danzavano girotondi di cechi che ridevano e sapevo di non essere dalla loro parte, ma dalla parte di Kalandra, che si era staccato anche lui dalla traiettoria circolare ed era caduto, caduto per finire la sua caduta in una bara del carcere, ma pur non essendo dalla loro parte, li guardavo ugualmente danzare con invidia e nostalgia e non potevo staccare gli occhi da loro.

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