Cultura
Lavoro nel settore metalmeccanico. Sto producendo armi?
Questa mattina i disegni tecnici erano sul banco da lavoro da prima che io arrivassi. Il materiale stazionava sul bancale in legno.
Due barre di bronzo pieno che sarebbero diventate rondelle. Il disegno riportava tolleranze millesimali sul diametro interno ed esterno, lo spessore invece era tollerato al centesimo.
Per un lavoro di tale precisione sono molti i parametri da considerare. Un tornio è una macchina complessa, va gestita seguendo regole precise, cercando di sbagliare il meno possibile.
Soprattutto quando sul disegno tecnico si legge un cliente esigente come Leonardo SpA. Ho fatto scaldare il tornio prima di iniziare.
Stabilito il ciclo di lavorazione, ho scelto gli utensili, selezionato le placchette in base al materiale e creato il programma sul controllo numerico. Ho montato tutto con accuratezza, calcolato velocità di taglio e numero di giri.
Ho eseguito il primo pezzo, fatto aggiustamenti. Sul secondo pezzo le quote non erano ancora sufficientemente precise.
Altri aggiustamenti. Quando ho ottenuto la prima rondella compatibile, ho stabilizzato i parametri e ho iniziato la produzione, registrando le misure nella tabella tolleranze.
Dopo i primi pezzi la finitura era buona. Le rondelle risultavano lucide, il bronzo uniforme sui diametri e sulle facce.
A fine giornata il lavoro era chiuso. In sala collaudo i controlli sono andati a buon fine.
Misure rispettate. Il giorno dopo sarebbero state spedite presso Leonardo SpA.
Avevo finito il turno e timbrato il cartellino di uscita. Mi lasciavo la fabbrica alle spalle.
Durante i venti minuti di tragitto per tornare a casa, di solito in macchina ascolto la radio. Mi piace mettere un po’ di musica per alleggerire la giornata, ma ultimamente sembra impossibile sfuggire al peso delle notizie.
Guerre, crisi energetiche, tensioni diplomatiche. Le parole del cronista mi arrivavano addosso senza tregua.
Questioni che sembravano appartenere a un ordine della realtà più grande della mia dimensione quotidiana. Avevo passato otto ore davanti a un tornio, con l’odore del ferro ancora sulla pelle e i vestiti impregnati di officina.
Poco prima misuravo diametri e stringevo mandrini. Adesso qualcuno parlava di equilibri geopolitici, economie mondiali e conflitti.
Quel faticoso tono di ovvietà continuava a rimbombarmi nelle orecchie: i mercati in ribasso, gli ayatollah, Trump, Kushner, Haaretz, Tel Aviv. Era come se tra me e quelle parole esistesse una distanza naturale di migliaia di chilometri, forse troppi per un tornitore abituato ai millimetri.
Come quelli che avevo misurato quella mattina con calibro e micrometro, costruendo le rondelle. Ripensavo a quanto fossero leggere sul mio palmo.
Ripensavo ai bulloni, alle viti, alle chiavi dinamometriche. Roba precisa e concreta.
Roba che sta dentro le mie mani sporche di grasso e olio. In fabbrica, durante la pausa, gli schermi dei telefoni si ungevano a forza di scrollare.
Un collega aveva rivolto verso di me il display del suo cellulare, tutto unto. Aveva mosso il pollice da sotto a sopra, mostrandomi quelle immagini.
Droni che sparano. Corpi a terra.
Missili che esplodono. La gente disperata per aver perso tutto.
Lui scorreva. Io guardavo.
Se quelle immagini fossero state parole, sarebbero state le stesse che stavo ascoltando alla radio, mentre l’auto proseguiva. Ovvie per chi le recitava, lontane per me che ero l’uditore.
Proprio quando la mia attenzione sembrava arrendersi a quella distanza, una notizia in particolare riuscì a imporsi sulle altre. Ed è stato come se qualcosa, all’improvviso, stesse incrinando quella separazione che fino a un momento prima avevo percepito come naturale.
Si parlava di produzione di armi. In Italia, in aumento.
Il Paese veniva indicato tra i principali esportatori a livello mondiale. La notizia veniva da un Istituto di ricerca: lo Stockholm International Peace Research Institute (l’avrei scoperto in seguito).
Sono state due parole a fermarmi: produzione e armi. La distanza che fino a poco prima avevo percepito cominciava a dissolversi.
Perché le armi sono fatte dello stesso materiale che lavoro ogni giorno. Sono ciò che sta dietro alle notizie che ascoltavo alla radio.
E se in Italia la produzione è in aumento, allora voglio capire. Cosa significa produrle.
Come si producono. Dove si producono.
Intuizioni che avrei anche potuto lasciare nella mia testa, ma che, come gli utensili del tornio, mi avrebbero asportato la coscienza un centesimo di millimetro alla volta. E io non sono un pezzo di ferro.
Così ho iniziato a cercare. Le domande le conoscevo.
Il resto no. Volevo capire com’è strutturato questo tipo di mercato in Italia.
Quali sono le aziende che producono armi. Chi decide.
La prima constatazione è stata una legge: la 185 del 1990. Stabilisce che il commercio di armamenti non è libero: esportazione, importazione e transito sono sottoposti ad autorizzazione dello Stato.
Commerciare armi non è semplicemente un’attività economica. È una questione politica.
Nessuna azienda può vendere armi di propria iniziativa: occorre un passaggio istituzionale. Il sistema è regolato, controllato, tracciato.
Oltre alla legge, dalla ricerca sono emersi dei nomi. Aziende, gruppi industriali, filiere.
Tra queste una in particolare: Leonardo SpA.
Principale realtà nel panorama della difesa in Italia. Il nome lo conoscevo già.
Prima dei giornali e prima ancora di questa ricerca. Compare su molti disegni tecnici in fabbrica.
È uno dei più importanti clienti della fabbrica in cui lavoro. La distanza, a quel punto, è diventata una linea retta ancora più corta.
Ho continuato a cercare. Ho trovato un documentario di Sky TG24, “Riarmo made in Italy”.
Racconta l’incremento degli investimenti nella difesa italiana, con un focus sul potenziamento del settore industriale, in particolare su Leonardo SpA. Ho acquisito molte informazioni rilevanti, ma un passaggio mi ha colpito in modo particolare.
A un certo punto viene inquadrato un veicolo militare in fase di collaudo. Il giornalista parla al microfono e dice:
“Centauro II è un mezzo militare dal valore di alcuni milioni di euro, prodotto tra Bolzano e La Spezia, in un consorzio tra Iveco e Leonardo.” Con lo stesso tono di ovvietà sentito quel pomeriggio alla radio, il passaggio andava via in pochi secondi. Io mi sono fermato lì.
Ci sono due elementi in questa frase. Il primo è Centauro II.
Una macchina. E come ogni macchina, un sistema composto da parti.
Il secondo è il consorzio tra Bolzano e La Spezia. Non due punti su una mappa, ma una porzione di territorio dentro cui si articola una filiera.
Uno spazio produttivo esteso. Stiamo parlando di un solo mezzo.
Unicamente Centauro II. E già questo da solo, richiede una filiera ampia: lavorazioni diverse, aziende diverse, competenze diverse.
Ogni componente arriva da un punto distinto di questa rete. Se si allarga lo sguardo all’intero settore, i prodotti sono numerosi — aerei, navi, carri armati, armamenti, equipaggiamenti — e la scala diventa molto più impegnativa.
Ma qui analizzeremo solo la filiera di Centauro II Questo mezzo, prima ancora di essere militare, è una macchina. Come una pompa idraulica, un soffiatore, un carrello elevatore.
Non ho il progetto di Centauro II, ma per analogia, osservandola dall’esterno, si capisce da quali parti è costituita. C’è un gruppo motore-trasmissione, uno scafo per resistere agli urti, impianti idraulici, elettrici, sistemi di comunicazione.
Questi macro-blocchi sono a loro volta composti da parti minori. I cosiddetti componenti lavorati: alberi, flange, cuscinetti, ingranaggi, supporti, distanziali.
Guarnizioni, elementi di fissaggio. Parti trattate, rettificate, filettate.
Cablaggi, schede elettroniche. Ognuno di questi pezzi è il risultato di un lavoro, e ogni lavoro implica aziende diverse, persone diverse, competenze diverse.
C’è chi lavora il metallo al tornio o alla fresa, chi esegue trattamenti termici, chi rettifica, chi assembla, chi realizza componenti elettronici, chi si occupa dei cablaggi. È questa la filiera.
La produzione viene distribuita. Le grandi aziende, come nel caso di Leonardo SpA, progettano e integrano.
Intorno si muove una rete che collabora alla produzione: officine meccaniche, fornitori di materiali, aziende per i trattamenti, trasporti, logistica. Una mobilitazione così ampia per costruire una sola macchina, immaginiamo cosa significa quando le macchine diventano centinaia, migliaia.
Parliamo di un comparto produttivo consistente che alimenta l’economia. È politica, perché esiste solo attraverso decisioni governative e istituzionali.
A questo punto si può entrare nei singoli lavori. Il tornitore che realizza un albero non sa dove quell’albero andrà a finire.
Chi produce viti, bulloni, componenti in serie, non vede il risultato finale, soprattutto non conosce le applicazioni del suo prodotto. Ognuno lavora su una parte.
È così che la distanza si mantiene. I passaggi separati e isolati confluiscono alla fine in un risultato che neutro non è: una macchina da guerra.
Il lavoro di ognuno procede inconsapevolmente. Quando il cronista del documentario parla di uno spazio che va da Bolzano a La Spezia, sta rendendo visibile una scala, un territorio dentro cui si distribuisce una filiera fatta di aziende, lavorazioni, persone.
È uno spazio che si può immaginare, quasi misurare, ed è lì che si concentra tutto ciò di cui stiamo parlando: migliaia di lavoratori. Operai, tecnici, ingegneri, impiegati, autisti, addetti alla logistica, fornitori.
Persone che ogni giorno lavorano, producono, consegnano. Persone che portano a casa uno stipendio.
Come lo porto a casa anche io. Mentre lavoro al tornio per costruire un pezzo meccanico, anche il più piccolo, partecipo a un’interazione ben più grande.
Appartengo alla filiera e alimento il flusso produttivo. Contribuisco alla costruzione di mezzi come Centauro II, mezzi che stanno dentro le guerre di cui sentivo parlare alla radio.
A quelle notizie, in qualche misura, contribuiamo anche noi. Gente normale che al mattino si sveglia e va a lavorare, convinta di non fare nulla di male.
Il punto è questo: la filiera funziona proprio perché ciascuno vede solo il proprio pezzo. Ognuno fa la sua parte, e così il sistema si compone senza che nessuno sia costretto a misurarsi davvero con il risultato finale.
È in questa separazione che la distanza sembra esistere. Quando penso al funzionamento della rondella all’interno di Centauro II mi accade una cosa insolita: sento di essere come quella rondella.
Anch’io entro in funzione dentro un sistema che mi supera. Smettere ha un costo e non so se sono disposto a pagarlo.
Continuo a fare lo stesso gesto, con la stessa precisione, dentro la stessa catena. Il pezzo esce, funziona, trova il suo posto.
Ma ciò che diventerà non mi appartiene. Non mi corrisponde.
E so che non corrisponde a molti. Ed è proprio questa convenienza che mi terrorizza.
Perché le guerre c’è chi le combatte, c’è chi le permette, c’è chi le produce. Io sono un operaio metalmeccanico.
Sono disposto ad assumermi il rischio di funzionare diversamente, oppure è più facile continuare a essere la rondella dentro Centauro II?