Cultura
Il caso 137 è un viaggio angosciante nel cuore di tenebra della polizia
C’è qualcosa di estremamente apollineo nel cinema di Dominik Moll, un modo misurato, pacato e rassicurante di sbrogliare intricate matasse morali che esistono nel lato più oscuro della società umana. Per i protagonisti di Moll è importante tendere verso ciò che è giusto, inseguire la verità, anche se alla fine la catarsi spesso non arriva e il marcio rimane.
È la misura precisa che il regista dà al suo ritratto di ciò che è oscuro e criminale a dare un senso di sollievo allo spettatore, anche col rischio di lasciare un retrogusto di scontento. Succedeva con La notte del 12, il neo-polar che l’ha imposto all’attenzione internazionale.
Come previsto da quest’etichetta della critica francese – dove polar è la crasi tra policier (poliziesco) e noir – a condurre la storia c’era il più classico degli investigatori ossessionati da un caso irrisolto, forse irrisolvibile. La notte del 12 era una detective story condita con un tocco assai contemporaneo di true crime, per come raccontava l’omicidio di una giovane ragazza di Grenoble con i toni e l’approccio pacato di un podcast su un cold case dimenticato.
Bastano pochi minuti per riconoscere lo stesso approccio in Il caso 137, anzi: avendo una certa familiarità con il cinema del regista, da sempre co-scritto con il fidatissimo amico e sceneggiatore Gilles Marchand, è semplice tracciare la parabola esatta che seguirà il film, ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Francia durante le proteste dei gilet gialli nel 2018. L’oscurità che Moll vuole rischiarare non è tanto quella relativa a cosa sia successo davvero a un manifestante rimasto gravemente ferito, ma quella che grava sul clima di omertà dentro le forze dell’ordine.
Il caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?
È una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November – I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto, violento e coercitivo.
In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato nemico in una guerra di sopravvivenza urbana. Sono due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società francese.
Athena e November sono arrivati entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete) che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla polizia.
Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti. Il punto di partenza però è abbastanza neutrale e possibilista, tanto che Dominik Moll ha ottenuto dall’Inspection Générale de la Police Nationale la possibilità di parlare con i suoi agenti ed esplorarne gli uffici, approfittando anche di un avvicendamento al vertice dell’istituzione e alla voglia dei nuovi responsabili di lavorare su quella opacità lamentata e condannata dall’opinione pubblica, un’accusa che ritorna ogni volta che la polizia è costretta a rimediare ai suoi stessi errori e pagare per i suoi stessi crimini.
Il film racconta innanzitutto come lavorano questi professionisti chiamati a vigilare sulla condotta degli altri agenti. Una professione fatta di poca azione sul campo e tanto lavoro d’ufficio, dato che per stabilire se gli agenti abbiano tenuto o meno una condotta irreprensibile lo strumento d’indagine principale (nella realtà e nel cinema di Moll) è ancora una volta l’immagine filmata.
L’immagine fittizia del cinema si trova dunque a raccontare l’immagine vera e disordinata della realtà, catturata in presa diretta da smartphone e telecamere di sorveglianza, in una specializzazione investigativa tra le meno cinematografiche di tutte, dato che il lavoro di questi funzionari si svolge per lo più alla scrivania, scandagliando centinaia di filmati raccolti da testimoni, giornalisti e utenti, tutte immagini da interpretare. I video catturati dai testimoni dei crimini sono spesso cruciali nel cinema di Moll e si dimostrano, più che risolutivi, particolarmente difficili da interpretare.
Succedeva ne La notte del 12, con un video centrale per capire cosa fosse successo alla vittima del crimine la sera in cui è stata aggredita, continua ad accadere qui. L’immagine nell’immagine dentro il cinema di Moll non è mai rivelatrice della verità che dovrebbe ritrarre, quanto un indizio da interpretare.
Il video mostra ogni volta lo stesso avvenimento, che però va ogni volta messo in dubbio e indagato, lasciando protagonisti e spettatori incerti su quale sia la conclusione da trarre da ciò che hanno visto e rivisto. La verità dell’immagine, spesso, si nasconde nei dettagli facili da trascurare.
Quella de Il caso 137 è una vicenda corale – quali agenti chiamati a presidiare il corteo dei gilet gialli sono coinvolti nel ferimento dei manifestanti? – che ha per catalizzatore un’investigatrice della squadra interna che intuiamo subito stare dalla parte della giustizia. Stéphanie Bertrand (interpretata dalla vincitrice del César Léa Drucker) si ritrova a lavorare su un dossier che da titolo dovrebbe essere uno dei tanti, il freddo numero che identifica soltanto un altro caso su cui indagare.
Per lei, invece, che si appassiona e poi si lascia ossessionare dal caso perché vuole arrivare alla verità nonostante insabbiamenti e minacce, diventa una questione personale. Stéphanie è tormentata dalla necessità di scoprire dove si trovi il confine tra lecito e illecito nella condotta dei suoi colleghi prima e nella sua poi, quando è il suo operato a finire sotto la lente delle indagini interne.
Lei stessa, infatti, finirà per scoprire il confine della liceità, di ciò che è concesso fare a chi è nella sua posizione, quando la vediamo fare pressioni su una testimone chiave affinché parli e permetta al caso finalmente di risolversi. Quando a sua volta sbaglia e infrange il regolamento, da spettatori però sappiamo subito che non ci sono nemmeno gli estremi per collegare le sue ingerenze con gli abusi degli agenti su cui sta indagando.
L’impressione è che i suoi errori siano lo strumento che i suoi avversari useranno per delegittimare le verità che ha portato a galla. E seppellirla, quella verità, ancora una volta.
Moll però non è interessato a porsi l’angosciante domanda, e cioè: è forse l’intera istituzione su cui si poggia il funzionamento della giustizia e della sicurezza nelle società democratiche a essere fallace?. Con il film si ferma all’argomentazione di quanto, di fatto, la polizia sia un’istituzione opaca quando si tratta di ammettere le sue responsabilità e condannarsi di conseguenza.
Nel suo organigramma è fornita di anticorpi per mantenere in salute le sue gerarchie e il loro operato. Tuttavia è in grado di sopprimere facilmente quegli anticorpi.
La possibilità che le “cellule cancerogene” dentro le forze di polizia non vengano debellate perché il sistema immunitario viene in qualche modo ostacolato è un’ammissione a suo modo enorme per uno come Moll, che racconta un momento di crisi dell’istituzione in cui però continua fortemente a credere. Il regista costruisce il suo film raccontando in maniera ordinata e scorrevolissima le parti più vischiose della realtà violenta in cui siamo costantemente immersi, ma è un ritratto che mira a provare come si possa gettare luce su queste problematiche, risolverle.
Questo perché il punto di vista scelto non è quello degli agenti corrotti o delle vittime ferite rimaste inascoltate, ma di chi tenta ex post di rimettere tutto in ordine e fare chiarezza. Il limite di Il caso 137 è insomma quello di guardare al marcio che vuole raccontare, senza però immergervi le mani, da un punto di vista che rimane pulito, pur commettendo degli errori.
Anzi, la premessa stessa del film è che la sua protagonista – una donna clamorosamente normale con lo stendibiancheria in giro per casa e la passione per i gatti – incarna a livello ideologico la parte funzionante di un sistema danneggiato ma riparabile, rispetto a cui ogni poliziotto riprensibile è un’aberrazione da trovare e correggere. Il sistema può opporre resistenza, ostacolare o fermare le indagini interne, ma Moll non mette mai in crisi la sua ferma convinzione che mettendo abbastanza ordine, facendo abbastanza luce, si possa (ri)trovare un equilibrio funzionale.