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Alle stelle la produzione e la compravendita di armi in Europa:

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 05:21 Fonte: Menti in fuga

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Alle stelle la produzione e la compravendita di armi in Europa:". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

La produzione e la compravendita di armi in Europa è un fenomeno diffuso e allarmante, con un volume di scambi che avviene con la stessa facilità con cui si acquistano beni di prima necessità. Questa realtà, che può sembrare scontata, rappresenta il fulcro dell'analisi contenuta nella relazione, evidenziando l'importanza di comprendere le dinamiche di un mercato che continua a prosperare nonostante le implicazioni etiche e sociali legate al commercio di armamenti.
Alle stelle la produzione e la compravendita di armi in Europa:
Menti in fuga

Di armi se ne vendono e se ne acquistano come fosse pane. Questa, direi scontata constatazione, è la chiave per interpretare l’accurata relazione aggiornata al 7 gennaio 2026 redatta dai competenti Uffici del Consiglio dell’Unione Europea dal titolo La Difesa dell’UE in cifre.

Adottando questo schema come punto di partenza, sarà poi agevole conoscere le azioni di spesa per ogni Stato membro, distinguendo ulteriormente fra quanto ogni Nazione europea versa per la sua difesa e quanto fattura – e quindi incassa – vendendo armi di propria produzione a Stati terzi che ne fanno richiesta. Infine, si potrà capire se l’esportazione di armi e quindi nuove commesse per le aziende produttrici è in grado di creare posti di lavoro.

Il Report, ci dice subito che «Nel 2024 la spesa degli Stati membri nel settore della difesa ha raggiunto quota 343 miliardi di euro, facendo registrare un aumento per il decimo anno consecutivo. Nel 2025 si prevede che raggiunga un valore stimato di 381 miliardi di euro.

Nel 2025 la spesa per la difesa è aumentata dell’11% rispetto all’anno precedente e del 62,87% rispetto al 2020. Nel 2024 la spesa per la difesa è passata all’1,9% del PIL degli Stati membri dell’UE rispetto all’1,6% del 2023.

Nel 2025 si prevede che raggiunga un valore stimato del 2,1%» [1]. Va comunque detto che la sicurezza e la difesa rimangono di competenza degli Stati singoli, mentre l’Unione si limita a sostenere la spesa delle Nazioni utilizzando le risorse di bilancio dell’UE.

In quest’ottica, va visto l’accordo siglato nel 2025 dal Consiglio e dal Parlamento europeo sul Programma per l’Industria Europea della Difesa (EDIP), attraverso il quale  l’UE intende fornire 1,5 miliardi di euro sotto forma di sovvenzioni per il periodo 2025-2027 per stimolare l’industria europea della difesa. La ratio di questi interventi va individuata nell’idea – ancora tutta da dimostrare – che   un’Unione europea più forte e capace nel settore della sicurezza e della difesa stimolerà la competitività industriale e tecnologica del Vecchio Continente.

Preso atto che la spesa globale per la Difesa nella UE è aumentata a livelli vertiginosi, bisogna anche dire che uno dei presupposti che hanno agito come un detonatore per la corsa al riarmo, va individuato  nell’invasione russa dell’Ucraina, sommata all’affievolirsi del sostegno statunitense alla sicurezza europea. Come osservato da molti esperti della sicurezza, un piano di pace russo-ucraino – che prima o poi dovrà essere firmato – favorevole  a Mosca potrebbe compromettere la stabilità di lungo periodo se mancassero determinate garanzie di sicurezza.

È noto che i Paesi vicini all’Ucraina avvertono il rischio di una futura invasione russa come sempre più concreto. Quindi questo scenario geopolitico sarebbe stato il contesto nel quale nell’anno 2024 la spesa degli Stati membri dell’UE ha toccato i 343 miliardi di euro ricordati in precedenza, ma è anche interessante vedere come questa cifra è suddivisibile tra i Paesi dell’Unione.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) relativi al periodo 2024-2025, «La Germania guida la classifica con 90,6 miliardi, pari al 26,4% del totale UE. Segue la Francia con 59,6 miliardi, il 17,4% del totale.

Insieme, i due Paesi valgono il 43,8% dell’intera spesa per la difesa dell’UE, pari a 150 miliardi di euro»[2].Scorrendo l’elenco dei Paesi con le spese per la Difesa più sostanziose, al terzo posto troviamo l’Italia con 32,7 miliardi di euro, seguita da vicino dalla Polonia con 31,9 miliardi. La Spagna è quinta, ma tra le grandi economie europee resta su livelli relativamente bassi con 22,7 miliardi.

All’inizio dell’anno, poi,  il presidente Donald Trump ha minacciato addirittura di espellere la Spagna dalla NATO per la resistenza a impegnarsi ad alzare la spesa militare al 5% del PIL, argomento sul quale parleremo a breve. Nel complesso però, sempre secondo i dati dell’EDA, i primi cinque Paesi della classifica hanno speso 237,5 miliardi per la difesa, pari al 69,2% del totale UE.

Cifre enormi, che potrebbero sfuggire ad una riflessione più accurata se non comparate alla ricaduta pro capite di ogni cittadino europeo. Nel già citato Rapporto dell’EDA si apprende che, ad esempio, in 4 Paesi ( Olanda, Finlandia, Svezia e Germania) la spesa per ogni cittadino è di poco superiore ai 1.000 euro.

Un blocco cospicuo che raggruppa altri Paesi come Malta, Lussemburgo, Irlanda, Bulgaria, Portogallo ecc. la cifra pro capite è uguale o poco sotto i 500 euro. Nella fascia intermedia troviamo poi la Francia con circa 869 euro a persona e l’Italia con 550 euro.

Questo stato di cose già di per se pesante, anche a fronte di una recessione sempre in agguato, è stata sovraccaricata nel corso del vertice della NATO tenuto a L’Aia nel luglio scorso. In meno di 24 ore – perché tanto è durata l’assemblea – i leader occidentali hanno raggiunto accordi che, è inutile negarlo, appaiono più come illusioni collettive che come strategie concrete per la sicurezza europea. «Il fulcro del vertice è stato l’accordo sull’aumento della spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, una decisione che già al momento della sua adozione appare destinata al fallimento.

Nessun membro NATO ha finora raggiunto l’obiettivo di spesa del 5% (la Polonia è la più vicina, al 4,7%) e alcuni sono altamente propensi a trascinare i piedi quando si tratta di raggiungere quella pietra miliare. La Spagna, con il primo ministro Pedro Sanchez, ha già chiarito che Madrid non dovrà rispettare l’obiettivo del 5%» [3].

La struttura stessa dell’accordo tradisce la sua natura propagandistica. Quel tetto del 5%, composto da un  3,5% per le spese militari tradizionali e 1,5% per una categoria generica che include protezione delle infrastrutture critiche, difesa delle reti, preparazione civile ed altro, è sostanzialmente una definizione così vaga e di libera interpretazione  da permettere a ogni Paese di inserirvi qualsiasi voce di spesa e dichiarare di aver rispettato gli impegni; come ha fatto l’Italia dichiarando di aver raggiunto la soglia del 2% mediante artifici contabili.

Ma allora, a cosa è servito il vertice de L’Aia? Praticamente a nulla, se non inscenare una stucchevole e umiliante farsa – sotto la regia del Segretario NATO Mark Rutte – a beneficio dei mutevoli umori di Trump, sempre diffidente a dir poco nei confronti degli europei, talmente di bassa fattura tanto da far dire all’analista geopolitico Arnaud Bertrand: «Abbiamo raggiunto l’apice del vassallaggio europeo, perfino i servi medievali avevano più rispetto di sé»[4].

Dentro questo carosello di cifre, quale sarebbe la situazione che dovrebbe affrontare l’Italia? Intanto seguendo le indicazioni della Conferenza de L’Aia, per il nostro Paese questo vorrebbe dire passare da un impegno di 45 miliardi di oggi (35 per la difesa e 10 per la sicurezza) a 145 miliardi.

In attesa di capire se e come verrà trovata questa montagna di soldi, è utile ricordare che nella Relazione annuale presentata dal Governo al Parlamento come previsto dalla legge 185/90 – che disciplina il controllo sulle esportazioni importazione e transito dei materiali di armamento – nel 2025 si è registrata la crescita dell’industria militare sui mercati internazionali con un aumento del 19% delle autorizzazioni all’export rispetto al 2024. Tra gli aspetti forse più problematici di questo aumento di transazioni commerciali «c’è il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento che ha raggiunto circa 11,141 miliardi di euro, di cui 9,164 miliardi in uscita dall’Italia.

Negli ultimi quattro anni l’aumento del volume di autorizzazioni segna un colossale + 87%» [5]. Ma c’è di più, perché se proprio la citata legge 185/90 vieta le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto, il Kuwait è ora in testa alla lista dei Paesi destinatari.

L’oggetto della fornitura è il supporto tecnico e logistico per i velivoli Eurofighter Typhoon (EFA) e per gli elicotteri AW129, cioè la manutenzione della flotta che l’Italia aveva appunto venduto al Kuwait. Una commessa di servizi, quindi.

La principale beneficiaria è Leonardo S.p.A., il colosso dell’industria della difesa italiano a controllo pubblico. «Da sola, questa autorizzazione rappresenta il 33,56% dell’intero valore delle autorizzazioni individuali italiane all’esportazione. Un terzo del mercato concentrato in un unico contratto» [6].

Desta poi preoccupazione, e non poca, la fornitura di armi verso l’altro fronte di guerra dove è impegnato Israele. Come riporta la Rete Italiana Pace e Disarmo: «i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che le operazioni di trasferimento definitive verso Israele nel 2025 risultano infatti essere 228, per uno stato di avanzamento annuale di 3.037.416,79 euro; a queste si aggiungono 296 operazioni di riesportazione per ulteriori 19.603.918,09 euro.

Complessivamente, nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani, come detto tutti riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione formale delle nuove autorizzazioni. Inoltre anche nel 2025 il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene da Israele (circa 85 milioni di euro su 1,977 miliardi totali), a conferma che gli interscambi militari tra i due Paesi non si sono interrotti nonostante la guerra in corso a Gaza» [7].

Tanto, troppo denaro che circola, e tutto risulta evidente anche dalle transazioni bancarie legate all’export di armamenti. Lo scorso anno hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi contro i 12 del 2024, registrando ben «23.942 comunicazioni effettuate dagli intermediari; oltre il 66% delle transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti:

UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank» [8]. A questo punto è quasi possibile chiudere il cerchio del grande circo della produzione e compravendita di armi, che vede prima di tutto la crescita ipertrofica dell’Europa.

Ma è una crescita malata, addirittura schizofrenica, se seguiamo l’analisi pubblicata dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) che certifica come «le importazioni complessive di armi dei membri europei della Nato sono infatti più che raddoppiate e gli Stati uniti hanno fornito il 58% di queste importazioni. Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi» [9].

Quest’ultima constatazione ci porta dritti all’ultimo grande problema legato al riarmo, o forse all’abbaglio, che una montagna di soldi investiti nel settore delle armi possa produrre, quasi per magia, solide aspettative di ricadute occupazionali. Insomma l’assioma «più armi, più lavoro» sta crollando, e poi per nulla vera si sta dimostrando anche la convinzione che l’innovazione tecnologica in campo militare garantisce ricadute e sviluppi nel settore civile.

Calzante mi sembra l’osservazione fatta a riguardo della tecnologia c.d. stealth che rende “invisibili” ai radar gli aerei militari. Decine di miliardi di dollari spesi che non possono essere utilizzati per gli aerei commerciali che invece devono essere ben rilevati, monitorati e guidati dalle torri di controllo.

È solo un esempio, certo, ma se teniamo presente che l’attuale impegno di spesa dell’Italia di 35 miliardi potrebbe schizzare a più di 140 nei prossimi anni, «l’impatto sul lavoro è alquanto modesto. In alcuni casi concreti e circoscritti potrà rallentare la deindustrializzazione, ma non la invertirà.

Senza contare che le spese militari sono soldi pubblici sottratti a sanità, educazione, ricerca universitaria, transizione energetica e digitale, ambiente e welfare. Tutti ambiti in cui, a parità di spesa, si creerebbero dal 40 al 120 per cento in più di posti di lavoro» [10].

Già questi dati dovrebbero convincerci che raddoppiare o triplicare la spesa militare in Europa, oltre a non cambiare gli equilibri strategici, non produce una forte espansione dell’occupazione, ma consente invece una forte crescita sia degli utili delle aziende del settore militare che degli utili degli azionisti. Stefano Ferrarese [1] https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-numbers/, 7 gennaio 2026 [2] https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf, 13 aprile 2026 [3] Maurizio Boni, https://www.analisidifesa.it/2025/06/il-bluff-del-5-come-la-nato-allaia-si-e-condannata-allirrilevanza/, 26 giugno 2025 [4] Gianandrea Gaiani, https://lanuovabq.it/it/la-nato-si-e-trasformata-in-un-gruppo-di-paesi-servi-degli-usa, 27 giugno 2025 [5] Elisa Campisi, https://www.avvenire.it/attualita/nuovo-record-di-export-per-le-armi-italiane-e-il-medio-oriente-e-il-primo-mercato_106929, 9 aprile 2026 [6] Gianni Ballarini, https://www.nigrizia.it/notizia/export-militare-9-miliardi-kuwait-italia-leonardo-banche-armate, 10 aprile 2026 [7] https://retepacedisarmo.org/export-armi/2026/04/nuovo-record-di-vendita-di-armi-italiane-nel-2025-ben-91-miliardi-di-autorizzazioni-allexport/, 9 aprile 2026 [8] Simona Ciaramitaro, https://www.collettiva.it/copertine/italia/export—italia–2025-israele-usa-militare-tw7rt3d5, 9 aprile 2026 [9] Giorgio Beretta, https://ilmanifesto.it/i-cinque-anni-doro-delle-armi-boom-dellitalia-ma-incassano-gli-usa, 10 marzo 2026 [10] Gianni Alioti, https://www.weaponwatch.net/2025/08/26/lindustria-delle-armi-in-europa-e-il-suo-impatto-sul-lavoro/, 26 agosto 2025 The post Alle stelle la produzione e la compravendita di armi in Europa: appeared first on Mentinfuga.

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