Nashr

Domenica 19 aprile 2026 ore 05:00

Notizie

Resistere e sopravvivere in guerra

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 06:37 Fonte: Valigia Blu
Resistere e sopravvivere in guerra
Valigia Blu

Ci sono conseguenze della guerra che non si vedono nelle mappe militari, nei bollettini, nelle analisi geopolitiche, nelle cifre dei morti e dei feriti. Quelle sono le conseguenze che il mondo riesce ancora, in qualche modo, a nominare.

Poi ce ne sono altre, più difficili da spiegare, perché non riguardano soltanto ciò che la guerra distrugge fuori, ma soprattutto ciò che corrode dentro. La guerra, infatti, non si limita a devastare città, strade, ospedali, scuole, quartieri, famiglie.

La guerra scava anche nell’essere umano un vuoto che non sempre si lascia riempire. Un vuoto che non assomiglia alla semplice tristezza, e neppure alla paura nel suo significato più immediato.

È qualcosa di più simile a un’assenza pulsante, a un buco nero che inghiotte emozioni, energia, senso, continuità. Non importa se l’emozione che stai provando sia felice o dolorosa: tutto rischia di essere trascinato dentro quella forza oscura che lavora in silenzio, ma con una costanza spietata.

Chi non ha vissuto la guerra tende spesso a immaginarla come un evento delimitato: c’è un fronte, c’è un prima, c’è un dopo. Si pensa che il peggio coincida con l’esplosione, con il bombardamento, con la perdita, con la fuga, con la ferita.

Ma la verità è che la guerra non finisce quando smette il rumore. Anzi, a volte comincia davvero proprio dopo, quando il corpo è sopravvissuto ma la mente non riesce più a tornare completamente al luogo in cui si trova.

È lì che iniziano i cortocircuiti più difficili da raccontare. È lì che si capisce che il trauma non è soltanto un ricordo doloroso: è una frattura nel rapporto con il presente.

Mi è capitato di sperimentarlo nel modo più diretto e crudele. Durante le sedute con la psicologa.

A un certo punto la sua voce iniziava ad arrivarmi da lontanissimo, come se ci fosse un corridoio interminabile tra me e lei, come se le parole dovessero attraversare strati di nebbia prima di raggiungermi. Mi chiamava per nome con fermezza, cercando di riportarmi indietro:

“Karolina? Sei qui?”.

E io quella voce la sentivo davvero, ma in un’altra dimensione, come una luce troppo debole alla fine di un tunnel troppo buio per uscirne da sola. Tornare alla realtà, in certi momenti, richiede uno sforzo enorme.

Non è una scelta volontaria, non è distrazione, non è debolezza. È come se una parte della mente, sovraccaricata, decidesse di scollegarsi per non crollare del tutto.

Gli episodi dissociativi funzionano proprio così: il corpo resta, apparentemente presente, ma qualcosa dentro si ritira, si allontana, si anestetizza. È uno dei modi in cui il trauma si difende da se stesso, ma è anche uno dei suoi effetti più spaventosi, perché ti fa sentire straniera a te stessa.

Quando si parla di PTSD, di disturbo post-traumatico da stress, spesso si immaginano solo gli incubi o i ricordi improvvisi. Certo, anche quelli esistono.

I flashback arrivano senza bussare, irrompono nella mente con la stessa violenza con cui un’esplosione interrompe il silenzio. Ma il trauma non è solo questo.

Il trauma altera il tempo, altera la percezione, altera il modo in cui il corpo reagisce ai suoni, agli odori, alle immagini, alle pause, perfino ai momenti di pace. A volte il pericolo non è più presente, ma il tuo sistema nervoso non ci crede.

A volte sei al sicuro, ma dentro di te continua a suonare un allarme che non si spegne. È per questo che la guerra non resta confinata sul campo.

Sopravvive nelle persone, si deposita nel linguaggio, nelle reazioni, nelle difese, nella stanchezza cronica di chi continua a vivere anche quando una parte di sé è rimasta altrove. La psicologa mi propose due settimane in un centro di riabilitazione per veterani.

Mi disse che lì sarei stata seguita, aiutata, capita; che c’erano ragazzi arrivati dal fronte, altri usciti dalla prigionia, persone che portavano addosso ferite visibili e invisibili. Era, razionalmente, una proposta sensata.

Eppure la mia risposta fu immediata: “Non posso.

Il primo maggio devo andare in rotazione come paramedico”  Lei mi disse che non avevo le forze per farlo. Io le risposi che non avevo scelta.

E quando mi chiese perché, la risposta uscì da sola, nuda, essenziale, forse perfino più sincera di quanto fossi pronta ad ammettere: “Perché darei tutto pur di far sì che Odesa resti sempre ucraina.

Anche la mia vita.” Questa frase, a chi osserva da fuori, potrebbe sembrare estrema, retorica, forse perfino dettata da un impulso momentaneo. Ma non lo è.

Per comprenderla bisogna capire che cosa significa appartenere a un luogo non in modo decorativo, ma come si appartiene a qualcosa che ha formato il tuo sguardo, la tua memoria, il tuo senso di identità. Dopo un mese in rotazione, quando sono rientrata, la prima cosa che ho fatto non è stata andare a riposare.

Nonostante l’esaurimento emotivo, nonostante la testa piena, nonostante quella condizione sospesa in cui il corpo è tornato ma l’anima ancora no, ho preso la bicicletta e sono corsa al mare. Avevo bisogno di respirare l’aria salata, di sentire il suono delle onde, di guardare l’orizzonte.

Avevo bisogno di ricordare a me stessa che esiste ancora una linea continua tra me e il mondo, che non tutto è frammentato, che non tutto è stato inghiottito. Il mare, per me, non è mai stato solo un paesaggio.

È quasi una prova di esistenza. Davanti al mare sento con chiarezza che quello è il mio posto, che sono nata lì e che non cambierei nulla di questo legame, nemmeno sapendo quanto dolore comporta amare così profondamente una terra minacciata.

Forse è proprio questo il punto: quando ami davvero un luogo, non lo ami solo nei suoi giorni tranquilli, ma anche nel momento in cui è in pericolo. E allora sì, diventa naturale dire che saresti pronta a morire perché quella città resti ucraina, perché quel paese sopravviva.

Non è una posa eroica. È una forma radicale di fedeltà.

Però, con il tempo, ho capito che non si tratta solo di questo. Non si tratta solo di una città o di una bandiera, sarebbe troppo semplice ridurre tutto alla parola “patria”.

Quello che difendiamo qui è qualcosa di più fragile e allo stesso tempo più grande: è il tentativo, imperfetto e pieno di contraddizioni, di costruire un paese che scelga la democrazia, la libertà, la possibilità di decidere il proprio futuro. Difendere questo paese significa anche difendere uno spazio di valori che l’Europa ha costruito dopo la Seconda guerra mondiale, quando dalle macerie è nata l’idea che il potere dovesse avere dei limiti, che la forza non potesse essere l’unico linguaggio possibile.

Qui non si combatte solo per un territorio, ma per l’idea stessa che quei valori possano esistere davvero. E questo, forse, è ciò che rende tutto più difficile da accettare: dall’altra parte non c’è solo un esercito, ma una visione del mondo in cui la forza sostituisce il diritto, in cui l’imperialismo torna a essere una logica accettabile, in cui la libertà diventa negoziabile.

È anche per questo che continuo a tornare, nonostante tutto, nonostante la stanchezza, nonostante la paura, nonostante quella sensazione costante di essere svuotata. Perché so che quello che succede qui non riguarda solo noi, ma anche il tipo di mondo in cui vogliamo vivere.

Per capire davvero perché oggi sono così, però, bisogna tornare molto indietro, all’infanzia. Il contesto in cui sono cresciuta era pieno di contraddizioni.

L’Ucraina, quando sono nata, non era un paese “giovane” nel senso profondo del termine: esisteva da secoli, nelle sue tradizioni, nella sua cultura, nella sua memoria storica. Semmai era risorta come una fenice dalle proprie ceneri, riemersa dopo secoli di dominazioni, amputazioni, silenzi imposti.

Ma questa rinascita non aveva cancellato automaticamente le influenze precedenti. Io non sono cresciuta in un ambiente particolarmente pro-ucraino.

C’era ancora una forte presenza culturale russa, che penetrava nelle case con una naturalezza quasi invisibile, soprattutto attraverso la televisione. Si prendevano molti canali russi, compresi i cartoni animati, i programmi di intrattenimento, gli spettacoli serali.

Da bambina non ci vedevo nulla di insolito. Era il paesaggio mentale in cui ero immersa.

Solo anni dopo, riguardando quelle immagini con occhi adulti, ho compreso quanto soft power ci fosse in quel mondo apparentemente innocuo. Non era propaganda nel senso volgare del termine, non era un messaggio urlato.

Era qualcosa di molto più sottile e per questo più efficace. Ti trasmetteva l’idea di essere parte di un unico grande popolo, di uno spazio comune naturalmente destinato a restare unito, quasi che la dissoluzione dell’Unione Sovietica fosse stata una parentesi sbagliata, un incidente della storia destinato prima o poi a essere corretto.

Questo messaggio non arrivava solo tramite la politica, ma tramite il comfort emotivo. Attraverso i cartoni, le risate, la musica, i programmi dove partecipavano persone da Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan, Georgia.

Si sfidavano, gareggiavano, e poi alla fine, indipendentemente da chi vincesse, sembrava trionfare sempre l’amicizia. Il messaggio era semplice e potentissimo: siamo la stessa cosa.

E quella sensazione, per una bambina sensibile come me, era in qualche modo appagante. Vedere unione invece che violenza, armonia invece che frattura, era rassicurante.

Ma crescendo ho dovuto chiedermi se fosse reale oppure se fosse solo una narrazione sufficientemente ben costruita da sembrare verità. La realtà in cui vivevo, a ripensarci oggi, era assurda, quasi deformata, come guardarsi in uno specchio rotto o in quegli specchi dei parchi giochi che ti restituiscono un’immagine grottesca di te stessa.

Da un lato, in famiglia, c’erano i discorsi della zia che mi ha cresciuta: diceva che in Unione Sovietica si viveva bene, che i prezzi erano bassi, che c’era stabilità. Dall’altro lato, però, a ogni grande festa, per esempio a Pasqua, andavamo dalla bisnonna, si riuniva l’intera famiglia, si mangiava su una tavola piena di piatti tradizionali ucraini e poi, quasi inevitabilmente, ci si metteva a cantare canzoni ucraine antiche, alcune vecchie di centinaia di anni.

E lì succedeva qualcosa che non passava per le idee, ma per il corpo. Sentivo quel canto come una parte del DNA che si risvegliava.

Era una verità più profonda dei discorsi. Come se l’identità autentica non avesse bisogno di essere enunciata, ma bastasse intonarla perché tornasse viva.

Questa sensazione non mi ha mai abbandonata. Ancora oggi, con gli amici o con i militari e i paramedici con cui facciamo servizio, a volte cantiamo.

È successo, per esempio, dopo un’evacuazione recente. Eravamo su un pullman, io e altre due ragazze, dopo aver evacuato una ventina di feriti.

Quando si dice “venti feriti” si rischia di trasformare tutto in una statistica, ma dietro a quel numero ci sono volti, corpi devastati, occhi pieni di terrore, una stanchezza che sembra scavata fino all’osso. Eppure, in quel momento, è bastata una canzone.

Non per cancellare ciò che avevamo visto, non per fingere che andasse tutto bene, ma per rimettere qualcosa al proprio posto dentro di noi. È difficile perfino trovare la parola giusta: tonificante non basta, consolatorio nemmeno.

Era più simile a un riordino interiore. Come se il cuore, nel mezzo del caos, riconoscesse improvvisamente la propria forma.

Forse è anche per questo che continuo ad andare in rotazione. Non solo per il dovere morale che sento verso i soldati feriti, non solo perché so che ogni mano in più può fare la differenza tra la vita e la morte, ma anche perché nella guerra, paradossalmente, si incontrano persone che ti restituiscono una parte della fede nell’umanità.

La guerra toglie moltissimo, forse quasi tutto, ma a volte ti consegna legami che in nessun’altra circostanza avresti trovato. Persone con i tuoi stessi ideali, la tua stessa sete di libertà, il tuo stesso desiderio di non lasciare il paese in balia di chi vuole cancellarlo.

Nel battaglione medico Hospitallers mi sono unita nel giugno 2025. In meno di un anno ho visto abbastanza da sapere che si tratta di uno dei battaglioni medici più preparati presenti oggi in Ucraina, e il fatto più straordinario è che sia composto esclusivamente da volontari civili.

Non siamo militari, non facciamo ufficialmente parte dell’esercito, eppure siamo lì. C’è chi prende ferie dal lavoro per andare in rotazione, chi finge una malattia per riuscire a partire, chi ha lasciato università prestigiose in Europa per tornare in Ucraina, chi, come me, ha rinunciato alla possibilità di una vita spensierata all’estero per venire qui a fare qualcosa di concreto.

Tra noi ci sono molti giovani, ma anche veterani che, a causa delle ferite riportate, non possono più tornare nell’esercito e scelgono allora di continuare a servire come paramedici. È gente incredibile.

Gente che dimostra che la resistenza non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana fatta di competenze, rinunce, ostinazione e amore. La guerra, nel frattempo, è cambiata.

Non abbiamo molto lavoro ultimamente, ma non perché i feriti siano diminuiti. La verità è più inquietante: la guerra si evolve.

Progredisce, se così si può dire. Oggi è sempre più una guerra di droni.

E c’è qualcosa di spaventoso nel pensare che uccidere un uomo stia diventando sempre più simile a un videogioco. La distanza tecnologica rende l’atto più astratto, meno corporeo, meno diretto.

E proprio per questo, forse, ancora più terribile. Perché quando la morte viene mediata da uno schermo, da un comando, da un gesto lontano, si abbassa la soglia emotiva che separa l’essere umano dall’atto di distruggere un altro essere umano.

È una disumanizzazione che non riguarda solo chi muore, ma anche chi partecipa a questo meccanismo. Eppure, nonostante tutto, continuo a tornare.

Non perché mi senta invincibile. Non perché io non abbia paura.

Non perché il trauma non mi stia divorando a tratti da dentro. Continuo a tornare perché non vedo un altro modo di essere fedele a ciò che amo, a ciò che sono, a ciò che la mia terra chiede a chi non vuole girarsi dall’altra parte.

La guerra mi ha svuotata in molti modi, ma non mi ha tolto la capacità di riconoscere ciò per cui vale la pena restare in piedi. E se oggi riesco ancora a scrivere, a raccontare, a soccorrere, a guardare il mare e a sentire che quello è il mio posto, allora forse resistere significa proprio questo: vincere contro il buio una volta per tutte e continuare a scegliere, ogni giorno, di non lasciarsi inghiottire completamente.

Farlo anche, e soprattutto, in memoria di tutti coloro che oggi non ci sono più. Ricordarli non come assenze, ma come luce che continua a esistere attraverso chi resta.

Perché alla fine è questo che rimane: la responsabilità di portare avanti quella luce, anche quando tutto intorno sembra fatto per spegnerla. Il mio sogno, oggi, è semplice e allo stesso tempo enorme: vivere abbastanza per vedere la luce vincere contro il buio.

Vedere un’Europa davvero unita, non solo nei trattati o nei discorsi, ma nella capacità concreta di difendere se stessa e i valori su cui è nata. Un’Europa capace di resistere alle grandi potenze che cercano, ancora una volta, di piegare il mondo alla logica della forza. *Karolina Chernoivan, paramedica, fixer e fotografa ucraina di Odesa, interverrà nel panel "Viaggio nella resistenza ucraina" nell'ambito del programma Valigia Blu Live alla XX edizione del Festival Internazionale del Giornalismo.

Qui il programma completo di VB Live.

Articoli simili

Nella stessa categoria

Argomenti