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Che cos’è l’euroscetticismo
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L’euroscetticismo è un concetto complesso che mette in discussione l’idea che l’integrazione europea sia un fenomeno prettamente di natura positiva. Tale percezione si basa sull’assunto secondo cui l’Unione europea (Ue) minerebbe la sovranità nazionale, promuovendo un elitismo burocratico e mancando, tra le altre cose, anche di trasparenza democratica.
Alcuni esempi di euroscetticismo includono i critici che sostengono che l’Ue sia eccessivamente centralizzata, imponendo politiche che avvantaggiano le grandi aziende a scapito dei lavoratori, o che favorisca un’immigrazione elevata senza adeguati controlli. La nascita dell’euroscetticismo Il concetto di “Europa” affonda le radici nell’antichità, evolvendosi da un’idea mitologica e geografica (come il mito greco di Europa rapita da Zeus) a un’entità culturale distinta, spesso definita in opposizione all’“altro” (ad esempio, l’Oriente o l’Africa).
Nei secoli, pensatori come Montesquieu hanno teorizzato divisioni interne, mentre l’Illuminismo ha promosso un'”Europa delle lettere”, condivisa, ma frammentata da nazionalismi emergenti. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’idea di un’Europa unita prese forma concreta con l’obiettivo di garantire una pace equa e duratura.
La Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 gettò le basi per la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca, istituita nel 1951 da sei Paesi fondatori). Poi fu seguita dai Trattati di Roma del 1957 per la creazione della Comunità economica europea (Cee), precursore dell’Unione europea vera e propria, nata con il Trattato di Maastricht nel 1993.
Questo percorso culminò con il Trattato di Lisbona del 2009, che introdusse l’articolo 50 per consentire il recesso volontario di uno Stato membro. Tuttavia, fin dagli esordi del progetto europeo emersero opposizioni ideologiche.
I partiti comunisti (come il Pci italiano e il Pcf francese) interpretavano l’integrazione come uno strumento della politica statunitense nel contesto della Guerra fredda. I nazionalisti di destra invece contestavano la cessione di sovranità nazionale, proponendo un’”Europa delle Patrie” basata su una cooperazione intergovernativa piuttosto che su istituzioni sovranazionali.
Le prime manifestazioni esplicite di euroscetticismo si svilupparono soprattutto nel Regno Unito, dove la stampa tabloid (come The Sun) ritraeva l’Ue come un “super-Stato burocratico”. Il momento simbolico più significativo fu il discorso di Bruges di Margaret Thatcher.
Pronunciato il 20 settembre 1988 cristallizzò il termine “euroscetticismo” e ne definì i contorni principali: «We have not successfully rolled back the frontiers of the state in Britain, only to see them re-imposed at a European level with a European super-State exercising a new dominance from Brussels» («Non abbiamo abbattuto con successo le frontiere dello Stato nel Regno Unito, solo per vederle reimposte a livello europeo con un super-Stato europeo che eserciti un nuovo dominio da Bruxelles»). Questa critica segnò l’inizio di un’opposizione che avrebbe accompagnato e condizionato l’intero processo di integrazione europea.
Manifestazioni e tipologie di euroscetticismo L’euroscetticismo si manifesta in forme diverse, tra cui campagne elettorali, proteste pubbliche e referendum, spesso amplificati da crisi economiche e sociali che mettono in luce le tensioni tra interessi nazionali e integrazione europea. Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010, questo atteggiamento ha conosciuto una crescita significativa.
Le motivazioni principali sono state di natura economica, istituzionale e culturale: la crisi del debito sovrano europeo (2009-2012) ha rappresentato un punto di svolta, con le misure di austerità imposte dall’Ue percepite come punitive e deleterie per la sovranità economica, specialmente in Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Dal punto di vista tipologico, le categorie principali dell’euroscetticismo sono due: l’euroscetticismo soft (o morbido) e l’euroscetticismo hard (o duro).
L’euroscetticismo hard implica una vera e propria opposizione al principio base del funzionamento dell’Ue, proponendo il ritiro dello Stato dal progetto europeo. Il Brexit party (oggi Reform Uk) nel Regno Unito è un caso studio particolarmente emblematico.
Viceversa, l’euroscetticismo soft, supporta l’adesione, pur opponendosi a delle politiche specifiche, come la moneta unica o l’allargamento, dove gli interessi nazionali confliggono con la traiettoria dell’Ue. Un esempio è quello del The left nel Parlamento europeo: una coalizione confederale che unisce partiti socialdemocratici, ecosocialisti e comunisti con l’intento di superare il modello neoliberista dell’Ue.
Ulteriori forme di euroscetticismo, meno note, propongono una suddivisione ulteriore tra euroscetticismo condizionale – vale a dire l’accettazione ma con riforme (dunque modifiche) adeguate – e l’euroscetticismo compromissorio – caratterizzato da un’opposizione selettiva. Misurazione dell’euroscetticismo La misurazione dell’euroscetticismo non è semplice, poiché subentrano diversi fattori, interessi e motivazioni.
Tutti sono imprescindibili nel tentare di stimare la propria posizione favorevole (o meno) al progetto di integrazione europeo, seppur i momenti di crisi amplifichino le conseguenze negative. In generale, la misurazione avviene principalmente attraverso sondaggi, come Eurobarometro.
Quest’ultimo è lo strumento ufficiale di sondaggio di opinione utilizzato da Commissione europea, Parlamento europeo e altre istituzioni per valutare le percezioni pubbliche dei cittadini nei vari Stati Ue. Tra i fattori utili per l’analisi del fenomeno euroscettico vi sono il grado di fiducia nell’Ue, la percezione dei benefici apportati e il supporto al processo di adesione.
Altre metriche di misurazione da considerare includono i risultati elettorali dei partiti euroscettici, i voti espressi nel Parlamento europeo e le analisi dei manifesti dei vari partiti. Per quanto riguarda la diffusione concreta del fenomeno, i dati più recenti di Eurobarometro (Autunno 2025, Standard Eurobarometer 104) mostrano che la fiducia media nell’Ue è pari al 48% (in leggera discesa rispetto alla primavera 2025).
Mentre la percezione che il proprio Paese “benefici dall’appartenenza all’Ue” raggiunge il 74% a livello Ue. In Italia, la fiducia è intorno al 49% e la percezione dei benefici si attesta sul 60-65%.
In Francia invece, la fiducia è al 35-40%, a causa di una generalizzata diffidenza verso le istituzioni e della crisi economica. Infatti, queste metriche si collegano direttamente a fatti economici e sociali.
La crisi del debito sovrano (2009-2012) e l’austerity hanno fatto schizzare l’euroscetticismo in Grecia, Spagna e Portogallo. Successivamente, la crisi migratoria nel periodo 2015-2017 ha aumentato del 20-25% i voti ai partiti anti-Ue in Paesi di frontiera.
Più recentemente, la pandemia da Covid-19 ha inizialmente peggiorato la percezione della gestione Ue, ma i fondi di recupero hanno invertito la tendenza in molti Paesi, inclusa l’Italia. Attori principali L’euroscetticismo è alimentato da una varietà di attori, tra cui partiti politici, leader carismatici, movimenti sociali e gruppi parlamentari europei.
Tra i partiti più influenti ci sono quelli di estrema destra, che accusano l’Unione europea di sottrarre la sovranità agli Stati membri e di imporre politiche monetarie e migratorie che penalizzano i singoli Paesi. Nonostante la Francia sia tra i sei Paesi fondatori, l’euroscetticismo si è sviluppato sin dagli anni Novanta, con un referendum sul Trattato di Maastricht (1992), approvato solamente con il 51% di voti favorevoli.
Il rifiuto nel 2005 del Trattato costituzionale europeo (Tce), guidato da preoccupazioni sul fenomeno migratorio e sul neoliberalismo, ha segnato un punto cruciale. L’attore principale dell’euroscetticismo francese è il Rassemblement national (precedentemente Front national), che con Marine Le Pen ha raggiunto il ballottaggio presidenziale nel 2017 e spinge per la Frexit (cioè l’uscita della Francia dall’Ue).
Le cause del suo successo includono la crisi economica, un forte senso di identità nazionale e una crescente sfiducia nelle istituzioni. In Italia invece l’euroscetticismo è un fenomeno variabile e sfaccettato.
Il Movimento 5 Stelle (M5S) inizialmente ha seguito la via di un euroscetticismo hard, poi diventato più favorevole all’Europa sotto la guida di Giuseppe Conte. La Lega con Matteo Salvini ha ottenuto poco più del 34% dei voti nelle elezioni europee del 2019, focalizzandosi su immigrazione incontrollata, austerità e critica delle politiche europee.
Un’espressione più radicale di euroscetticismo in Italia è rappresentata da Gianluigi Paragone che, una volta espulso dal M5S nel 2020 per le sue posizioni critiche, ha fondato il partito Italexit, chiaramente favorevole all’uscita dall’eurozona e dall’Ue. Anche se Italexit ha ottenuto un consenso limitato (sotto il 3% nelle elezioni successive), ha contribuito a mantenere acceso il dibattito.
Regno Unito: la Brexit come esempio d’eccellenza Il Regno Unito rappresenta con ogni probabilità il caso più emblematico di euroscetticismo hard. Lo stesso anglicismo Brexit è stato coniato per riferirsi all’uscita del Paese dall’Unione europea, sancita da un referendum nel giugno del 2016 e formalizzata in via definitiva il 31 gennaio del 2020.
La sua importanza risiede nella sua unicità: per la prima volta nella storia dell’integrazione europea, uno Stato ha democraticamente scelto di abbandonare l’Unione, con la prima vera attuazione dell’articolo 50 del Tue. Gli attori chiave sono stati lo Uk independence party (Ukip) guidato da Nigel Farage e fazioni euroscettiche nel partito conservatore.
Le cause principali dell’uscita sono state molteplici e intrecciate: la difesa della sovranità nazionale contro il “super-Stato burocratico” di Bruxelles (tema centrale già dal discorso di Thatcher del 1988 e rilanciato nella campagna per il Leave con lo slogan “Take back control”); la percezione di un’immigrazione incontrollata e di una perdita di controllo sulle frontiere; il rifiuto di contributi economici all’Ue; e l’austerity percepita come imposta dall’esterno. Tutto si è intersecato con una crescente sfiducia nelle istituzioni europee alimentata da un sentimento di distacco culturale e identitario.
Sviluppi recenti e possibili scenari futuri La pandemia da Covid-19 ha generato inizialmente ondate di sfiducia diffusa verso l’Ue a causa della lentezza nelle risposte comuni e delle disparità tra i vari Stati membri. Tuttavia, i fondi di recupero, come il NextGenerationEU, hanno invertito la tendenza, favorendo un ritorno della fiducia e dimostrando che l’integrazione può affrontare crisi sistemiche quando si attiva solidarietà concreta.
Nel periodo post-Covid l’euroscetticismo rimane presente, ma è più contenuto: l’ascesa delle destre euroscettiche negli ultimi anni (Fratelli d’Italia al 28-30% in Italia, Rassemblement national intorno al 30-35% in Francia) ha reso il fenomeno una forza strutturale, legata a sovranità nazionale, immigrazione e identità culturale. Molti di questi partiti hanno adottato posizioni più pragmatiche, non più per l’uscita dall’Ue o dall’euro, ma per riforme dall’interno.
Il futuro dell’Unione europea sarà determinato dall’evoluzione delle crisi geopolitiche, economiche e migratorie, così come dalle risposte istituzionali che verranno adottate. Un rafforzamento delle forze di destra nazionalista potrebbe portare a un’integrazione differenziata o “a più velocità” oppure a un ridimensionamento di alcune competenze comuni.
D’altro canto, meccanismi di solidarietà concreta, come i fondi dell’Ue, la difesa condivisa e la gestione congiunta delle minacce esterne, potrebbero rafforzare i vantaggi percepiti dell’Unione e limitare le tendenze euroscettiche più estreme. Fonti Dainotto Roberto M.
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Taggart Paul, Szczerbiak Aleks. (a cura di). 2008.
Opposing Europe? The Comparative Party Politics of Euroscepticism (2 volumi).
Oxford University Press. L'articolo Che cos’è l’euroscetticismo proviene da Lo Spiegone.