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Cultura

Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo

Lunedì 20 aprile 2026 ore 08:27 Fonte: Rivista Studio
Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo
Rivista Studio

Nella destra italiana è iniziata l’ossessiione per remigrazione. Tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci va avanti da mesi un conflitto su chi rappresenti le posizioni più radicali in materia di immigrazione.

Questo scontro è emerso in maniera evidente negli ultimi giorni, a ridosso del Remigration Summit tenutosi sabato 18 in Piazza Duomo a Milano. L’iniziativa, promossa dai Patrioti europei, ha raccolto l’adesione di diversi partiti dell’estrema destra continentale.

Anche il leader della Lega ha annunciato la partecipazione del partito, suscitando reazioni critiche da parte anche da parte dell’alleato di governo Forza Italia. Vannacci, dal canto suo, ha attaccato Salvini accusandolo di non essere abbastanza di destra perché non rivendica con coraggio la remigrazione come orizzonte politico.

Non è un caso che oggi gli equilibri della destra si giochino attorno a questa parola. Si tratta di un concetto sempre più centrale nel dibattito dell’estrema destra internazionale, che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente anche nel contesto italiano.

Usata in opposizione alla multiculturalità e alla presunta “grande sostituzione”, dietro questa formula si nasconde, nella sostanza, l’idea di una deportazione di massa su base etnico-razziale. Non si tratta quindi di un termine neutro, ma di una parola che nasce dentro un preciso quadro ideologico, sviluppatosi nel corso dei decenni e che solo oggi trova un appoggio esplicito nella politica istituzionale.

Diventa allora necessario capire da dove nasce il concetto di remigrazione, come si è trasformato nel tempo e come sia approdato recentemente in Italia. Per approfondire questi temi abbiamo parlato con Marion Jacquet-Vaillant, docente di scienza politica all’Université Paris-Panthéon-Assas e ricercatrice al Centre d’études constitutionnelles et politiques; con Valerio Renzi, giornalista e scrittore, esperto di estreme destre in Italia e nel mondo, autore de Le radici profonde.

La destra italiana e la questione culturale e della newsletter settimanale S’è destra; e con Lorenzo Pacini, assessore del Municipio 1 di Milano per il Partito Democratico. Sulle origini del concetto di remigrazione, molti studiosi concordano nel rintracciarne le radici in progetti di migrazioni forzate di massa elaborati già alla fine dell’Ottocento, nei circoli antisemiti europei.

Proposte che non trovarono una piena realizzazione, ma che contribuirono a sedimentare un immaginario politico fondato sull’espulsione di intere comunità considerate “non assimilabili”. Questo tipo di visione ha continuato a riemergere nel corso del Novecento e ha trovato una sua nuova rielaborazione in Francia a partire dagli anni Novanta, quando diversi movimenti di estrema destra hanno radicalizzato le proprie posizioni contro la possibilità di integrazione delle comunità migranti nel tessuto sociale nazionale.

È in questo humus culturale e ideologico che inizia a maturare il concetto moderno di remigrazione. «Il termine è stato introdotto in Francia dai gruppi Bloc Identitaire e Génération Identitaire attorno al 2011», mi racconta Jacquet-Vaillant. «Hanno importato la parola “remigrazione” dal Vlaams Belang, un partito di estrema destra belga. All’inizio il concetto rimase piuttosto marginale nel dibattito politico francese, ma iniziò a guadagnare visibilità soprattutto durante il governo di sinistra guidato da François Hollande». «In quegli anni», prosegue Jacquet-Vaillant, «il Presidente aveva promosso una “roadmap per l’uguaglianza repubblicana e le politiche di integrazione”.

In risposta, il movimento identitario diffuse una propria “roadmap per una politica di identità e remigrazione”. Sempre nel 2014 organizzò anche una prima “conferenza sulla remigrazione”, che contribuì a diffondere e internazionalizzare l’utilizzo di questa parola».

Queste iniziative si inseriscono in una fase di forte fermento ideologico della destra internazionale, che in quegli anni trova nuova linfa nei lavori di alcuni intellettuali. Un ruolo centrale lo ha la crescente diffusione delle teorie di Renaud Camus, autore di estrema destra e ideologo del complotto della “grande sostituzione”, divenuto progressivamente un punto di riferimento per il movimento identitario francese.

A contribuire alla circolazione di queste teorie fu anche il clima di paura e insicurezza che si diffuse in Europa durante la stagione di attentati rivendicati dallo Stato Islamico. Il movimento identitario seppe sfruttare queste tensioni per promuovere un’agenda apertamente islamofoba e razzista. «Dopo i grandi attentati terroristici come Charlie Hebdo e il Bataclan», mi spiega Jacquet-Vaillant, «la loro retorica cambiò sensibilmente: gli immigrati non venivano più descritti solo come una minaccia culturale o sociale, ma sempre più come potenziali aggressori o terroristi.

Il pericolo associato all’immigrazione venne così riformulato e intensificato». È proprio in questa fase che il concetto di remigrazione inizia a diffondersi parallelamente anche nel mondo tedesco e austriaco, in particolare attorno ad alcune avanguardie militanti. «Dalla branca austriaca di Génération Identitaire emerge la figura dell’attivista di estrema destra Martin Sellner», mi dice Renzi. «È anche attraverso la sua azione che si apre una nuova fase per questa parola, che comincia lentamente a trovare eco nella destra mainstream di lingua tedesca.

Un percorso culminato poi nel 2023 con il meeting di Potsdam, dove Sellner ha illustrato il suo piano di deportazione di fronte ai vertici di Alternative für Deutschland ed alcuni membri del partito conservatore CDU». Il termine remigrazione si diffonde in Italia in anni più recenti, in particolare in relazione ad alcuni fatti di cronaca avvenuti durante il Capodanno del 2025, racconta Renzi. «Il riferimento è agli episodi verificatisi in piazza Duomo a Milano quando gruppi di ragazzi di origine nordafricana sarebbero stati coinvolti in disordini e in almeno un episodio documentato di molestia sessuale.

In questo contesto compare per la prima volta nel dibattito pubblico italiano il termine “remigrazione”, utilizzato da alcuni esponenti della Lega, inizialmente a livello locale e poi, nel giro di pochi giorni, rilanciato in Parlamento e nei talk televisivi». Mentre il termine iniziava a essere adottato da alcuni esponenti della Lega e dallo stesso Salvini, si diffondeva parallelamente anche nei circuiti dell’estrema destra al di fuori della dimensione istituzionale. «I gruppi di estrema destra hanno promosso il Remigration Summit di Milano nel maggio del 2025.

Alcune organizzazioni orbitanti nell’area di CasaPound, come Fronte Veneto Skinhead, la Rete dei Patrioti e altre sigle minori, hanno lanciato un comitato chiamato “Remigrazione e Riconquista”, accompagnato da una raccolta firme per una legge d’iniziativa popolare. È interessante osservare il fenomeno anche dal punto di vista editoriale: il libro di Sellner, intitolato Remigrazione.

Una proposta è stato tradotto da Passaggio al Bosco, una casa editrice molto discussa perché considerata una sorta di camera di compensazione tra l’area di Fratelli d’Italia e la destra neofascista. Anche questo concetto sembra quindi funzionare come un anello di congiunzione tra la militanza giovanile più radicale e la destra istituzionale».

Il riallineamento dell’estrema destra attorno al concetto di remigrazione ha aperto un dibattito sulle continuità e sulle discontinuità che questa idea rappresenta nel panorama ideologico reazionario. Nel contesto italiano, secondo l’assessore Pacini, la remigrazione si inserisce come un’evoluzione di discorsi xenofobi già presenti da decenni nella destra e, in particolare, nella storia della Lega. «L’idea di “cacciare via gli immigrati clandestini” affonda le sue radici nell’Italia tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, con la Lega Nord di Bossi.

In una prima fase il bersaglio non erano gli stranieri, ma i “terroni”, cioè i migranti interni dal Sud Italia. Successivamente l’attenzione si sposta sui rom e poi sui profughi provenienti dalla guerra nella ex Jugoslavia; poco dopo arrivano gli albanesi, poi i rumeni.

È lì che si consolida l’idea di una criminalità “importata” con l’immigrazione, e quindi l’idea dell’espulsione come soluzione politica. Questa dinamica si ripete ciclicamente: cambia il bersaglio, ma non cambia la struttura del discorso».

Secondo Renzi, invece, il concetto di remigrazione presenta elementi effettivamente innovativi rispetto alla tradizionale retorica xenofoba. «Non si tratta più di una generica ostilità verso la presenza dei migranti sul nostro territorio, ma di qualcosa di più radicale. Fino a poco tempo fa la propaganda puntava soprattutto sugli irregolari o sui richiedenti asilo.

Qui, invece, il tema non è più soltanto l’immigrazione in senso stretto, ma l’idea di espellere anche soggetti che hanno la cittadinanza del Paese – italiana, francese o tedesca – ma che vengono considerati “non assimilabili”, cioè persone semplicemente di origine straniera». Renzi cita quindi un episodio concreto: «Quando in Germania Alternative für Deutschland invia cartoline con biglietti aerei di sola andata a famiglie selezionate esclusivamente perché avevano cognomi non tedeschi, vuole mandare un messaggio chiaro.

Il punto è ricostruire una presunta “bianchezza” della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo. Non “solo” cacciare gli irregolari».

La remigrazione, tuttavia, non è soltanto una questione europea, anzi. Donald Trump ha flirtato per anni, in modo esplicito, con il complotto della “grande sostituzione”, mentre il ruolo centrale assunto dalle squadracce dell’ICE nella politica migratoria statunitense rappresenta, nei fatti, una forma concreta — e quindi estremamente violenta — di remigrazione. «L’offensiva trumpiana contro l’immigrazione sta avendo un ruolo simbolico importante», mi spiega Jacquet-Vaillant, «non tanto come modello diretto per l’Europa, ma piuttosto come prova che, quando esiste la volontà politica, l’azione è possibile». «In effetti il termine “remigrazione” è volutamente ambiguo», osserva Pacini. «Da un lato i politici lo utilizzano in televisione sostenendo che si riferisca solo agli immigrati irregolari, senza ricordare che questo è già previsto dalla legge e che esistono procedure precise in materia.

Dall’altro lato, però, chi vuole interpretarlo in senso più radicale lo legge come il progetto di espellere in blocco le persone non bianche». In questo senso è utile interpretare la retorica anti-immigrazione come un elemento ormai integrato nel sistema politico, oggi in gran parte nelle mani delle destre, come mi spiega Renzi. «Se non sei in grado, o non vuoi, redistribuire ricchezza, allora redistribuisci potere simbolico.

Dai all’elettorato la sensazione di poter esercitare un piccolo pezzo di potere, o di violenza simbolica, contro qualcun altro. In sostanza rafforzi le gerarchie sociali così come sono: di classe, di razza, di genere.

È anche per questo che la destra, perfino quando è al governo, continua a collocarsi simbolicamente come se fosse all’opposizione. Non è solo distrazione o propaganda: è il meccanismo attraverso cui costruisce e mantiene il consenso».

La remigrazione non è dunque soltanto una proposta radicale e razzista, ma anche un dispositivo retorico nelle mani della destra per sostenere e rafforzare la propria narrazione della realtà. Se presa alla lettera come progetto politico concreto, infatti, entrerebbe in conflitto con il ruolo storico della destra conservatrice: il mantenimento dello status quo economico e sociale.

I grandi capitali, nella sostanza, hanno bisogno dell’immigrazione come serbatoio di manodopera a basso costo. È noto che quote significative di forza lavoro migrante sono ormai indispensabili nei paesi europei, Italia compresa, in settori chiave dell’economia.

Per questo motivo, è difficile immaginare l’applicazione reale di politiche di remigrazione su larga scala. Più plausibile è che si continui lungo la traiettoria già in atto: non un’espulsione di massa, ma una gestione sempre più disciplinante della presenza migrante, finalizzata ad accelerarne l’utilizzo economico rendendola al tempo stesso più debole, più ricattabile e maggiormente vincolata sul piano giuridico e sociale.

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