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La guerra in Ucraina non è lontana, è in anticipo: cosa resta dell’Europa se ci abituiamo all’orrore

Lunedì 20 aprile 2026 ore 06:46 Fonte: Valigia Blu

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Karolina Chernoivan, paramedica, fixer e fotografa ucraina di Odesa, ha partecipato al Festival Internazionale del Giornalismo per condividere la sua esperienza e la realtà della guerra in Ucraina, sottolineando come il conflitto non sia un evento distante, ma una realtà che ci coinvolge direttamente. Attraverso il suo lavoro con reporter internazionali, Chernoivan ha messo in luce l'orrore della guerra e ha sollevato interrogativi su cosa rimanga dell'Europa se ci abituiamo a questa violenza, invitando a riflettere sull'importanza della solidarietà e della consapevolezza di fronte a una crisi che minaccia i valori fondamentali della società europea.
La guerra in Ucraina non è lontana, è in anticipo: cosa resta dell’Europa se ci abituiamo all’orrore
Valigia Blu

*Pubblichiamo il testo dell'intervento finale al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia di Karolina Chernoivan, paramedica, fixer e fotografa ucraina di Odesa, durante l'incontro "Viaggio nella resistenza ucraina". Se oggi mi ascoltate, non fatelo come si ascolta una storia che finisce qui, su questo palco.

Non fatelo come si ascolta qualcosa che commuove, che colpisce… e poi si lascia andare, tornando alla propria vita. Perché la guerra funziona anche così: vive della distanza.

Più è lontana, più diventa accettabile. Più diventa rumore di fondo.

All’inizio sono immagini. Poi diventano numeri.

Poi diventano abitudine. E quando qualcosa diventa abitudine, smette di essere insopportabile.

Ed è in quel momento che perdiamo qualcosa. Non fuori.

Ma dentro. Io quella distanza l’ho persa.

Non posso più permettermi di pensare che sia altrove, che sia temporaneo, che sia qualcosa che passerà. E non parlo solo di Ucraina ora, ma di tutti gli altri paesi che oggi vivono la guerra.

Perché la guerra, quando la vedi davvero, non è un evento. È una condizione.

È qualcosa che entra dentro e resta. Resta nei corpi. Resta nelle case distrutte. Resta nei silenzi.

Resta nel modo in cui guardi il mondo… anche quando sei lontano dal fronte. E allora il punto non è cosa succede in Ucraina, o Palestina, o Libano, o Iran.

Il punto è cosa succede a noi mentre lo guardiamo. Perché ogni volta che ci abituiamo alla guerra, ogni volta che la rendiamo normale… stiamo facendo una scelta.

Anche quando pensiamo di non farla. Ci piace pensare che i valori siano qualcosa di stabile, qualcosa che esiste di per sé.

Ma non è così. I valori esistono solo finché qualcuno è disposto a difenderli.

E difenderli non significa solo combattere. Significa guardare.

Capire. Non voltarsi.

Significa non accettare versioni comode della realtà. Significa riconoscere quando qualcosa è sbagliato… anche quando dirlo costa.

Io non sono qui per chiedervi empatia. L’empatia è fragile.

Va e viene. Io sono qui per chiedervi qualcosa di più scomodo.

Consapevolezza. Responsabilità.

E coraggio. Resistere e sopravvivere in guerra Perché quello che sta succedendo in Ucraina non è solo una guerra per un territorio.

È una guerra su cosa siamo disposti a tollerare. E ogni giorno, lì, quella linea viene testata.

Il mio sogno europeo non è entrare in qualcosa. È non dover più spiegare perché certe cose non devono succedere.

È vivere in uno spazio dove la libertà non è negoziabile, dove la dignità non è relativa, dove la verità non è opzionale. La guerra in Ucraina non è lontana.

È semplicemente in anticipo. Immagine in anteprima:

Riccardo Urli/IJF26

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