Cultura
Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni
“E andando in vespa mi piace anche fermarmi a guardare gli attici dove mi piacerebbe abitare. Mi immagino di ristrutturare gli appartamenti su in alto che vedo dalla strada, appartamenti che i proprietari non hanno alcuna intenzione di vendere.
E un giorno poi un attico che mi sembrava più accessibile di altri, io e Silvia siamo anche saliti a vederlo. Abbiamo chiesto quanto costava e ci hanno risposto ‘10 milioni al metro quadro’. ‘Come 10 milioni al metro quadro?’ e dice: ‘Sì, ma non si può fare un discorso di un tanto al metro quadro, perché Via Dandolo è una via storica’, ha detto il proprietario. ‘Garibaldi qui ci ha fatto la resistenza’”.
Torno spesso col pensiero a questa scena di Caro Diario di Nanni Moretti quando, attraversando Milano in motorino con il mio compagno, replichiamo una versione più timida dello stesso giochino. La regola del gioco – una sola e molto semplice – è la seguente: guardare un palazzo in una zona semicentrale qualunque e commentare:
“Pensa: qui anche solo sei o sette anni fa, non dico che riuscivi proprio a comprare, ma, insomma, era fattibile”. Muovendo la pedina verso edifici decadenti in vie bruttine di NoLo, il gioco sale a un livello ancora più masochista:
“Pensa se avessimo avuto l’età che abbiamo oggi, che ne so, nel 2006: qui un bell’attico con tre camere da letto e terrazza te lo tiravano dietro con la pala, eh”. E tuttavia, a differenza di Moretti e della moglie Silvia Nono, non avremmo mai l’ardire di salire a chiedere quanto costa un attico nella Via Dandolo di Milano.
Non tanto per timore o vergogna: via Dandolo non appartiene al perimetro delle nostre fantasie, neanche di quelle più proibite. È il naturale processo di eliminazione: quel segmento di città non è contemplato nel nostro orizzonte di possibilità, né ora né, probabilmente, mai.
Ho quasi trentaquattro anni. Per una fortunata combinazione di fattori, tra poco meno di due sarò professoressa associata nella facoltà di Giurisprudenza di uno dei maggiori atenei del Paese, dopo aver avuto esperienze lavorative di alto livello sia nel pubblico, sia nel privato.
I miei genitori, professionisti, sono a loro volta figli di una genealogia di professionisti che risale fino al mio trisavolo. Mio padre era primario di chirurgia senologica.
Mia madre avvocato. Mio nonno era primario anestesista; il mio bisnonno possedeva una cartiera e il mio trisavolo aveva studiato chimica all’università.
Tutto questo tralasciando zii e prozii, il cui coinvolgimento implicherebbe, ad esempio, il racconto di fantomatiche storie di Excelsior lidensi (sì, l’hotel) persi giocando a carte. Siamo, banalmente, dei borghesi istruiti; un’identità che, in fondo, rivendico o di cui, comunque, non mi vergogno.
Non c’è nulla da nascondere, né alcuna colpa da espiare in questo DNA democristiano che ci definisce. È un dato di fatto.
È, ad esempio, il sistema di valori che mi ha consentito di ambire a posizioni interessanti lontano dalla mia città di origine. È il contesto che mi ha permesso di lavoricchiare come baby-sitter durante gli anni dell’università per la sola “posa” di dire che lavoravo mentre studiavo.
Non ne avevo davvero bisogno. È dunque una collocazione nel mondo che accetto senza riserve: è ciò che ha reso la mia traiettoria non solo immaginabile, ma percorribile.
E tuttavia, sebbene sia vero che questa traiettoria pare assecondare, almeno in astratto, una vaga idea di “realizzazione” (non oso dire “successo”), è altrettanto vero che, alle volte, fatica a trovare un riscontro nella realtà. Esiste infatti una dimensione pratica del vivere, fondamentale per stare al mondo in modo dignitoso, che questa pur solida genealogia non riesce più a garantire.
Non nei termini e nei modi in cui era stata promessa, almeno. Questa dimensione è la casa.
Se, infatti, è il pane il bene che garantisce la sopravvivenza, è la casa quello che ne assicura la dignità. La casa in cui abitiamo è in grado di determinare se la nostra vita sia vivibile o, all’opposto, se non lo sia affatto o non abbastanza, quantomeno.
Non è sicuramente l’unico, ma è tra i primi indicatori utili a quantificare quanto la nostra vita possa qualificarsi o meno come una merda. Racconterò, a mero titolo d’esempio, la parabola di due ragazze, entrambe impegnate in un tirocinio presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, in Lussemburgo.
La prima, forte di un certo patrimonio familiare, abita in un bell’appartamento prossimo al Kirchberg, collinetta felice dove si erge la Corte. Si muove dunque velocemente e torna a casa la sera con la mente sgombra, dopo aver passeggiato per vie pulite e ariose e punteggiate d’alberi.
La seconda, priva dello stesso paracadute economico, occupa una stanza a un’ora di pullman dalla Corte, costretta a una routine di sveglie antelucane e a una convivenza forzata con cinque coinquilini lerci in un appartamento dalla cucina cieca. Chi, tra le due, tra qualche anno, avrà il ricordo di una comoda e piacevole esperienza formativa e chi, invece, no?
È un pensiero che, ultimamente, mi ossessiona e mi costringe a un circolo caotico di rimuginî: quanto incide il privilegio sulla nostra capacità di abitare con slancio e disinvoltura la nostra quotidianità? Quanto di noi perdiamo nello sforzo di adattamento e quanto di noi resta davvero disponibile per essere qualcosa di più della nostra fatica?
Sono domande che, evidentemente, sento con una certa urgenza: abito a Milano, ma provengo da una città di provincia dove il mercato immobiliare, per quanto oneroso, non ha sicuramente raggiunto le vette punitive milanesi. E siccome il mio lavoro non mi costringe in questa città tutto il tempo, il dubbio diventa pure logistico: ha ancora senso insistere su questa città?
Dovrei rassegnarmi all’evidenza e andarmene? Da Jonathan Bazzi a Giulia Pilotti, passando per Lucia Tozzi, ne hanno parlato in tanti.
D’altro canto non è un segreto che, a Milano, il prezzo medio per un immobile viaggi sui seimila euro al metro quadro, che, se la matematica non mi inganna, significa che un bilocale di 50mq a Dergano può tranquillamente arrivare a costare – tra acquisto, imposte, notaio, agenzia e non vuoi metterci qualche lavoretto? Almeno i sanitari vanno cambiati – attorno ai 250.000 euro.
Il paradosso, nella mia vicenda, risiede tutto in questa asimmetria tra teoria e prassi: possiedo, in astratto, tutti i requisiti (famiglia, ceto, titoli di studio, professione) per accedere a una casa, eppure, da un anno a questa parte, la mia traiettoria (quantomeno la sua dimensione reale) si è interrotta. Posso comprare, sì, certo, ma cosa?
O trilocali in estrema periferia in stabili gravati da morosità insanabili e tetti prossimi al collasso o bilocali in zone semiperiferiche letteralmente ricoperti da abusi edilizi. STOK!
Oh, il mio povero mignolino che sbatte dolorante contro la scala a chiocciola abusiva mentre alle tre di notte scendo a pisciare nell’altrettanto abusivo bagno. Ho seriamente considerato l’ipotesi di ripiegare su un magazzino o un laboratorio, scoprendo mio malgrado che anche il mercato delle destinazioni d’uso non abitative è stato assorbito dalla stessa bolla speculativa (brava scema, ci sono arrivati prima di te).
Il tema non è nemmeno la casa in sé, è la qualità della vita che da essa discende. Resto una privilegiata, ma perché ho dovuto farmi il mazzo per dieci anni, sacrificare tutto mettendo da parte ogni singolo centesimo se il risultato è vivere in un posto, per usare un eufemismo, deprimente?
Non è questo ciò che mi era stato promesso. Non è questo ciò che era stato promesso alla classe media (se ancora si può ancora definire tale).
Raffaele Alberto Ventura ci ha scritto un libro chiedendosi cosa sarebbe successo a una generazione che, nata borghese, scopre che quelli che considerava diritti erano in realtà privilegi. Be’, succede che ti sale l’odio.
I creativi che a Milano amano le zone malmesse e periferiche e snobbano Conciliazione perché “non ha bar”, sono mediamente persone cresciute nel benessere, affascinate dai quartieri multietnici perché li bazzicano giusto il tempo di un bicchierino (che è anche il nome di un locale trendy nella periferia sud-ovest di Milano). Che vibrante, che “esotica” questa via di palazzi fatiscenti, piena di cacche di cane e dai marciapiedi dissestati, dove posso bermi la birretta nella libreria indipendente prima di inforcare la mia biciclettina per tornarmene a dormire in via Eustachi.
Il fastidio sarcastico che provo è, peraltro, una strana forma di riconoscimento. Sono le persone che frequento, sono le persone con cui condivido i tavolini nei baretti “sinceri”.
Mi irrita la loro posa perché in fondo mi somiglia, perché esiste, almeno in astratto, una contiguità che ci rende complici e, dopotutto, sotto la maschera dell’osservatore ai margini che indosso, mi posiziono nella scia dello stesso privilegio. Eppure la casa in Via Eustachi non me la posso permettere e questo genera in me un rancore verso ciò che mi appartiene e non mi appartiene, verso ciò che è, ma non è.
“Non ci meritiamo Via Eustachi, noi?”, mi chiese una volta un amico. “No, Gianlu, non ce la meritiamo”.
Oggi se la merita chi può permettersi il lusso di inseguire velleità, di qualsiasi natura esse siano, senza l’angoscia del futuro perché sa che, comunque vada, avrà in regalo un atterraggio morbido nel mondo del lavoro o, come minimo, la casa, ça va sans dire. Per la classe media (se con essa intendiamo quella il cui potere d’acquisto si basa meramente sul reddito da lavoro, ad esempio da libero professionista) questa non è (più) un’opzione.
È nella possibilità che si annida la frustrazione. È la potenza dell’atto a generare il rimuginio.
La tensione e il risentimento (l’odio?) si agitano in ciò che avrebbe potuto essere e non è. È guardare mio padre settantenne che continua a spaccarsi la schiena operando il sabato mattina nel disperato (e tardivo) tentativo di racimolare qualcosa in più da dare a me e alle mie sorelle che mi fa soffrire.
È vedere i miei genitori, stanchi, prendere atto – certamente a causa di una loro scarsa lungimiranza economica – che il patrimonio accumulato non è sufficiente né a garantire a noi sorelle una quotidianità decente, né a dare a loro una vecchiaia sicura. Ma chi poteva immaginarlo, vent’anni fa, che le cose sarebbero andate così?
Nella rassegnata accettazione dello stato delle cose, mi scopro comunque a vivere un conflitto: da un lato la gratitudine per il sacrificio di mio padre; dall’altro lato una sorta di risentimento generazionale per delle prospettive che sono evaporate davanti ai miei occhi. Una parte di me, cresciuta nella convinzione che il benessere fosse un diritto, vive questa loro mancanza di lungimiranza come un “tradimento”.
Al tempo stesso, mi sento in colpa anche solo ad avvertire questa pretesa, questo senso di “dovuto”. E dunque, nello scarto tra ciò che poteva essere e non è, matura in me una sottile e sorda forma d’odio nei confronti di chi ignora tale sofferenza (perché di sofferenza si tratta, come pure di ignoranza).
Mi infastidisce la loro spensieratezza, la loro sicurezza che non conosce l’angoscia dell’incertezza. La loro libertà di sbagliare mi ricorda il mio dovere di essere precisa.
È un sentimento che metto in discussione, ovviamente. È invidia?
È frustrazione? Forse entrambe.
È sicuramente un sentimento ingiusto, perché generalizzato. Ma sì, in fondo non è nemmeno un odio verso una categoria di persone, è rabbia verso la condizione – che è una condizione direi generazionale – in cui mi trovo.
È il mio modo, forse brutale e aggressivo, di raschiare il barile dell’entusiasmo senza fare finta che tutto vada bene. In un bagno di un bar di NoLo, una scritta sul muro – oggi cancellata, peccato – recitava:
“Bello venire a Milano a fare il social media manager, con i soldi di papi e mami ti compri la casa”. Trovo l’uso dispregiativo di “papi” ineccepibile.
Tuttavia, la mia etica calvinista mi impone un piccolo appunto: il social media manager, per quanto non usurante, resta pur sempre un’occupazione vera. Non nutro risentimento per chi vive in una casa acquistata dai genitori ma accetta il rigore, asettico e tedioso, del lavoro quotidiano.
Il senso di ingiustizia, quello che mi preme contro lo sterno, me lo suscitano piuttosto coloro per cui talento e abnegazione sono lussi rinunciabili, perché la casa è un dato di fatto, non una conquista. È in quella sicurezza economica (e, dunque, immobiliare) mascherata da “predisposizione” che vedo la vera asimmetria della città.
Chi possiede questa base possiede anche la tranquillità di muoversi nel mondo con una scioltezza e una fiducia che chi patisce l’angoscia di questa tragica, tragica crisi immobiliare semplicemente non può permettersi. Un’attitudine che, spesso, è soltanto assenza di paura del fallimento.
“Never fail like common people”. Li guardo e sento una forma di iniquità che non so bene come qualificare.
Perché se da un lato disprezzo il loro privilegio, dall’altro lato non posso ignorare che quel disprezzo è, di fatto, invidia. Desidero per me la loro stessa spensieratezza e, inevitabilmente, mi trovo a misurare l’ansia lasciata dalla scarsa lungimiranza dei miei.
Sono spregevole? Dovrei provare solo tenerezza?
Non so rispondere. L’asimmetria, comunque, finisce per generare in me un’ossessione landolfiana per l’impossibilità e una strana nostalgia per una vita che mi è (quasi, ah, quasi!) inaccessibile.
Penso a Cancroregina e al dolore del ritorno verso ciò che non è mai stato. L’astronave, costruita da un pazzo, è uno spazio claustrofobico separato dal resto del mondo, che promette la libertà (cioè il cosmo), ma offre solo isolamento.
Guardami dunque dall’alto dello spazio mentre, folle, compro 54 mq a un prezzo stellare, illusa da una città che continua a promettere la luna, ma che finisce per incastrarmi “in uno stadio intermedio” tra il privilegio e la miseria.