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«Oggi facciamo turismo della devastazione», tra le miniere del Minas Gerais in Brasile

Mercoledì 29 aprile 2026 ore 07:00 Fonte: Lo Spiegone
«Oggi facciamo turismo della devastazione», tra le miniere del Minas Gerais in Brasile
Lo Spiegone

Indice Il paesaggio scorre veloce fuori dal finestrino mentre ci lasciamo alle spalle Belo Horizonte, la capitale dello stato brasiliano del Minas Gerais nel sud-est del Brasile. A un certo punto, la vista si apre davanti a noi e Guilherme Fonseca, analista dei rischi per l’Instituto de direitos humanos (un’organizzazione che sostiene i difensori dei diritti umani nella regione), accenna a una montagna in lontananza: «Quella è la Pedra grande.

È un punto di riferimento per l’ecoturismo qui in città. E in generale per tutti gli appassionati di arrampicata e sport di avventura».

Sembra una classica cima nei pressi di un grande centro urbano. Un luogo dove gli abitanti dell’area si recano nel fine settimana per passare un po’ di tempo in mezzo alla natura. «Ma in realtà – riprende Guilherme – dietro è tutta martoriata dalle attività minerarie.

Da questa parte, c’è un’area protetta e quindi le aziende non possono estrarre. Sull’altro versante invece cercano di spingersi il più possibile in là, arrivando al limite della zona di sfruttamento a cui ritengono di avere diritto».

Il nostro sguardo corre tutt’intorno, mentre Guilherme indica in rapida sequenza i vari giacimenti della zona: è un susseguirsi di miniere, dighe per lo stoccaggio dei residui dell’estrazione e imponenti macchinari. Mentre la strada scende e le case alla periferia di Belo Horizonte nascondono pian piano la nostra vista, Guilherme conclude amaramente: «Oggi facciamo turismo della devastazione.

Non è turismo ecologico, è turismo della distruzione». Lo stato delle miniere Il giorno prima, ci eravamo incontrati nella sede dell’Instituto de direitos humanos a Belo Horizonte e, davanti a una cartina dello stato, la vicedirettrice e responsabile del programma di protezione dei difensori dei diritti umani nel Minas Gerais, Maria Emilía da Silva, ci aveva raccontato: «Il Minas era pieno di montagne.

Oggi, però, l’estrazione mineraria sta provocando proprio la loro distruzione. Ad esempio, se dovessi ritornare qui tra sei mesi, probabilmente ci chiederesti “ma dove è quella montagna che c’era lì?”.

Il problema è che non esisterà più». L’estrazione mineraria nel Minas Gerais è una questione storica – la regione fu scoperta tra il XVI e il XVII secolo dai coloni portoghesi in cerca di metalli preziosi – ma anche geografica.

Guilherme traccia una linea sulla cartina: «Abbiamo la Serra do Espinhaço, una cordigliera che nasce qui, nella regione metropolitana di Belo Horizonte, e arriva fino al Bahia (stato che confina a nord col Minas Gerais, ndr). Sono 1.500 chilometri di montagne, tutte con potenziale estrattivo».

Se dovessi ritornare qui tra sei mesi, probabilmente ci chiederesti “ma dove è quella montagna che c’era lì?”. Il problema è che non esisterà più.

Maria Emilía da Silva, vicedirettrice dell'Instituto de direitos humanos Alcune sono già sfruttate. Tante altre lo saranno.

Ancora oggi, infatti, l’economia del Minas Gerais continua a dipendere in modo strutturale dall’estrazione. I minerali rappresentano circa il 40% delle esportazioni dello stato, con il ferro che da solo arriva al 30%.

Prodotto di punta dell’economia locale sin dall’inizio del Novecento, il ferro del Minas Gerais oggi soddisfa oltre la metà della domanda mondiale. L’oro e le pietre preziose come i diamanti – le risorse principali durante il periodo coloniale, a tal punto da sorreggere per decenni l’economia della colonia e buona parte di quella della madrepatria – oggi contribuiscono in modo limitato alla bilancia commerciale.

Quello che invece sta emergendo sempre di più – dal nord-est del Minas Gerais, dove si trova la Valle di Jequitinhonha – è il litio, strategico per la transizione ecologica mondiale. L’abbondanza di giacimenti – in quella che ormai è soprannominata la Valle del litio – ha sancito un’esplosione di piani di investimento e progetti estrattivi su vasta scala con il coinvolgimento di diverse aziende, perlopiù straniere.

Una logica predatoria «Nel XVI-XVII secolo, i coloni si sono presi tutto l’argento e buona parte del nostro oro. Ora, funziona ancora così.

In Brasile, e in particolare qui nel Minas Gerais, è tutto un drenare risorse. La nostra ricchezza viene estratta ed esportata in Paesi stranieri, mentre a noi non resta nulla» sottolinea Maria Emilía.

Con tono risoluto, prosegue elencando i nomi di alcune multinazionali attive nello stato: «A Brumadinho c’è Herculano, legata ad AngloAmerican. A Paracatu invece c’è Kinross Brasil mineração, affiliata a una multinazionale canadese.

Poi abbiamo le operazioni dell’anglo-australiana Bhp (la cui succursale brasiliana è Bhp Samarco, ndr). Ad Araçuaí c’è la canadese Sigma.

Ci sono anche indiscrezioni – nulla di ufficiale per il momento – sul fatto che Elon Musk abbia comprato dei giacimenti qui, perché ci sono terre rare. La maggior parte della movimentazione economica quindi è nelle mani del capitale straniero».

Nel centro di Brumadinho, è un brulicare di camion che trasportano minerali. Sono spesso ricoperti da uno strato di polvere rossa, dovuta ai metalli pesanti generati dalle attività estrattive, soprattutto di ferro, della zona (marzo 2026) © Aurora Guainazzi Guilherme riprende, sottolineando la logica predatoria delle grandi multinazionali, interessate unicamente a massimizzare i propri profitti, sulla spinta della crescente domanda globale di minerali.

Mentre non si curano degli impatti ambientali e sociali delle attività estrattive: «Quando un’azienda vuole aprire un giacimento, deve presentare diversi studi – antropologici, idrografici, geologici, economici e di impatto socioeconomico – al Consiglio nazionale per l’ambiente, che è composto da rappresentanti del governo, della società civile e degli organi regolatori». «Ma – puntualizza – noi non ci fidiamo di questo organo». Per le multinazionali infatti è molto semplice aggirare le leggi e ottenere facilmente le concessioni desiderate.

Prima di cambiare discorso, come esempio, nomina il caso della Serra do Curral, alla periferia di Belo Horizonte. Più tardi, digito alcune parole chiave sul motore di ricerca e la schermata del computer si riempie di articoli sull’Operação rejeito della Polizia federale e sulle successive indagini.

L’inchiesta, iniziata nel 2025, ha smascherato una vasta rete di corruzione, facente capo alle aziende brasiliane Minerar S.A. e Gute sicht, accusate di aver pagato svariate tangenti in cambio di concessioni all’interno di aree protette della Serra. Mentre leggo delle indagini, nelle mie orecchie continuano a risuonare le parole di Guilherme: «Le leggi ce le abbiamo.

E, anzi, credo che la legislazione ambientale brasiliana sia importante. Quello che manca è renderla realmente effettiva».

Devastazione ambientale Igarapé è una cittadina nel Quadrilátero ferrífero, la regione del Minas Gerais da dove arriva circa la metà del ferro commerciato nel mondo. Tutto, intorno a noi, è ricoperto di polvere rossa: sono i metalli pesanti, provenienti dalle miniere a cielo aperto che costellano l’area e dai mezzi pesanti, il cui viavai è continuo.

Le leggi ce le abbiamo. E, anzi, credo che la legislazione ambientale brasiliana sia importante.

Quello che manca è renderla realmente effettiva. Guilherme Fonseca, analista dei rischi dell'Instituto de direitos humanos Raggiungiamo la miniera Tico-Tico, uno dei giacimenti più importanti della zona.

Le operazioni sono nelle mani della Mineração morro do ipê S.A., una joint venture controllata dal gruppo Mubadala (un fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti) e da Trafigura (una multinazionale per il commercio di materie prime con sede a Singapore). Entriamo nello spiazzo di fronte all’ingresso della miniera, ma ci giriamo rapidamente.

La sorveglianza è attenta e non abbiamo intenzione di dare nell’occhio. Proseguiamo per qualche centinaio di metri e ci fermiamo in uno slargo lungo la carreggiata. «Questa strada sul fianco della montagna è stata costruita appositamente per sostenere le operazioni minerarie», spiega Guilherme. «Da una parte, abbiamo le attività estrattive, dall’altra, la riserva ambientale che l’azienda dice di stare sviluppando e tutelando come compensazione per gli impatti delle sue operazioni».

Oltre ai metalli pesanti, infatti, il prezzo pagato dagli abitanti della regione è enorme. L’inquinamento delle falde acquifere è quotidianità in tutti i centri abitati del Quadrilátero.

In una situazione paradossale, l’acqua – abbondante per la presenza di diversi fiumi – è spesso inutilizzabile perché contaminata dai metalli pesanti. Le vibrazioni provocate dai macchinari e dalle esplosioni hanno causato il crollo di diversi edifici, l’inagibilità di tanti altri e la fuga di molti animali dal loro habitat naturale.

Scorcio del rio Paraopeba, fiume che scorre nei pressi Brumadinho e dove, a seguito del collasso della diga nella miniera di Corrego do Feijao, sono stati sversati 1,6 milioni di tonnellate di fanghi tossici. Ancora oggi (marzo 2026), utilizzare la sua acqua per l'approvvigionamento idrico, l'agricoltura e altre attività quotidiane è impossibile © Aurora Guainazzi E poi ci sono i grandi disastri.

Il crollo delle dighe di stoccaggio dei residui dell’attività mineraria a Mariana nel 2015 e a Brumadinho nel 2019, oltre a provocare decine di vittime, ha anche contribuito ad aggravare ulteriormente la fragilità di un contesto naturale e sociale già messo a dura prova dallo sviluppo delle attività estrattive. Chi dipende dalle miniere e chi si oppone Mentre ci avviciniamo a Brumadinho, Guilherme riflette: «L’estrazione mineraria è una cosa molto complessa perché ha anche un impatto psicologico.

Spesso, ci si trova in comunità dove una parte degli abitanti vive grazie alle miniere che portano lavoro e risorse economiche. Ma, al tempo stesso, come vediamo qui, i giacimenti sono praticamente dentro la comunità».

Nei pressi di Brumadinho è un brulicare di camion sporchi di polvere rossa. La ferrovia che collega i giacimenti della zona al porto di Vitória, nello stato di Espiríto Santo, attraversa il centro della cittadina.

Le acque marroni del rio Paraopeba – dove, dopo il collasso della diga, sono stati sversati circa 1,6 milioni di metri cubi di fanghi tossici – scorrono a poca distanza dalle abitazioni. A Brumadinho, la ferrovia Minas-Vitória (di proprietà della multinazionale brasiliana Vale) attraversa il centro del paese e trasporta i minerali dai giacimenti della zona verso il porto di Vale a Vitória, nello stato di Espirito Santo (marzo 2026) © Aurora Guainazzi «Ma qui si convive anche con il potere economico dell’azienda», prosegue Guilherme.

Già Maria Emilía ci aveva detto: «Uno dei crimini maggiori è mettere le persone le une contro le altre. A tal punto che il grande nemico non è più la multinazionale, ma il vicino che si oppone all’estrazione e non permette che arrivi il progresso.

O, al contrario, il membro della comunità che invece vuole l’apertura della miniera che però causa danni ambientali e sociali». Sono tantissime le comunità, in tutto lo stato, a essere ormai spaccate. «Un po’ di tempo fa, ad esempio, ci siamo occupati di un caso di estrazione mineraria dove era incluso il municipio di Frei Gilberto, nella zona di Mata, nel sud del Minas Gerais».

Si trattava di una cittadina molto piccola, spiega Maria Emilía, eppure «le istituzioni erano divise. Anche la Chiesa: una parte si opponeva all’estrazione, mentre l’altra l’aveva accettata in cambio di risorse per costruire e mantenere gli edifici religiosi».

Uno dei crimini maggiori è mettere le persone le une contro le altre: il grande nemico non è più la multinazionale, ma il vicino che si oppone all’estrazione e non permette che arrivi il progresso. O il membro della comunità che vuole l’apertura della miniera che causa danni ambientali e sociali.

Maria Emilía da Silva, vicedirettrice dell'Instituto de direitos humanos E il potere delle multinazionali è tanto forte da permettergli di influenzare anche le istituzioni che più di tutte dovrebbero tutelare la popolazione: «Nel nostro sistema giudiziario c’è un organo chiamato Defensoria pública, che si occupa della difesa del popolo, senza costi. Ma in molti municipi, la Defensoria non dà realmente voce ai cittadini.

I magistrati non dicono apertamente “sto appoggiando l’estrazione mineraria”, però allo stesso tempo non fanno tutto quello che dovrebbero e potrebbero per far sì che le richieste del popolo siano ascoltate». Politica e multinazionali, un connubio vincente Qualche giorno dopo, ci spostiamo verso il sud del Minas Gerais.

Ma il paesaggio non cambia. Non appena lasciamo Belo Horizonte, le montagne ricoperte da alberi verdi e rigogliosi sono intervallate dalle chiazze marroni delle miniere a cielo aperto.

In tutto lo stato, infatti, è un continuo fiorire di progetti estrattivi che trovano ben pochi ostacoli. Ci spiega Eduardo Gabão, esperto di comunicazione dell’Instituto de direitos humanos: «All’interno dell’Assemblea legislativa del Minas Gerais, solo il 20-25% dei deputati è contro l’estrazione mineraria». «Normalmente il campo progressista si oppone alle attività estrattive, mentre quello liberale approva l’apertura di miniere.

Al momento, nella nostra Assemblea legislativa, c’è una proporzione di 20 a 80. E anche il nostro governatore Romeu Zema (dimissionario dal 22 marzo per potersi candidare alla presidenza della Repubblica e sostituito dal vice, Mateus Simões, il cui orientamento è molto simile, ndr) è totalmente a favore dell’estrazione».

E così molte disposizioni statali che tutelavano comunità e ambiente sono state ridotte o addirittura eliminate, aprendo nuovi spazi alle attività estrattive. Scorcio delle operazioni nella miniera Emesa operata da Avg Mineração nei pressi di Brumadinho (marzo 2026) © Aurora Guainazzi «Ad esempio – racconta Guilherme – lungo la Serra do Espinhaço, vivono comunità tradizionali, come indigeni, quilombola (discendenti degli schiavi africani arrivati in Brasile durante il periodo della tratta atlantica, ndr) e pescatori».

Pur non possedendo titoli di proprietà privata ufficialmente registrati, queste comunità storicamente hanno sempre abitato le terre su cui vivono. «Per questo, prima di avviare qualsiasi attività economica nei loro territori, la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ratificata dal Brasile nel 2002, ndr) stabilisce l’obbligo di consultazione libera, previa e informata», puntualizza Guilherme. Ma in realtà tutto ciò non avviene. «Le imprese minerarie sono grandi finanziatrici della campagna politica», riprende Eduardo.

E quindi massimizzare i profitti conviene a tutti, multinazionali e politici. Quali siano gli impatti sulla popolazione, quello poco importa.

Media neutrali, forse «E poi, grazie alle risorse finanziarie di cui dispone, il settore minerario ha anche molto peso mediatico», sottolinea sempre Eduardo. In effetti, Belo Horizonte è tappezzata di cartelloni pubblicitari che richiamano le attività estrattive.

A volte, ricordano quanto i minerali siano fondamentali per molti aspetti – anche banali – della vita quotidiana, come possedere un computer o un cellulare. In altri casi, sottolineano gli avanzamenti tecnologici e le operazioni di ripristino ambientale delle multinazionali. «La strategia è sempre la stessa: dell’estrazione mineraria viene mostrato solo il lato positivo per rassicurare la popolazione e accrescere il consenso delle multinazionali.

Questa, di fatto, è un’altra componente della strategia delle aziende volta a creare conflitti all’interno delle comunità», continua Eduardo. «Apparentemente, i media locali hanno una posizione neutrale». Evitando di criticare apertamente le operazioni minerarie e limitandosi a rilanciare le notizie “ufficiali”, si assicurano i finanziamenti delle imprese e la sopravvivenza della realtà editoriale. «Questo – evidenzia Eduardo – non avviene solo qui nel Minas, è una questione nazionale.

Dall’altro lato, ci sono alcune realtà che si oppongono all’estrazione e danno voce ad attivisti e popolazione, ma generalmente hanno poco peso. Nel nostro stato, ad esempio, abbiamo il Brasil de fato, un giornale popolare».

Noi cerchiamo di articolarci con altri mezzi di comunicazione per sviluppare una contro-narrativa con cui mostrare l’altra faccia dell’estrazione, quella negativa. Eduardo Gabão, esperto di comunicazione dell’Instituto de direitos humanos Da esperto di comunicazione, Eduardo sottolinea anche la difficoltà nell’operare sui social media: «Gli algoritmi favoriscono chi paga.

E in questo caso, ovviamente, si tratta delle aziende minerarie. Per questo, noi cerchiamo di articolarci con altri mezzi di comunicazione per sviluppare una contro-narrativa.

Anche noi abbiamo i nostri materiali con cui mostrare l’altra faccia dell’estrazione, quella negativa». Miniere, miniere e ancora miniere Mentre percorriamo la BR-040, l’autostrada che attraversa il sud del Minas Gerais, a un certo punto, ci imbattiamo in una miniera.

Enorme. Eppure riusciamo a percepirla solo per un attimo: il nostro sguardo non fa in tempo a catturare le cave profonde, i mezzi in movimento e i macchinari sui versanti della montagna che viene subito ostacolato da una spessa striscia di vegetazione verde.

Quasi senza rendercene conto, stiamo attraversando la Mina de fábrica, dove la multinazionale brasiliana Vale estrae ampie quantità di ferro. E tutto sommato – che non percepissimo le reali dimensioni del giacimento e i suoi impatti – era proprio quello che l’azienda voleva.

Costruire terrapieni artificiali, piantare strisce di vegetazione autoctona (periodicamente innaffiata per ripulirla dalle polveri, mantenendo un colore verde brillante che stride con il rosso tutt’intorno) e cercare di sfruttare i nascondigli forniti dalla morfologia naturale del territorio sono tutte strategie abituali delle aziende minerarie per camuffare le loro attività. Addirittura, alcune imprese stanno sperimentando la verniciatura di depositi e macchinari con colori tali da confonderli con l’ambiente circostante.

Miniera visibile dalla BR-040 nel sud del Minas Gerais (marzo 2026) © Aurora Guainazzi Ma queste strategie – magari efficaci nel riabilitare l’immagine delle compagnie agli occhi di cittadini e turisti che si trovano nei paraggi – ben poco possono contro le tecnologie satellitari, sempre più utilizzate da attivisti e organizzazioni della società civile per monitorare la deforestazione e lo spostamento di volumi di terreno. E così, anche grazie a questo, la battaglia delle organizzazioni per i diritti umani – tra cui anche l’Instituto de direitos humanos – per un Minas Gerais libero da miniere continua.

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