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Identità sociale. Il gruppo e come si affrontano gli errori nel gruppo o nelle organizzazioni
«I gruppi sociali forniscono alle persone ancore morali per le loro convinzioni personali», Naomi Ellemers e Jojanneke van der Toorn (2015). I gruppi servono da lente d’ingrandimento che influisce sul nostro modo di ragionare, sulle nostre emozioni e sul modo in cui ci comportiamo, di conseguenza, i valori morali che condividiamo con il gruppo ci assicurano l’inclusione in esso.
Oggi più che mai, comprendere la funzione dei gruppi è fondamentale. In una società attraversata da cambiamenti rapidi, conflitti globali e trasformazioni culturali, il gruppo rappresenta non solo un’unità sociale, ma anche uno spazio psicologico in cui l’individuo costruisce identità, senso di appartenenza e orientamento morale.
Non si tratta semplicemente di stare insieme: il gruppo è il luogo in cui si definiscono valori condivisi, si sviluppano forme di cooperazione e di identità sociale. Allo stesso tempo, per il singolo, appartenere a un gruppo significa trovare una cornice entro cui interpretare sé stesso e gli altri, riducendo l’incertezza e rafforzando il proprio senso di stabilità.
Secondo la psicologia sociale, infatti, la cooperazione non nasce automaticamente dalla presenza di due o più persone nello stesso spazio, ma emerge quando gli individui si percepiscono come parte di un gruppo. I gruppi influenzano profondamente il modo in cui pensiamo e sentiamo noi stessi, oltre a determinare il modo in cui veniamo percepiti e trattati dagli altri.
Come osserva Ellemers (2017), i giudizi e le preoccupazioni morali dominano oggi il dibattito pubblico su questioni cruciali: dalla sostenibilità aziendale all’equità tra leader e collaboratori, fino alla parità di genere e ai conflitti internazionali. Partendo dalla definizione di gruppo, è possibile comprendere meglio il concetto di cooperazione tra gruppi.
Il modo in cui viviamo l’appartenenza a un gruppo, infatti, influenza significativamente le nostre scelte e i nostri comportamenti. La teoria dell’identità sociale di Henri Tajfel e John C. Turner evidenzia come ogni individuo tenda naturalmente ad appartenere a gruppi e a sviluppare una percezione più positiva del proprio gruppo (ingroup) rispetto agli altri (outgroup).
Ma quando si forma una vera identità sociale? Questo processo si basa su due meccanismi fondamentali: gli individui attribuiscono significato alla propria appartenenza attraverso il confronto tra ingroup e outgroup; emerge il bisogno di mantenere un’identità sociale positiva, che porta a valorizzare il proprio gruppo rispetto agli altri, riducendo così l’incertezza.
Il fattore chiave della teoria è che in molte situazioni sociali, le persone considerano sé stesse e gli altri non come una cosa separata, ma come rappresentanti di gruppi sociali. Ognuno di noi, può appartenere a diversi gruppi.
Gli studi di Tajfel e Turner (1985) hanno dimostrato che l’appartenenza a gruppi e le relazioni intergruppi influenzano profondamente emozioni, pensieri e comportamenti. Quando si consolida un’identità sociale condivisa, si creano le basi psicologiche per fenomeni organizzativi complessi come lo scambio di informazioni, la ricerca del consenso, la cooperazione, la fiducia, l’empowerment e la produttività collettiva (Alexander S. Haslam, 2001).
L’identità sociale condivisa rafforza la coesione del gruppo e orienta i comportamenti dei suoi membri, modellandoli secondo norme e valori comuni. Tuttavia, affinché un gruppo continui a evolversi mantenendo i benefici dell’appartenenza — come fiducia, lealtà e cooperazione — è necessario un equilibrio tra stabilità e cambiamento.
Ricerche successive (Murmann, Aldrich, Levinthal e Winter, 2003) mostrano infatti che gruppi e organizzazioni prosperano quando sono capaci di adattarsi a contesti esterni in trasformazione, aggiornando costantemente pratiche e modalità operative. In questo processo, il contributo dei singoli diventa cruciale: ogni membro porta con sé competenze, prospettive e differenze che, se riconosciute e integrate, rappresentano la vera forza del gruppo.
In definitiva, è proprio nella capacità di valorizzare le differenze e costruire un’identità condivisa che i gruppi trovano la chiave per essere non solo funzionali, ma anche generativi, sia per gli individui che li compongono sia per la società nel suo insieme. Traslando questo discorso su un livello più concreto, come quello delle organizzazioni e del lavoro in gruppo, emerge con chiarezza come l’identità di gruppo influenzi anche il modo in cui vengono gestiti gli errori.
Il modo in cui un gruppo interpreta l’errore, infatti, riflette i suoi valori, le sue norme e il tipo di clima che si è costruito nel tempo. L’autrice Ellemers (2017), individua quattro modi diversi di affrontare gli errori: ignorare e negare: se il clima organizzativo è di tipo strumentale, la priorità viene data al raggiungimento dei risultati e le risorse dell’azienda vengono messe a disposizione principalmente per questi scopi.
Di conseguenza, si tenderà a ignorare i collaboratori e i clienti e, se questi ultimi vengono visti come membri sleali del gruppo; accettare e giustificare: in questo caso si accettano i problemi ma non li si affronta, non si identifica l’errore per proteggere il personale dell’azienda; incolpare e punire: il contesto è focalizzato sull’aderenza alle regole; quindi, i colpevoli saranno gli unici responsabili di eventuali errori che verranno puniti; sanzionare e multare rappresentano un modo di infondere paura, favorendo così la conformità (Mooijman, Van Dijk W., Van Dijk E. e Ellemers, 2015; 2017); identificare e apprendere: errare è umano e tutti possiamo commettere degli errori, per questo, è importante analizzare il modo di affrontare gli errori;
Edmondson (2003), afferma che creare un ambiente in cui le persone abbiano un incentivo a identificare e rilevare i fallimenti sia un compito indispensabile; lo stesso autore mostra l’esempio dell’ospedale pediatrico di Minneapolis che ha sviluppato un sistema di segnalazione senza colpe sia per incoraggiare i dipendenti a rilevare subito gli errori medici e condividere con i colleghi ulteriori informazioni, sia per analizzare le cause dell’errore. In definitiva, il gruppo non è solo un contenitore di individui, ma un sistema dinamico che influenza profondamente il modo in cui pensiamo, agiamo e scegliamo.
Può spingerci verso il conformismo o verso la crescita, verso la chiusura o verso la cooperazione. È proprio nella qualità delle relazioni e dei valori condivisi che il gruppo trova la sua forza più autentica.
Quando funziona, non solo coordina azioni, ma orienta comportamenti, eleva il senso di responsabilità e contribuisce a definire ciò che, per i suoi membri, è giusto fare. Per questo, il gruppo ha una doppia valenza: sociale e individuale.
Da un lato, rappresenta un motore fondamentale per il funzionamento della società; dall’altro, è uno spazio in cui il singolo può sviluppare consapevolezza, senso morale e capacità di scelta. In questo equilibrio tra appartenenza e responsabilità, tra identità condivisa e contributo individuale, si gioca forse l’aspetto più interessante dei gruppi: la loro capacità non solo di unire le persone, ma di migliorarle.
Francesca Parabita Bibliografia: Tajfel, H., & Turner, J.C. (1979).
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Journal og Management studies, 40,1419-1452. The post Identità sociale.
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