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Giovedì 30 aprile 2026 ore 11:06

Cultura

Dimmi cosa odi e ti dirò chi sei

Giovedì 30 aprile 2026 ore 09:00 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Dimmi cosa odi e ti dirò chi sei
Lucy. Sulla cultura

Nell’applicazione note del mio telefono, ho una lista delle cose che mio padre odia: tra queste ci sono i bar che servono cornetti surgelati, chi gira senza contanti, i fumatori, le spiagge di sassi. Le cose che odia lo definiscono molto più di quelle che ama – mia madre, giocare a calcio, il nostro cane, le sue figlie – nel modo peculiare in cui le antipatie spiccate permettono di vedere, in controluce, il profilo di qualcuno.

Il ritratto in positivo di quest’uomo che si trova nelle mie note direbbe, ad esempio, che ama i dolci e fare colazione fuori, che è un uomo di mezza età piuttosto oculato con il denaro, attento alla salute e poco portato ai vizi. Come avete letto, si tratta di odi intimi e minori, tanto specifici e violenti quanto, spesso, motivati da nulla più che una semplice idiosincrasia personale.

C’è molta tenerezza, e molta intimità, nello scoprire quali siano le cose che un’altra persona detesta e infatti Baudelaire scriveva che “l’odio è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore”: la citazione è abusatissima, e richiede per queste ragioni di odiare con parsimonia, e soltanto chi davvero lo merita. L’odio, del resto, non ha mai goduto di una buona reputazione: come noto è un vizio, ed è inevitabilmente legato all’ira, uno dei sette peccati capitali.

È l’amore, la sua controparte, ciò che ci dovrebbe salvare: nel senso comune, dove l’odio separa, l’amore unisce. Dal Novecento, seppure in piccola parte, qualcosa è cambiato, e l’odio ha trovato i suoi difensori teorici, che ne hanno analizzato gli aspetti positivi, fruttuosi e politici: l’odio di classe è il motore della rivoluzione proletaria, una reazione emotiva viscerale di fronte alle ingiustizie.

Emmanuel Carrère, nel suo ultimo romanzo Kolkhoze (P.O.L., 2025), descrive così la differenza tra chi è di destra e di sinistra: dice che chi vota a destra, messo di fronte all’ingiustizia, risponde che è inevitabile, mentre chi è di sinistra lo giudica intollerabile. All’interno di un quadro marxista l’odio assume un aspetto umano e accettabile.

Due saggi pubblicati di recente se ne occupano, all’incirca nella stessa prospettiva. Nelle sue Lezioni sull’odio (Einaudi, 2026) Michela Murgia rivendica il diritto di odiare i prevaricatori e l’oppressione, affinché si possa smontare il tabù che fa dell’odio un sentimento indicibile e vergognoso.

È giusto, e anzi morale, odiare chi esercita sugli altri violenza e sopraffazione: e odiare può diventare liberatorio. Anche l’attivista e giornalista turco-tedesc* Şeyda Kurt, nel suo saggio Odio.

Il potere della resistenza (minimum fax, 2024), lo inquadra in questi termini, appoggiandosi alle analisi della filosofa Hilge Landweer, vale a dire ri-pensando l’odio come un sentimento positivo se canalizzato, trasformato nella lotta per un cambiamento strutturale e in rivoluzione, distinto in questo dal disprezzo, sterile e immobile. “L’odio, afferma, è connesso a un impulso improrogabile di distruzione, mentre il disprezzo è guidato dal rifiuto, dall’impulso a voltarsi dall’altra parte.

Un sentimento che si adatta perfettamente al ‘panorama neoliberale’ […]. L’odio, invece, nasce da una posizione inferiore e libera la potenzialità di cambiamento.

Nell’intreccio sociale di gerarchie e oppressione, tendenzialmente si odia dal basso e si disprezza dall’alto”. Questa riabilitazione, questo rebranding politico dell’odio è perfettamente ragionevole, e solida sul piano teorico: l’odio è un’emozione interessante se si pensa allo scenario politico attuale, alle politiche della rabbia che conducono all’emancipazione.

Penso allo Scum manifesto di Valerie Solanas, che in un gesto di ribellione a un sistema patriarcale, capitalistico ed eteronormativo, impugnòuna pistola e sparò ad Andy Warhol. In un capitolo del suo libro Vittime perfette e la politica del gradimento (Fandango, 2025), lo scrittore palestinese Mohammed El-Kurd si occupa di quei “sentimenti proibiti” di cui l’odio fa parte, partendo dal libro Non odierò.

Il libro è stato scritto da un uomo palestinese di nome Izzeldin Abuelaish, le cui tre figlie sono state uccise simultaneamente da soldati israeliani: pur riconoscendo la nobiltà del sentimento espresso da questo “medico filantropo”, l’autore si chiede perché l’umanità dei palestinesi sia garantita solo quando essi rinunciano ai sentimenti di vendetta e di odio, quando accettano di diventare le più docili vittime perfette. “Avevo fissato il titolo, a caratteri cubitali, in grassetto.

NON ODIERÒ. Mi ricordo di aver pensato, e se invece odiasse quelli che gli hanno ucciso le figlie?

E allora?”. Fuori dalla sua riabilitazione politica, però, l’hating continua a essere ammantato di una pessima fama: essere un hater, dice un meme, è imbarazzante (a dire il vero lo è anche l’amore, canta Olivia Rodrigo) “tranne quando lo faccio io.

Quando io odio, non sono un hater: sono un critico, un intellettuale che analizza la cultura”. Su quanto sia sfigato essere un hater, Taylor Swift ha costruito una carriera musicale, e un impero miliardario: “haters gonna hate” è un buon riassunto di gran parte della sua produzione, non soltanto del suo successo Shake it off – ma tu fregatene e continua a essere te stesso, saranno loro a perderci, e rimarranno persone meschine.

Il tuo odio è la mia forza insomma, uno slogan più vicino ai motti fascisti che alle frasi motivazionali, ma il cui significato è tutto sommato difendibile: odiare è molto spesso meschino e crudele. È importante, perciò, tracciare un distinguo: ci sono forme pericolose di odio, che ne fanno davvero un sentimento rischioso, violento, e persino omicida.

Si tratta, innanzitutto, di un odio che si basa sul senso di superiorità dall’alto di cui parla Landweer, che chiama disprezzo: in questa categoria ricadono la misoginia e l’omofobia, l’antisemitismo e il razzismo, ma anche forme di aggressività meno radicate nelle diseguaglianze sociali e tuttavia non meno violente. L’odio del branco figlio dell’ira che René Girard chiamava mimetica e che spinge a cercare una vittima sacrificale tra gli esposti e i fragili, per sfogare quella rabbia elettrica che attraversa la collettività e rischia di portarla al collasso – l’ira è funesta e acceca gli uomini portandoli a compiere cose orribili, come raccontano il mito di Caino e le righe iniziali dell’Iliade: la prima parola del poema, ricorda il filosofo Peter Sloterdijk nel suo saggio Ira e tempo (Meltemi, 2007), è proprio μῆνιν, cioè ‘ira’.

Questo odio funesto è come un fumo tossico e pericoloso, è al centro di un infinito dibattito sull’hating online e sulle sue conseguenze reali sulle vite delle persone – le shitstorm contro personaggi pubblici o comuni cittadini diventati famosi per solo un quarto d’ora sono molto più vicine al bullismo vero e proprio che all’esercizio pubblico di spirito critico. L’odio che m’interessa, però, è quello più pavido e immotivato, di dimensioni minori ma non per questo meno prepotente, che viene condiviso con pochi intimi: amici, famigliari, amanti.

È l’odio feroce per chi parla al telefono sui mezzi pubblici, per i bar che hanno curatissimi profili su Instagram, per gli uomini manipolatori che postano nel subreddit “Am I The Asshole?”. Un elenco completo delle cose che odio sarebbe lunghissimo: odio gli eventi del Fuorisalone, le persone supponenti, i pantaloni con i risvoltini, il campeggio e dormire in tenda, andare a correre e chi parla di andare a correre; le moto, i cani piccoli, la musica “ironica”, gli inglesismi, le coppie che usano l’espressione “fare una gita” per descrivere quello che fanno nei fine-settimana.

L’esistenza di queste cose mi irrita oltre misura, e penso che se scomparissero il mondo sarebbe un posto migliore – ma il mio odio è puntuale, disorganizzato, e non intendo compiere sforzi perché il mio desiderio si realizzi davvero. In fondo, è un sentimento del tutto innocuo.

Mi piace lamentarmi, provare a convincere gli altri del perché le cose che odio siano davvero detestabili, e sentirmi compresa e riconosciuta da chi condivide, o si limita a ricordare, alcune delle mie idiosincrasie, come io ricordo e annoto, con tenerezza e un po’ per scherno, le cose che mio padre detesta. Rivalutare la dimensione dell’hating significa anche, in qualche modo, recuperare una forma forse sana di snobismo, e di senso critico: come suggeriva la giornalista Rachel Aroesti in un articolo apparso sul «Guardian», forse una qualche forma di “cultural snobbery” è l’unica cosa che può salvarci da un futuro di arte mediocre in cui tutto vale ed è meritevole di apprezzamento critico, e di essere preso sul serio, dalla reality TV ai romanzi scritti con l’intelligenza artificiale.

All’atteggiamento ormai diffuso secondo il quale dovremmo lasciare che la gente si goda le cose che ama, senza troppe sovrastrutture, bisognerebbe allora sostituire un più sano, e paradossalmente meno repressivo, lasciare che la gente odi le cose che odia: i gruppi indie con le chitarre nel 2026, chi dichiara di leggere soltanto i libri non tradotti, l’arrampicata, i ristoranti senza le tovaglie. Odiare, in questo senso, è un gioco sano e liberatorio, che non divide ma unisce: come tutte le coppie sanno, non c’è niente che leghi due persone quanto avere antipatie comuni, idiosincrasie condivise, fastidi immotivati ma che all’altro risultano comprensibili e accettabili – l’uso impreciso della “d” eufonica, quel disco insopportabile.

L’odio ci descrive quanto e più di ciò che amiamo, e se pure odiare non non salverà il mondo, è un sentimento che fa di noi quelli che siamo: forse non persone migliori, soltanto implacabili lamentosi. 

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