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Cultura

Milena Milani, una donna che scrive

Giovedì 30 aprile 2026 ore 07:09 Fonte: Il Tascabile
Milena Milani, una donna che scrive
Il Tascabile

N el 1947, all’interno del più ampio clima di rinnovamento culturale che aveva portato, nello stesso anno, alla nascita del premio Strega, Alberto Mondadori – nominato condirettore generale della casa editrice – istituì il premio Mondadori. L’obiettivo era “cercare tra i giovani e i giovanissimi non l’improbabile opera già perfettamente raggiunta, ma tre scrittori di qualità positive e ancora irrequiete, tre temperamenti, tre rappresentanti di una cultura in divenire”.

Tra gli oltre quattrocento romanzi inviati alla casa editrice, una commissione di specialisti – presieduta da Giansiro Ferrata e composta, tra gli altri, da Guido Lopez, Giorgio Monicelli, Alberto Vigevani, Maria Rosa Vignolo – fu incaricata di selezionare tredici opere, dalle quali sarebbero poi stati scelti i tre finalisti. Dopo discussioni accese che portarono alle dimissioni del giurato Virgilio Brocchi, la scelta cadde su La parte difficile di Oreste Del Buono, In Australia con mio nonno di Luigi Santucci, e Storia di Anna Drei di Milena Milani.

Quest’ultima, sostenuta dal critico Emilio Cecchi e forte dei due voti in più ottenuti dal pubblico, si aggiudicò infine il premio: centomila lire di riconoscimento simbolico, e soprattutto l’ingresso in qualità di prima scrittrice donna nella nuova collana Medusa degli italiani, ispirata all’ormai nota Medusa, nata nel 1933 e dedicata alla letteratura straniera. Nella seconda di copertina dell’edizione del romanzo, Milena Milani veniva presentata come una “giovane scrittrice che ha già fatto parlare di sé con un volume di poesie e uno di racconti e che dimostra a ogni passo di conquistare sempre più una sua decisa personalità nella giovane letteratura”.

L’autrice stessa, nella prefazione alla quarta edizione del 1978 di Storia di Anna Drei, pubblicata da Rusconi, ricordava come il romanzo fosse stato scritto nell’estate del 1947, nelle stanze della sua caotica abitazione veneziana, con “il preciso proposito di vincere un premio di cui avevo trovato il bando”. “Attaccai quel foglietto stampato al muro accanto al mio tavolo, con una puntina, e ogni tanto lo rileggevo, un po’ emozionata, perché il concorso era importante, doveva rivelare dei nuovi scrittori, e io non sapevo bene come fare, ma avevo dentro di me tante cose che urgevano, e sentivo che dovevo dirle così come erano, semplici e profonde allo stesso tempo”, scrive Milani, rivelando la determinazione di una giovane donna a trasferire sulla pagina la propria complessa interiorità e ad affermarsi, in qualità di scrittrice, all’interno della più importante casa editrice italiana dell’epoca.Nel 1947 Milena Milani si aggiudicò il premio Mondadori centomila lire di riconoscimento simbolico, e soprattutto l’ingresso in qualità di prima scrittrice donna nella nuova collana Medusa degli italiani.Al momento dell’entrata in Mondadori, Milena Milani era una ragazza di trent’anni, nata a Savona, il 24 dicembre 1917, in una famiglia di tradizione anarchico-antifascista (più volte ha ricordato che, se fosse nata maschio, i suoi genitori le avrebbero dato il nome di “Lenin”).

Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto magistrale della sua città, la giovane si trasferì a Roma per frequentare l’Università La Sapienza. Alloggiava in via Sistina, all’angolo con Piazza Barberini e, come le protagoniste dei suoi futuri romanzi e racconti, amava vagabondare per le strade della capitale, nel tentativo di recuperare il tempo perduto durante gli anni trascorsi nel clima di ristrettezza della borghesia savonese.

Divenne una habitué del Caffè Strega su via Veneto e della terza saletta del Caffè Aragno su via del Corso, dove conobbe il suo maestro, Vincenzo Cardarelli. “Mi interessavo alla gente, alle cose da vedere, e in un certo senso anche a me stessa: tutto mi appariva racconto e romanzo, a ogni istante trovavo l’inizio per una storia che poteva essere breve o lunga, non lo sapevo, ma certo mi entusiasmava”.

Costretta, dopo l’8 settembre 1943, ad abbandonare la capitale a causa del clima di repressione nazifascista, si spostò a Venezia. Qui, già nel maggio dello stesso anno, un suo piccolo dipinto era stato esposto e venduto nella mostra di scrittori-pittori, intitolata Il gioco del paradiso, curata dal giornalista e letterato Renato Giani presso la Galleria del Cavallino, spazio espositivo sulla Riva degli Schiavoni aperto nel 1942 e allestito da Carlo Scarpa.

Il proprietario era Carlo Cardazzo, collezionista, mercante d’arte ed editore veneziano, che si legò sentimentalmente alla scrittrice e la introdusse al vivace ambiente artistico dell’epoca. In questo contesto, Milani entrò in contatto, tra gli altri, con artisti come Joan Miró, Vasilij Kandinskij, Pablo Picasso e Filippo de Pisis.

Fu proprio quest’ultimo il primo lettore delle sue poesie e l’autore di quel ritratto a mano di Milani che apparve sulla copertina della sua prima raccolta poetica, stampata nell’ottobre 1944, per i tipi delle Edizioni del Cavallino, con il titolo di Ignoti furono i cieli. Il volume raccoglie un’ottantina di componimenti poetici scritti dalla fine degli anni Trenta al 1944 che, come osserva Monica Giachino in “La ragazza di fronte.

Milena Milani e le Edizioni del Cavallino”, si costruiscono attorno a “una serie di antinomie ricorrenti, morte/vita, corpo/anima, terra/cielo, infanzia/età che non trovano e neanche prevedono conciliazione e che si traducono in tentazioni autodistruttive o nel desiderio di fuga in un altrove, nella ricerca, delusa in partenza, di un paese innocente”. Quando, nel 1960, Elio Filippo Accrocca chiese a Milani un autoritratto da includere nell’antologia Ritratti su misura (1960), l’autrice espresse un giudizio piuttosto severo nei confronti della sua prima produzione poetica, affermando di aver avuto “il coraggio di stampare certe poesie che ora ripudio”.

Nonostante questo disconoscimento tardivo, Milani tornò più volte a sottolineare quanto, fin dall’infanzia, fosse veementemente investita da un’urgenza irrefrenabile di scrivere versi: “Scrivo da sempre poesie.

Non so perché lo faccio. Per me è un istinto”.“Mi interessavo alla gente, alle cose da vedere, e in un certo senso anche a me stessa: tutto mi appariva racconto e romanzo, a ogni istante trovavo l’inizio per una storia che poteva essere breve o lunga, non lo sapevo, ma certo mi entusiasmava”.Dopo aver vinto a Milano il premio Rosa di Brera con il libro di racconti L’estate, la scrittrice si dedicò alla stesura del suo romanzo d’esordio, scritto a Venezia ma ambientato a Roma.

Dedicato al compagno affettuosamente soprannominato “Tommaso”, Storia di Anna Drei si apre in un freddo pomeriggio invernale davanti al cinema Barberini quando una giovane ragazza si avvicina all’anonima voce narrante, proponendole di entrare a vedere un film che si rivelerà poi brutto e mal doppiato. Deluse, le due uscirono dalla sala e si rifugiarono nella rosticceria sulla piazza dove ordinarono carne e pastasciutta.

Fu lì che l’io narrante osservò per la prima volta con attenzione quella ragazza: il suo “viso chiaro composto, i capelli lisci dentro il berretto, il colletto del cappotto rialzato”, gli “occhi scuri”, e le “belle mani con le dita sottili”. Il giorno seguente, durante una passeggiata nelle strade deserte delle due di pomeriggio, prendono forma i luoghi della città, a cui Milani si sentirà per sempre legata come da un filo invisibile, insieme all’ombra di Anna Drei che, camminando con le mani affondate nelle tasche del cappotto, confida alla nuova amica di non essere più innamorata, o meglio di non poterlo essere più.

La sua decisione è chiara: mettere fine alla propria vita, affondare, carne e ossa, in “luoghi solitari dove non ci sono stagioni, rotolìo di anni”. Anna Drei, venticinquenne che avverte su di sé il peso di mezzo secolo, la ragazza che si dipinge le labbra per allontanare il bacio di un uomo, si definisce nel suo manoscritto come “una donna che scrive”, ben consapevole che, per questa volontà di narrarsi da sé, verrà tacciata di pazzia o presunzione.

“Creatura misteriosa, nata, vivente ancora”, Anna Drei si racconta come una bambina nata da povera gente e cresciuta in una casa di “una città qualunque di questo mondo”. Ricorda la voce debole della madre che canta mentre cuce i suoi abiti scuri, le bambole di pezza, i fratelli che giocano a pallone nel cortile, e l’assenza del padre, scappato con un’altra donna felice.

Ricorda gli scambi notturni e sottovoce tra la Anna-bambina nel letto e la minuscola regina issata sulle spalle di un elefante di panno che le narrava la sua lunga avventura nel mondo alla ricerca del perché dell’esistenza. Ferita, ricorda lo smarrimento provato tra le mura di una grande città “desolata”, con le maschere di carnevale dietro cui si celavano volti umani, le arance gettate addosso, e quell’inquietante e continuo terrore di “unghie d’uomo che cercano”.

La ragazza che legge la storia di Anna Drei è la stessa che si ritrova a piangere, sotto le coperte, in una povera stanza a piazza di Pietra, per lo schiaffo ricevuto dal compagno in collera. È la stessa che ripensa con nostalgia alle giornate primaverili lungo il Tevere dove, sulla sua acqua “d’oro” e “pigra”, galleggiavano le imbarcazioni della società di canottaggio, e agli appuntamenti amorosi trascorsi in silenzio, ad ascoltare il canto degli uccelli nel verde di Villa Celimontana.

Per placare quella nostalgia, per rispondere a una domanda senza risposta, la ragazza si rifugia all’ultimo piano della pensione di piazza Mignanelli, nella gelida camera di Anna Drei, allontanandosi da quell’uomo, Mario, con cui aveva “fatto tutte le cose delle donne con gli uomini”. Lunghe erano state infatti le notti in cui si era aggrappata come una naufraga al corpo vivo e caldo di Mario verso cui ora provava solo timore e ripugnanza.

Nato in una società patriarcale ed eteronormativa che soffoca l’espressione emotiva degli uomini, Mario sembra non dire mai quello che pensa, e quelle piccole graffiature sulla vernice biancastra della finestra appaiono come l’annuncio di un’aggressività più feroce e letale.A differenza della protagonista del suo romanzo d’esordio, Milena Milani desiderava diventare una “scrittrice importante” e, per tutta la vita, rivendicò la sua autorialità, contestando quel silenzio o quelle poche righe con cui la critica italiana era solita liquidare le sue opere.Quando l’amica le restituisce il manoscritto, Anna Drei l’avvisa che “non c’è niente di vero”, che è tutto “una pura invenzione di questo cervello”, che non è altro che “una mediocre scrittrice” che non sa che farsene delle cose che scrive. A differenza della protagonista del suo romanzo d’esordio, Milena Milani desiderava diventare una “scrittrice importante” – così scrive nella lettera al suo editore Alberto Mondadori (27 luglio 1947) – e, per tutta la vita, rivendicò la sua autorialità, contestando quel silenzio o quelle poche righe con cui la critica italiana era solita liquidare le sue opere.

“I critici non leggono” affermerà nella prefazione del 1978, “e se leggono lo fanno quando l’autore è perlomeno sindaco o parente di un grosso industriale, oppure convivente dell’anziano e importante scrittore. […] Io non sono niente di niente. Ma sono aggressiva, anche rude, dico quello che penso, amo la libertà e non sono affatto diplomatica, inoltre non appartengo a nessun clan, a nessuna mafia letteraria, non ho corte né seguito, se non i miei lettori”.

Come evidenzia Sabina Ciminari nel saggio “Vorrei diventare una scrittrice importante. L’esordio romanzesco di Milena Milani”, l’autrice prese più volte parola per rivendicare la propria vittoria sui due concorrenti uomini al premio Mondadori.

In particolar modo, nel 1953, inviò una rettifica all’editore segnalando come, su un numero del settimanale Epoca, “il suo nome come vincitrice è fatto accanto a quello di Santucci e Del Bono, quando la vincitrice, sottolinea, era stata invece solo lei”. Nello stesso testo critico, Ciminari ricorda inoltre come, già nel 1949, la scrittrice fosse intervenuta con decisione quando, nella terza di copertina di La provincia addormentata di Michele Prisco – ventunesimo titolo della Medusa – il suo nome compariva per ultimo nell’elenco degli autori della collana.

Il 2 giugno 1949 scrisse infatti ad Alberto Mondadori: “non so con quale criterio sia stato fatto questo elenco, in cui io figuro ultima, mentre è doverosa consuetudine che gli elenchi vengano compilati in ordine alfabetico, e ciò per non creare un valore di classifica, indicativo per il lettore”. Più tardi, dalla fine degli anni Cinquanta, tornò a rivolgersi al suo editore richiedendo una seconda ristampa di Storia di Anna Drei, ormai esaurito.

L’iniziativa fu tuttavia più volte ostacolata dai pareri negativi di consulenti e letterati autorevoli, tra cui Giuseppe Cintioli che definì quel romanzo d’esordio come “un’opera sperimentale, e sempre nei limiti della letteratura femminile”. La ristampa sarebbe arrivata solo dieci anni più tardi, nel 1964, lo stesso anno in cui uscì la sua opera più celebre e discussa, La ragazza di nome Giulio.

Il nuovo romanzo di Milena Milani – come spiega Angela Fabris in “Seduzioni e scenari veneziani. La percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio”, – anticipò in forma narrativa temi che diventeranno centrali negli studi degli anni Settanta: la messa in discussione delle costruzioni patriarcali, eteronormative e fallocentriche, la rinegoziazione dell’atto sessuale a partire dalle esigenze femminili, e indipendentemente da quelle maschili, nonché la rappresentazione frammentaria del corpo umano. Emblematica, in questo senso, la figura della governante Lia che, di nascosto dalla madre, introduce Jules al piacere sessuale e la mette in guardia dal piegarsi davanti al desiderio predatorio dei maschi. “Gli uomini lo fanno per far figli, da soli non sanno far niente, hanno bisogno di noi” sussurra Lia, accarezzando i capelli dell’innocente bambina.La ragazza di nome Giulio anticipò temi che diventeranno centrali negli studi degli anni Settanta come la messa in discussione delle costruzioni patriarcali, eteronormative e fallocentriche, la rinegoziazione dell’atto sessuale a partire dalle esigenze femminili, e indipendentemente da quelle maschili.Già nel 1947, mentre conduceva una vita disordinata tra Roma, Venezia e Milano – dove aveva inaugurato con il marito la Galleria sul Naviglio – Milani pensava a un romanzo che desse voce al percorso esistenziale di una ragazza dell’alta borghesia italiana, tra gli anni Trenta e Cinquanta.

Attraverso la storia di Jules voleva raccontare i desideri, le colpe, la solitudine, l’insoddisfazione costante, il senso di vuoto abissale che segue l’esperienza eterosessuale, e la volontà femminile di raggiungere il piacere come individuo autonomo. Consapevole che un romanzo di questo tipo, nell’immediato secondo dopoguerra, sarebbe stato motivo di scandalo e vergogna – “quel personaggio incandescente che era la ragazza di nome Giulio, mi faceva paura, perché mi ero accorta che stavo precorrendo i tempi” ricorderà nella postfazione alla nuova edizione del romanzo, ripubblicato da Rusconi nel 1978 – l’autrice dovette attendere l’inizio degli anni Sessanta per cominciare a scriverlo e portarlo poi a termine nella casa di montagna a Cortina nell’inverno tra il 1961 e il 1962.

Quando lo diede in lettura al suo editore, ricevette un netto rifiuto: nella scheda di lettura, firmata da Niccolò Gallo e Alberto Mondadori, il testo veniva definito come “orrendo, impubblicabile”. Seguirono altri rifiuti e altre critiche:

Domenico Porzio, allora a Rizzoli, commentò sprezzantemente: “ci manca una marocchinata e poi c’è tutto”, Giorgio Bassani usò i fogli del manoscritto per scrivere cose sue e Geno Pampaloni reagì con un silenzio imbarazzato. Scoraggiata dai ripetuti dinieghi, e sconvolta dalla morte del compagno, scomparso per leucemia alla fine del 1963, Milena Milani accantonò il manoscritto in un cassetto.

Qualche tempo dopo, a Cortina, l’amico Arturo Tofanelli, allora direttore del Tempo, le chiese di leggerlo e, entusiasta, lo presentò all’editore Longanesi. Per volontà di Mario Monti e Goffredo Parise, il libro venne pubblicato nell’aprile 1964 ma, come osserva lo studioso Alessandro De Laurentiis, non tanto perché contribuisse a rivoluzionare “l’immaginario legato alla rappresentazione dei personaggi femminili” quanto piuttosto per creare un caso letterario sfruttando opportunisticamente “il potenziale elemento scandalistico dei libri scritti da donne che trattano il tema del sesso in modi considerati allora sfrontati e trasgressivi”.

A qualche mese dalla sua uscita in libreria, il romanzo venne però sequestrato, il piombo tipografico distrutto e l’autrice incriminata con l’accusa di oltraggio al comune senso del pudore, ai sensi all’articolo 528 del Codice penale. Le denunce giunsero soprattutto da associazioni cattoliche e maestre di scuole e portarono all’interruzione delle sue collaborazioni con giornali e riviste italiane.

Dopo essere stati condannati in primo grado dal tribunale di Milano alla pena di reclusione per sei mesi e a una multa di centomila lire, Milani e Mario Monti ricorsero in appello e, grazie a una sentenza del pubblico ministero, nel 1968 furono infine assolti con formula piena. A essere messa sotto giudizio, in quel tribunale di Milano, non è tanto il romanzo quanto la sua protagonista, incoerentemente identificata con la persona fisica di Milani: una scrittrice più matura che, nel clima repressivo e ipercattolico degli anni Sessanta, osava sfidare le convenzioni patriarcali e offendere istituzioni sacre quali la famiglia e la maternità.A qualche mese dall’uscita in libreria, La ragazza di nome Giulio venne sequestrato, il piombo tipografico distrutto e l’autrice incriminata con l’accusa di oltraggio al comune senso del pudore, ai sensi all’articolo 528 del Codice penale.Dopo la vittoria al processo e la sofferta morte del marito, Milani dovette rinunciare a ogni attività nelle due gallerie di Venezia e di Milano, ereditate rispettivamente dal fratello di Codazzo e dai suoi figli.

Tornò quindi nella regione natale dove prese in affitto un appartamento nel Palazzo di Vetro ad Albissola Marina. Amante da sempre dell’avventura, continuò a viaggiare per tutto il mondo e a frequentare assiduamente Milano dove aveva sede Rusconi, il nuovo editore che pubblicò tutte le sue opere più recenti, tra cui Oggetto sessuale (1977) e La rossa di Via Tadino (1979).

Nello stesso tempo, proseguì la sua attività artistica, cominciata fin da bambina, dipingendo piccoli quadri decorati da scritte e specializzandosi nella fabbricazione di manufatti in ceramica dai colori vivaci e intensi. Nel 1953 vinse un premio alla VIII Mostra nazionale della ceramica di Venezia con un servizio di frutta e, nel maggio del 1965, fu inaugurata la sua prima personale a Trento, presso la Galleria L’Argentario di Ines Fedrizzi.

Nel catalogo dell’esposizione, curata dal critico Garibaldo Marussi, Milani scrive: “In certi giorni, di sera specialmente, quando ho bisogno di stare maggiormente con me stessa, incomincio a dipingere i miei quadri-scritti. […] Fare questi quadri o queste ceramiche è la mia oasi segreta, una necessità e un hobby ai quali non saprei rinunciare.

Il tempo passa più in fretta e non mi annoio mai”. Prima che tutto avesse inizio ‒ prima dei trasferimenti a Roma, poi a Venezia e a Milano, prima che scoppiasse la guerra ‒ quando Milani era ancora una ragazza di provincia, desiderosa di scoprire il mondo, ogni mattina montava in sella alla sua bicicletta e, di nascosto dai genitori, pedalava verso Albisola.

Proclamata da Marinetti capitale della ceramica futurista, la cittadina ligure riuniva allora una vivace comunità di artisti, tra cui Tullio d’Albisola e Lucio Fontana, dai quali Milani imparò la passione per l’arte. Nonostante la distanza, la scrittrice non dimenticò mai il legame profondo con la sua Liguria e, nei primi anni Duemila, poco prima della morte avvenuta nel 2013, scelse di donare a Savona la propria collezione privata di dipinti affinché la città natale potesse avere un’istituzione culturale dove conoscere i più grandi artisti italiani e internazionali della seconda metà del Novecento.

La Fondazione d’Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, ospitata nelle sale di Palazzo Gavotti, conserva ed espone opere di Giuseppe Capogrossi, Lucio Fontana, Asger Jorn e di maestri del Surrealismo quali Man Ray, Joan Mirò, René Magritte. Un’intera sala è dedicata ai ritratti che grandi artisti – Picasso, Crippa e lo stesso Fontana – fecero alla scrittrice, con la sua folta chioma nera e i suoi grandi occhi scuri.

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