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Martedì 21 aprile 2026 ore 08:22

Cultura

Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese

Martedì 21 aprile 2026 ore 07:03 Fonte: Il Tascabile

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Yousri Alghoul, scrittore palestinese noto per il suo realismo fratturante, racconta la drammatica esperienza della sua vita a Gaza, dove ha scelto di rimanere mentre la sua famiglia fugge verso zone più sicure a causa dei bombardamenti incessanti. Nel suo racconto "Paradossi del dolore", pubblicato per l'Istituto per gli Studi Palestinesi, Alghoul esplora il dilemma di essere uno scrittore in un contesto di genocidio, interrogandosi se sia giusto scrivere o meno in mezzo a fame e violenza, e riflettendo sulla sua identità di intellettuale mentre il suo quartiere viene distrutto. Attraverso le sue opere, che includono racconti e reportage, invita a considerare non solo la sua posizione come scrittore, ma anche il significato della scrittura nel contesto della vita quotidiana a Gaza, evidenziando la lotta del popolo palestinese e cercando di coinvolgere il lettore occidentale nella realtà della sua terra. Alghoul, nato nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati, ha documentato a lungo la vita sotto assedio e nel suo ultimo libro, "L'ultima notte a Gaza", descrive la devastazione e la paura che permeano la vita dei suoi concittadini, rendendo la sua scrittura un atto di resistenza e una testimonianza della sofferenza collettiva.
Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese
Il Tascabile

I eri ho salutato mia moglie e i miei figli dopo che hanno deciso di fuggire nella zona centrale. La situazione nella mia zona residenziale, il quartiere di Ard al-Ghoul/Al-Murabitun, è infernale.

La casa trema a causa dei continui bombardamenti. Mentre scrivo questo racconto, ho contato il numero di esplosioni: circa cinquanta in una sola notte. (Caro lettore, proprio in questo momento, mentre continuo a scrivere, si è verificata un’esplosione vicino a casa mia e le schegge si sono sparse intorno a me fino a quasi colpirmi).

È il 18 settembre 2025. Yousri Alghoul scrive, per il sito dell’Istituto per gli Studi Palestinesi, “Paradossi del dolore”, il racconto sulla fuga della sua famiglia e sulla sua scelta, invece, come intellettuale, di restare.

Tra le righe del testo, chi legge resta agganciato qui: “Scrivere è un atto di follia in questo momento, e sarebbe follia non scrivere”.

Alghoul, uno dei più noti autori palestinesi, conosciuto come “lo scrittore che è rimasto nel nord di Gaza”, risolve un dilemma identitario – essere o non essere uno scrittore durante il genocidio? Scrivere o non scrivere sotto fame e bombardamenti?

Restare o non restare come intellettuale nel nord, mentre il campo si svuota verso sud? – traducendo questa antinomia nella sua resistenza poetica. I racconti, i libri e i reportage di Yousri Alghoul – in Italia Edizioni Q ne pubblica una testimonianza ‒ sono un invito a considerare non tanto la postura dello scrittore, quanto la posizione di chi scrive nel territorio fisico di Gaza e nello spazio simbolico della letteratura, nel rapporto con il potere e nella relazione con l’altro – un Altro che l’autore identifica, da un lato, con il popolo palestinese in cerca di supporto per non cedere alla resa, dall’altro, con il lettore occidentale da interrogare, ponendo sotto il suo sguardo la realtà di Gaza come dispositivo umano.

Essere o non essere uno scrittore durante il genocidio? Scrivere o non scrivere sotto fame e bombardamenti?

Restare o non restare come intellettuale nel nord, mentre il campo si svuota verso sud? “Paradossi del dolore” nel mezzo suona così: (Ancora una volta, la mia casa è stata colpita da un colpo di obice e, mentre scrivo questa testimonianza, il rumore dell’esplosione mi risuona ancora nelle orecchie.

Per questo motivo, ho deciso di trasferirmi in una stanza vicina, esposta a sud, che potrebbe essere più sicura). Ero distratto: tra il rumore dei proiettili della nave da guerra e la notizia del martirio di due bambini della mia famiglia la sera prima, tra l’idea della narrazione attraverso la quale volevo far luce sull’amara realtà dello sfollamento e il deliberato attacco a tutte le componenti della vita, come se si trattasse di una vendetta contro alberi e pietre, non solo contro il popolo palestinese.Yousri Alghoul nasce nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City.

Ha pubblicato diverse raccolte di racconti, romanzi e reportage. È membro dell’Unione degli Scrittori Palestinesi e di numerose organizzazioni della società civile, e ha organizzato diverse iniziative culturali per scrittori emergenti a Gaza.

Da anni documenta la vita quotidiana sotto l’assedio. Nel suo ultimo libro, “L’ultima notte a Gaza”, non ancora tradotto in Italia, racconta gli amici martiri, le case distrutte, la paura negli occhi dei bambini, le donne stanche, la corsa spaventosa sotto i bombardamenti, le famiglie sterminate in un istante, i corpi sconosciuti per le strade.

“È una biografia”, dice Alghoul, “che descrive la morte e il tentativo di sopravvivere”. A proposito di questo libro lo scrittore Ziyad Khadash parla del “suo fluire triste e la sua poeticità sanguinosa, la forza del linguaggio e la sua coerenza tormentata nel fissarsi sui corpi senza vita”.

Oltre che nello spazio, quella di Alghoul è una posizione nel tempo. L’infanzia nell’intifada, la nascita come scrittore sotto l’occupazione, la resistenza fisica e intellettuale durante il genocidio, l’evacuazione.

“Durante la prima intifada, ero un bambino”, racconta Alghoul nella nostra conversazione: “Gli israeliani imponevano il coprifuoco.

Non potevamo uscire di casa e mio padre ci portava dei libri. Non avevo molto da fare se non leggere storie”.

Il vicino di casa di Alghoul aveva creato una piccola biblioteca: “Era un giovane palestinese, che credo fosse amputato, non riusciva a camminare e aveva aperto questo posto.

Ci prestava i libri e io ero molto coinvolto nelle storie che leggevo”. Quando era alle scuole superiori, Alghoul ha scritto una storia per partecipare a un concorso e ha vinto un premio.

“La storia parlava della povertà perché eravamo molto poveri noi che vivevamo nel campo profughi. Da quel momento ho deciso di scrivere.

Ero molto giovane, ma sentivo di voler parlare della situazione miserabile nella Striscia di Gaza: povertà, disoccupazione, distruzione, nessun sistema fognario. Scrivevo di questo, e sentivo che dovevo scriverne sempre di più”.

Negli anni Novanta si compie la sua iniziazione come scrittore, un corpo giovane, esposto che ha chiaro come la scrittura si muova insieme a lui, si definisca nei limiti e a questi si opponga per trovare la sua voce espressiva e prendere spazio mentre si guadagna tempo per sopravvivere. Più prendi spazio con la parola scritta, più definisci lo spazio reale del tuo mondo: la strategia narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di un territorio a esistere nel momento in cui viene raccontato.

La strategia narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di un territorio a esistere nel momento in cui viene raccontato.Se uno scrittore in un libro crea il mondo possibile del racconto, Alghoul tenta un percorso inverso: Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo reale attraverso il racconto.

Non c’è altra possibilità all’infuori di una narrativa che veda l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del mondo. Questa intenzione ha richiesto ad Alghoul, nel tempo, di ricercare e sperimentare la forma narrativa dei suoi testi come espressione della sua poetica civile di intellettuale.

Ma prima di giungere a questa individuazione, la forma di Alghoul era un’altra: il surrealismo. I suoi racconti erano cupi, insieme fantastici e realistici.

E anche qui è importante la posizione nel tempo della Storia. In “Una lettera a Vania”, un racconto scritto nel 2023, prima del 7 ottobre, il narratore scrive a Vania, una sua amica che vive all’estero e che sembra essere distante e ignara della vita a Gaza.

“Non sapevo quale direzione avrei preso mentre scrivevo”, racconta Alghoul. “Non mi sono concentrato tanto sullo stile, quanto sul cercare di riuscire a trasmettere il messaggio.

Io stesso stavo ancora scoprendo cosa fosse il contenuto di quel messaggio”. Il racconto inizia così:

Scriverò una lettera a Vania ‒ devo farlo. Le dirò che sto ancora respirando, e così anche quelli intorno a me.

Forse lei pensa che sia morto quando uno dei missili implacabili ha colpito il campo profughi dove viviamo, e che ora siamo tutti distesi senza vita qui, sotto le macerie. Ridendo, la informerò che i nostri corpi si sono induriti e hanno sviluppato una strana immunità alla morte.

Sono stati solo i bambini a morire ‒ i bambini, gli unici tra noi che non conoscono il significato della morte. Nella prosa del periodo surrealista Alghoul insegue le possibilità della trasformazione.

Ecco dunque cosa diventano i corpi nel racconto: “Scriverò una lettera a Vania ‒ devo farlo.

Le dirò che durante la guerra mi sono trasformato in acqua come modo per proteggermi dai muri che crollavano e dai mobili che cadevano. Ho tolto i pezzi del mio corpo uno a uno, e sono svaniti finché non ero più intrappolato tra le macerie, come mia moglie e i miei figli, che non hanno ancora imparato l’arte della trasformazione”.

Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo reale attraverso il racconto. Non c’è altra possibilità all’infuori di una narrativa che veda l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del mondo.Parte del messaggio di Alghoul è il destinatario, la sua Vania, ossia il lettore occidentale.

Allora l’autore contamina il testo con la cultura pop facendo comparire personaggi come Iron Man o Hulk:Giuro che, appena le mie ferite guariranno e il mio braccio sinistro germoglierà di nuovo, manderò la mia lettera a Vania. Le scriverò:

L’odore di mia moglie e dei miei figli mi faceva colare il naso. Così mi sono trasformato in un camino per soffiare i fumi all’esterno, pensando che potesse servire da segnale per qualcuno che venisse a salvarci.

Ma dopo che sono tornato acqua fredda e mi sono versato su di loro, gocciolando nelle loro bocche e asciugando il sangue che si era seccato sui loro corpi maltrattati, questi sono crollati e hanno perso quello che restava della loro forza di sopravvivenza. Mentre tremavano per la paura, il freddo, la sete e la fame, ho cercato con tutte le mie forze di trasformarmi nell’Incredibile Hulk e sollevare le macerie del nostro edificio da sopra di loro.

Ma Hulk non ha posto a Gaza, quindi ho fallito.Qui l’effetto straniante disorienta il lettore, almeno quanto il suo sentirsi identificato con l’inconsapevole Vania: “Le dirò a Vania:

Sono tornato per mia moglie e mio figlio. Li ho sollevati e li ho portati fuori dalla casa il più velocemente possibile.

Solo per scoprire che loro ‒ che noi ‒ non avevamo più gambe. ‘Perché non fai una gamba di legno a tua moglie?’ dirà, senza sapere che a Gaza non ci sono alberi abbastanza per produrre gambe per sostituire quelle che sono state amputate. Senza sapere che Gaza non è un paese, né una città o un villaggio, ma piuttosto un pezzetto di inferno privo di ogni colore tranne il nero”.

Dopo il 7 ottobre, invece, la forma di Alghoul richiede un altro passo: “Quando è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di finzione, ma di scrivere la narrativa palestinese che non deve morire.

Mi sono sentito obbligato a scrivere, per la posterità, un resoconto di questa misera era nella storia mondiale. Quindi, la mia scrittura recente ha preso la forma del realismo e delle storie non finzionali”.

Due anni dopo “Una lettera a Vania”, il 6 ottobre Alghoul scrive “Tragedia dello sfollamento”: Sto tirando il mio carrello, con lo stomaco che brontola.

Non mangio dalla sera prima, da solo nell’appartamento dopo che tutti gli altri se ne sono andati. Quindi cerco di scappare in fretta, per non morire di fame, mentre altri come me scappano, temendo di morire di sete, e altri ancora che rimpiangono le loro famiglie, alcune delle quali sono sopravvissute, altre sono state martirizzate.

Non ho mai pensato di lasciare la città, per molte ragioni, la più importante delle quali era rafforzare la resistenza della gente del posto, poiché la maggior parte dei residenti trae la propria resistenza dalle élite intellettuali nel campo. E poiché sono uno di loro, sono stato la voce del campo con i miei libri e il mio approccio chiaro nel sostenere la legittimità della resistenza.

E essendo rimasto al nord per tutta la durata della guerra, non ho mai pensato allo sfollamento in nessuna circostanza, e non sapevo che la morte sarebbe diventata la mia compagna lungo il cammino. Tutti in città lottano contro il tempo per non morire, per una ragione sconosciuta al mondo.Negli ultimi due anni Alghoul si è trovato intrappolato nella scrittura come “l’atto di un folle”, stando alla sua definizione.

“Dopo il 7 ottobre, non è stato facile scrivere”, dice durante la nostra conversazione. “Non avevamo elettricità e ci spostavamo da un luogo all’altro.

Hai bisogno di scrivere, hai bisogno di un laptop, hai bisogno di trasmettere i tuoi messaggi al mondo. Devi camminare anche sette chilometri per andare a caricare il laptop.

Andavo in un rifugio, da un mio amico che aveva dei pannelli solari”. Così Alghoul cerca di spostarsi da un luogo all’altro senza mai lasciare il nord di Gaza mentre la maggior parte delle persone si spostava verso sud:

“Sono l’unico scrittore rimasto nel nord, insieme ad alcuni poeti, con la carestia e i bombardamenti”. In quel periodo, gli israeliani hanno iniziato a colpire gli edifici e le case.

“Dovevo decidere se scrivere o scappare dai razzi e dai missili, dal sangue che veniva sparso. Io non sono partito.

Non sono andato via per due anni. Sono rimasto lì, fermo”.

“Quando è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di finzione, ma di scrivere la narrativa palestinese che non deve morire”.Durante gli ultimi due anni Alghoul ha scritto racconti per i siti e mandato foto, video, audio tramite Whatsapp ai suoi contatti in Occidente. Sul mio telefono i video della sua casa distrutta e delle persone che scappano compaiono nella galleria tra i video di mio figlio al parco dopo la scuola in una disturbante mescolanza di suoni e composizioni.

Una mattina, nell’estate del 2025, mentre sono al bar a fare colazione, mi arriva un messaggio di Yousri. Una foto.

È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel fango. Sta leggendo.

In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo. Gli chiedo come sta, cosa sta facendo.

Lui mi manda un vocale: “Non abbiamo altro da fare se non combattere tramite l’intelletto.

Leggere, scrivere. Non essere semplicemente osservatori di ciò che sta accadendo in questi anni.

Devi raccontare al mondo ciò che sta succedendo. E questo non può accadere senza leggere.

Dobbiamo leggere, dobbiamo imparare, dobbiamo fare tutto, ma non arrenderci. Perché se ti arrendi, muori.

E noi non moriremo. Abbiamo una volontà incrollabile.

E questo mi spinge a scrivere, scrivere e scrivere”. Il 7 ottobre 2025 Alghoul scrive “L’ultima notte a Gaza City”:

“L’auto fatiscente arrivò e i miei figli iniziarono a trasportare le loro cose su un rimorchio attaccato all’auto e fino all’ultimo momento mi rifiutai di smontare i mobili del bagno. Mia moglie, tuttavia, disse: ‘Yousri, non torniamo indietro.

Questa volta vogliono distruggere noi e le case che prima non sono state distrutte ‘. Concordai con mia moglie che sarei rimasto a Gaza City, non avrei accettato di essere spostato perché il rafforzamento della fermezza inizia con la presenza dell’élite tra le masse”.

Più avanti nel testo la voce di Alghoul richiama lo sguardo dell’Occidente: Il lettore può ancora una volta contemplare attentamente la scena che lo circonda: l’appartamento, le stanze e le loro pareti, i mobili della casa, i certificati di apprezzamento e onore appesi alle pareti, i vestiti e i dispositivi intelligenti.

Sei costretto a portare tutto questo in una volta sola su un’auto fatiscente in un luogo che non conosci. Potrebbe essere un terreno fangoso, e per una cifra che supera il prezzo di un biglietto aereo per il Brasile, per gettarlo nell’abisso della distruzione, in attesa di montare una tenda che non è sufficiente per cinque persone, mentre il resto delle pratiche che conosci diventano lussi, come svegliarsi per lavarsi la faccia e i denti, preparare il cibo sulla stufa e uscire per lavorare.

E se l’autore ha abbandonato il surrealismo, il suo sguardo nel racconto, però, resta capace di comporre l’immagine di una realtà che supera ogni immaginazione: “Nonostante i video mostrino come i soldati si divertissero a bombardare quegli animali che non avevano nulla a che fare con quanto stava accadendo nella Striscia, la cosa importante è che ora erano gli umani a svolgere i compiti di quegli animali trainando i carretti, in una scena umiliante per tutta l’umanità”.

È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel fango. Sta leggendo.

In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo.Ho affidato la traduzione di questi testi dall’arabo agli strumenti online che restituiscono l’uso del passato come tempo verbale del racconto. Se questo fosse anche l’esito di un traduttore umano, colpirebbe in un reportage narrativo la predilezione dell’autore per il passato, il tempo della consapevolezza, come se Alghoul vedesse già il proprio testo sotto gli occhi di un lettore futuro.

Per il lettore presente, invece, l’effetto è di partecipare immobile a una realtà che è finita, un’azione, quella della vita a Gaza, che si è conclusa. Graham Liddell, il traduttore inglese di Alghoul, sostiene che le storie dello “scrittore rimasto al nord” resistono alla categorizzazione in generi esistenti:

“Ho deciso di coniare un termine: realismo fratturante – dice Liddell ‒ che rompe la soglia tra mondi che tendiamo a pensare come separati: tra il momento presente e l’apocalisse, questa vita e l’aldilà, il naturale e il soprannaturale, l’individuale e il cosmico. Le storie di Alghoul interrompono anche la nostra percezione di ciò che è o potrebbe essere reale.

Le persone a Gaza oggi stanno vivendo orrori che davvero mettono a dura prova l’immaginazione, e per catturare questa incredibilità quotidiana nel suo lavoro, Yousri costringe i suoi lettori a riconsiderare la realtà”. Durante la nostra conversazione che avviene nei primi mesi del 2026, Alghoul mi racconta che per tredici anni è rimasto bloccato a Gaza.

“Non sono mai uscito da Gaza per tredici anni. Non solo per volontà degli israeliani.

Anche molti regimi arabi, soprattutto quello egiziano, si sono rifiutati di concedermi il visto, di darmi ad esempio il permesso di passare attraverso l’Egitto per raggiungere un altro Paese. Perché?

Perché sono uno scrittore. Sono uno scrittore che ha scritto sui regimi arabi, sulla primavera araba”.

Le uniche vie per uscire da Gaza sono l’Egitto o Israele. “Sono stato nominato per molti programmi di residenze e scrittura internazionali.

Come l’International Writing Program, per l’Università dell’Iowa. Ma sono rimasto bloccato a Gaza.

Io credo che l’autore non sia un pesce morto. Sai cosa intendo per un pesce morto?

Quello che segue le onde. Io non seguo i regimi.

Non scrivo per lodare i regimi e ricevere premi. Lotto contro i regimi. Scrivo contro i regimi. Perché gli intellettuali non sono schiavi dei regimi”.

La nostra conversazione avviene in video call mentre Alghoul si trova nel suo ufficio a Losanna. “Ora – continua Alghoul ‒ gli israeliani vogliono entrare a Gaza, quindi evacuano noi intellettuali perché vogliono frustrarci psicologicamente.

Quindi ho lasciato Gaza. Ho lasciato Gaza per la mia famiglia, per proteggerla dal genocidio.

Cosa avrei dovuto fare? Quando sono rimasto da solo nel nord, non avevo paura che mi potessero assassinare o arrestare, non mi importava.

Ma ora questa è stata la mia decisione: portare la mia famiglia fuori da Gaza”. Un’amica tedesco-svizzera di Alghoul lo ha supportato per integrarlo nell’International Institution of Management and Development all’Università di Losanna con un lavoro come ricercatore associato.

Ha un contratto di lavoro di due anni. Sta concentrando le sue ricerche sulla resistenza dei palestinesi:

“Dobbiamo combattere, anche se siamo qui. Sono una nuova voce in Europa per supportare la mia comunità e parlare al mondo di ciò che sta accadendo e scrivere sulla causa palestinese e chiamare alla solidarietà per i bambini, le donne, gli anziani, gli edifici, gli alberi di Gaza.

È molto difficile ricostruire una comunità e uno Stato senza le persone. Ma penso anche che Gaza abbia bisogno di messaggeri”.“Io credo che l’autore non sia un pesce morto.

Sai cosa intendo per un pesce morto? Quello che segue le onde”.Il 16 gennaio 2026 Alghoul scrive “Dallo sfollamento all’evacuazione”:

Ho atteso la data di evacuazione dall’occupazione, senza provare alcun tipo di paura, anche se negli ultimi due anni ero solito spegnere il telefono a Gaza per paura di essere assassinato. Dopo la comunicazione, ho capito che l’occupazione cerca di svuotare la Striscia di Gaza dell’élite e che la mia partenza per loro sarebbe stata un’opportunità per raggiungere l’obiettivo finale.

E qui mi sono chiesto: tradirei il mio Paese se me ne andassi? E se non me ne andassi?

Come potrò mai avere un’altra possibilità se mi è vietato viaggiare in entrambe le direzioni? Non mi basta aver lottato per più di vent’anni?

Che dire dei miei figli, che soffrono a causa del trasporto di carichi pesanti e i cui corpi sono indeboliti? Che dire di mia moglie incinta, che prepara il cibo con la plastica cancerogena?

E che dire di me? Non ho bisogno di andare nel mondo e partecipare alle fiere del libro arabe e internazionali come tutti gli altri, e di liberarmi dal complesso di Gaza che mi ha assediato e pagare il prezzo della mia scrittura?

Non posso essere un ambasciatore di questa città? La lotta riguarda la morte gratuita?

La lotta è solo all’interno di Gaza? Sono andato a Ginevra con la mia famiglia, lasciandomi alle spalle mio padre con una gamba amputata, mio fratello con una lesione al midollo spinale, mia sorella che ha perso suo figlio martire.

Forse potrei essere un ambasciatore per la mia città, che attende ovunque le nostre prese di posizione. L'articolo Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese proviene da Il Tascabile.

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