Politica
Guerre parallele
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Quali analogie e quali differenze ci sono tra la guerra tra la Russia e l’Ucraina, da un lato, e quella tra gli Stati Uniti e i loro fedelissimi alleati (o ispiratori?) israeliani e l’Iran, dall’altro (uniche due guerre a godere dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, che non si cura delle altre decine, a volte più sanguinose, ugualmente in corso)? In queste settimane, l’attenzione per il primo dei due conflitti si è molto ridotta, essendosi concentrata quasi esclusivamente sul secondo, che, nel momento in cui scriviamo, è sospeso al filo di una precaria tregua la cui scadenza è prevista per mercoledì prossimo.
Cominciamo dalle analogie. La prima è che, da entrambe le parti, c’è un aggredito e c’è un aggressore: la Russia ha aggredito l’Ucraina, come gli Stati Uniti e Israele hanno aggredito l’Iran.
Veniamo poi alle motivazioni addotte da entrambi gli aggressori. La Russia ha parlato prima di “denazificazione” dell’Ucraina, facendo chiaramente capire che mirava a un rovesciamento dell’attuale governo di quel Paese per sostituirlo con uno di suo gradimento; più tardi, di fronte all’imprevista resistenza ucraina, si è limitata (per così dire) a chiedere il riconoscimento di fatto dell’annessione del Donbass e della Crimea, e alla rinuncia dell’adesione alla Nato da parte dell’Ucraina.
Anche gli Stati Uniti e Israele hanno inizialmente giustificato la loro aggressione con l’obiettivo di rovesciare il regime teocratico al potere in Iran da quasi cinquant’anni, e di privarlo della capacità di dotarsi di armi nucleari. Dopo le inaspettate capacità di resistenza mostrate dall’Iran, di cambiamento di regime non si è più parlato, almeno da parte statunitense, e ora si insiste soprattutto sulla consegna dall’Iran dell’uranio arricchito; su quali siano gli obiettivi di Israele, torneremo tra poco.
Comunque sia, è chiaro che, in entrambi i casi, i due aggressori hanno dovuto ridurre di molto le loro pretese, davanti alla fermezza mostrata dagli aggrediti. Quanto alle motivazioni reali che hanno spinto nei due casi all’attacco, si possono ovviamente formulare solo congetture, soprattutto per quanto riguarda la Russia, data la secolare difficoltà di conoscere ciò che accade tra le mura del Cremlino.
Qualcuno ha avanzato l’ipotesi (non irragionevole) che Putin si sentisse messo con le spalle al muro dai “falchi” della sua amministrazione, che avrebbero potuto rovesciarlo se non avesse tentato di ristabilire l’egemonia russa sull’Ucraina e bloccato il suo percorso di adesione alla Nato. Per quanto riguarda invece gli Usa, le cose sono più chiare: è stato Netanyahu a indurre Trump ad attaccare l’Iran, facendogli credere che il regime sarebbe caduto presto e che non ci sarebbero state altre conseguenze, come quelle che invece si sono puntualmente verificate, con la chiusura dello stretto di Hormuz.
A quanto risulta, tanto il vicepresidente statunitense Vance, quanto il segretario di stato Rubio e il direttore della Cia, Ratcliffe, avrebbero sconsigliato di scatenare il conflitto, non fidandosi delle assicurazioni di Netanyahu. Entrambe le guerre hanno causato quelli che sono eufemisticamente definiti “danni collaterali”, cioè la distruzione di infrastrutture civili, accompagnata dall’uccisione di civili inermi, come accade in tutte le guerre.
L’unica differenza riguarda, in questo caso, il modo in cui la maggior parte dei media occidentali li ha presentati: non si è mai usata l’espressione “danni collaterali” per quanto riguardava i bombardamenti russi, sempre descritti come intenzionalmente rivolti a colpire ospedali o quartieri residenziali, ecc. Al contrario, non si è levato alcun particolare grido di indignazione quando le bombe israelo-statunitensi hanno distrutto edifici civili a Teheran o in altre città iraniane: anzi, alcuni media hanno addirittura tentato di far passare i pasdaran come responsabili del bombardamento di una scuola situata vicino a una base militare nella città di Inab, fino a quando il “New York Times” non ha dimostrato inequivocabilmente la responsabilità americana (vedi qui).
Un’altra analogia riguarda il possibile ricorso all’arma nucleare. Come risulta da varie testimonianze, Putin, nell’autunno 2022, di fronte ai successi militari dell’Ucraina, era pronto a usare ordigni nucleari “tattici” (equivalenti a quelli sganciati su Hiroshima e su Nagasaki, per intenderci); mentre Trump, il giorno prima di annunciare la tregua, aveva minacciato di “riportare l’Iran all’età della pietra” (vedi qui), facendo così un’allusione non troppo larvata all’impiego dello stesso tipo di armi, se non di altre ancora più distruttive.
Non è chiaro chi o che cosa abbia riportato i due personaggi alla ragione – però la conclusione da trarre è chiara: nei confronti di Paesi che non dispongono, o non dispongono ancora, di ordigni nucleari, quelli che ne sono dotati non si limitano a sbandierarli come strumenti di “deterrenza”, ma ne valutano concretamente l’impiego. Infatti, la deterrenza funziona (o almeno finora ha funzionato) se è reciproca: il Paese A non lancia una bomba nucleare sul Paese B, che può ripagarlo con la stessa moneta; invece, non ha da temere una reazione del genere se il Paese B non ha armi nucleari.
Nei due conflitti in questione, la Russia, gli Stati Uniti e Israele sono A; l’Ucraina e l’Iran, B. Fin qui alcune analogie; vediamo ora qualche differenza. Una di esse riguarda gli atouts di cui i due Paesi aggrediti dispongono, per poter proseguire nella loro resistenza agli aggressori.
L’Iran ne ha uno fondamentale, di cui manca invece l’equivalente all’Ucraina: la chiusura dello stretto di Hormuz. Infatti, per realizzarla e mantenerla, non è necessario disporre di una grande flotta (e quindi le spavalde dichiarazioni di Trump secondo cui la marina iraniana è stata distrutta, anche se vere, significano poco), ma bastano, secondo vari osservatori, poche imbarcazioni leggere e solo qualche drone sparato dalle coste iraniane; c’è poi da tenere presente che lo stretto, a quanto pare, è stato minato, e l’operazione di sminamento è piuttosto lunga e complessa.
Si tratta di questioni militari difficili da valutare esattamente (e anche gli “esperti” in questo caso non ci danno molte informazioni). Ma ciò che basta all’Iran è mantenere una situazione di insicurezza: quale armatore può voler rischiare di vedersi affondata una petroliera, quando le assicurazioni, con tutta probabilità, non lo indennizzerebbero?
Checché ne dica Trump, la chiusura dello stretto di Hormuz danneggia anche gli Stati Uniti: anche se non hanno bisogno del petrolio iraniano, sono comunque colpiti dall’aumento generale del prezzo del greggio. E il superamento della soglia dei quattro dollari a gallone (come avviene negli States da quando è scoppiata la guerra) è percepita molto male dai cittadini.
La mancanza, per l’Ucraina, di una carta equivalente allo stretto di Hormuz spiega l’inflessibilità finora dimostrata dalla Russia, che non pare assolutamente disposta a concessioni per quanto riguarda il Donbass, la Crimea e l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Viceversa, il possesso di una simile carta da parte dell’Iran spiega l’ansia di negoziare da parte degli Usa, vista con favore, ovviamente, anche dai Paesi europei, che per ora non possono fare altro che stare a guardare, lasciando le iniziative di mediazione a Pakistan, Egitto e Turchia.
Del resto, come potrebbero proporsi come mediatori, dopo la brillante idea del parlamento europeo di definire “terroristi” i pasdaran? Quali possono essere gli sviluppi della situazione, in entrambi i casi?
Per quanto riguarda il conflitto Usa-Iran, molto dipende da Israele. Mentre Trump non ha niente di particolare da temere dal regime degli ayatollah (il che spiega la sua insistenza sul fatto che gli attuali dirigenti sarebbero “più ragionevoli” dei precedenti, senza alcuna prova evidente dell’affermazione), l’obiettivo di Netanyahu è certamente quello di un cambio di regime, non perché gli interessi la libertà del popolo iraniano (che manca sotto gli ayatollah come mancava sotto lo scià), ma perché un regime come quello degli scià, o altri simili filoccidentali, eliminerebbe ogni sostegno a formazioni come Hezbollah in Libano o gli Huthi nello Yemen (a cui si può aggiungere Hamas, per quanto molto indebolita), che costituiscono delle autentiche spine nel fianco di Israele.
Per raggiungere questo obiettivo, Israele non può che indurre gli Stati Uniti a continuare la guerra, intensificandola con l’invio di truppe di terra o con l’uso di armi nucleari. D’altro canto, è molto difficile che l’attuale regime iraniano sia disposto a cedere, stando così le cose: la carta vincente dello stretto di Hormuz rimane per ora nelle sue mani; e la rinuncia al nucleare significa, in mancanza di garanzie, la possibilità per Israele di continuare a colpirlo, non potendo l’Iran contare sulla “deterrenza”, come osservato sopra.
Quanto alle possibilità di un crollo del regime causato da sollevazioni interne, per ora sembra molto remota: le notizie sono ovviamente scarsissime, ma, a quanto sembra, gli attacchi americani e israeliani ne hanno rafforzato il consenso da parte della popolazione, come spesso accade in casi del genere. Quali possibilità ha una soluzione negoziata?
Difficile dirlo, e finora non abbiamo visto alcuna analisi in proposito. La proposta iraniana di rinunciare all’arricchimento dell’uranio per cinque anni, contro i venti richiesti dagli Usa, potrebbe forse essere accettata da Trump, ma non da Netanyahu, che, come si è detto, mira a un cambiamento radicale del tipo di regime a Teheran.
Non resta quindi che aspettare gli eventi, con la speranza che la situazione non degeneri. E per quanto riguarda il conflitto russo-ucraino?
È evidente che un negoziato, se vuole arrivare a una conclusione positiva, prevede che entrambe le parti rinuncino a qualcuna delle loro pretese. Nel caso del conflitto mediorientale, la posta in gioco è quella della possibilità per l’Iran di dotarsi di un armamento nucleare; nel caso di quello russo-ucraino, la cessione di alcuni territori (peraltro in maggioranza russofoni) e la rinuncia dell’Ucraina ad aderire alla Nato.
Nel primo caso, la questione è molto complessa, perché riguarda, come si è detto, non tanto gli Stati Uniti, quanto Israele e l’intero equilibrio del Medio Oriente; nel secondo, la complessità pare minore, in quanto il punto cruciale è costituito dalle garanzie per l’Ucraina di non subire nuove aggressioni da parte della Russia. Quest’ultimo problema non è certo di facile soluzione, ma non comporta l’imposizione allo Stato aggredito di un regime imposto dall’aggressore, il quale a sua volta non potrebbe più sentirsi minacciato da un’alleanza percepita come ostile.
Altrettanto non si può dire nell’altro caso, per i motivi appena citati: l’Iran non accetterà mai un cambio di regime imposto con la forza dagli Stati Uniti e da Israele, né alle sue possibilità di contrastare la politica dello Stato ebraico, che, al contrario, si sente sotto la perenne minaccia iraniana. Comunque vadano le cose, non si può fare a meno di notare una notevole differenza di atteggiamento da parte dei Paesi che stanno dalla parte dell’aggredito, nei due casi.
L’Unione europea e gli altri Paesi europei hanno indotto l’Ucraina a respingere qualunque compromesso e ancora insistono su questa linea (la linea ondivaga di Trump è ben nota, e non crediamo che possa portare da qualche parte). Gli alleati dell’Iran, Russia e Cina in primo luogo, hanno sì duramente condannato l’aggressione di Usa e Israele, ma non sembra che abbiano fatto granché dal punto di vista del sostegno militare, e soprattutto la Cina, sia pure sottotraccia, pare sostenere il negoziato.
Le differenze fondamentali tra i due conflitti sembrano dunque queste: 1) mentre nel caso della guerra russo-ucraina esiste un solo aggressore, nell’altro caso gli aggressori sono due, con uno scopo diverso, per di più chiaro quello di Israele, molto più confuso quello degli Stati Uniti;
2) nella guerra in Medio Oriente, tutte le parti (tranne Israele) sembrano interessate a un negoziato, mentre lo stesso non si può dire a proposito dell’altro conflitto. E, per finire, la nostra cara Europa in un caso prega perché la guerra finisca, nell’altro spinge perché continui (tanto, la combattono gli ucraini).
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