Cultura
Oriente/Occidente o Sud/Nord?
di Franco Ricciardiello Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, tr. Francesco Leggio, Sellerio 2025, pp. 182, euro 16,00 Il famoso orientalista libanese Edward Said lo ha definito “uno dei sei migliori romanzi della letteratura araba del Novecento”.
Uscito in Libano nel 1967, pubblicato in Italia da Sellerio nel 1992, riedito nel 2025 in questa edizione riveduta dallo stesso traduttore, Francesco Leggio, è un libro che ha avuto grandissima diffusione a partire dall’edizione in lingua inglese. Il protagonista è Mustafà Sa’ìd, un sudanese senza padre e senza istruzione, che vive nella più completa miseria in un ambiente rurale negli anni Venti del secolo scorso, al quale viene offerta l’opportunità di studiare.
La sua intelligenza fuori dal comune lo qualifica per proseguire l’iter scolastico al Cairo, sotto l’egida dell’ex potenza colonizzatrice, la Corona britannica, e infine a Londra per l’istruzione superiore. Lo sbocco naturale di questa progressione sociale dovrebbe essere l’incorporazione nella nuova classe dirigente post-coloniale, destinata a prendere in mano le redini dello sviluppo del Sudan.
Ma qualcosa in questo meccanismo di promozione sociale si inceppa e Sa’ìd, malgrado i risultati brillanti, le doti innate e le potenzialità, trascorre il suo periodo londinese in un simulacro di vita “occidentale”, seducendo donne fragili che vedono nella sua diversità un fascino esotico in grado di liberarle dall’asfissiante routine borghese tardo-vittoriana, o post-vittoriana. La classica e ancora attuale contrapposizione Oriente/Occidente si sposta in questo romanzo su un asse Sud/Nord; come la postfazione rivela, le vicissitudini di Sa’ìd in terra inglese possono essere state percepite dai lettori arabi come una rivincita dell’ex colonizzato sugli ex colonizzatori, ma se così è, si rivela presto la vacuità di questo tentativo: il protagonista, raggiunta ormai la mezza età e dopo anni di prigione, deve tornare nel villaggio natale, dove sposa una donna più giovane che ha già due figli, mantiene nascosto il suo passato e diventa uno dei punti di riferimento della comunità rurale grazie alle sue doti pratiche.
Il lettore osserva la vicenda attraverso gli occhi di un io narrante che ha seguito lo stesso iter formativo del protagonista, cioè scolarizzazione superiore in Europa e cooptazione nell’amministrazione statale, ma la cui azione nel solco di una modernizzazione socialdemocratica post-coloniale che ben presto si lascia corrompere dal potere, non ha alcun influsso benefico sulla vita dei contadini. Tayeb Salih, morto del 2009 dopo avere vissuto quasi sempre a Londra, non ci offre una morale anticoloniale, non mitizza assolutamente il mondo tradizionale dal quale egli stesso proviene; anzi mostra gli effetti deleteri dello scontro nelle campagne fra tradizione e modernizzazione, rappresentata se vogliamo da Hosna, la vedova di Mustafà: è lei che si ribella alla volontà del padre di darla in sposa a un altro uomo del villaggio, e porta alle estreme conseguenze il suo radicale rifiuto di una sottomissione che ritiene anacronistica.
Se Londra appare come il luogo della vita libera, sebbene non felice se consideriamo le donne che il seduttore Sa’ìd fa innamorare di sé, il Sudan rurale significa subordinazione femminile, infibulazione nell’infanzia, sottomissione alla potestà maschile del marito o del padre, e anche una donna emancipata come Bint Majdùb, che fuma sigarette e parla di sesso con gli uomini del villaggio, al momento della disubbidienza di Hosna si rivela ideologicamente allineata con il pensiero comune.