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Intervista a Atef Abu Saif, ex-ministro della Cultura palestinese
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Che cosa possiamo fare noi occidentali contro il genocidio palestinese se i nostri governi non assumono posizioni e decisioni ferme? Possiamo e dobbiamo continuare a parlare della Palestina e del sionismo; possiamo e dobbiamo continuare a confrontarci con i mostri che abitano la nostra cultura e le nostre ideologie, senza stancarci di guardare negli occhi la medusa.
Per questo è importante dialogare con i protagonisti della storia, per tentare di capire, per tentare di non voltarci dall’altra parte. Queste le ragioni, alcune, che ci spingono a dialogare con Atef Abu Saif, intellettuale e scrittore palestinese, ministro della Cultura per la Palestina dal 2019 al 2024.
Atef Abu Saif Chi è Atef Abu Saif? Sono nato in Jabalia, in un campo profughi a nord di Gaza City dove la mia famiglia è arrivata nel 1973.
La mia famiglia è originaria di Giaffa, ma furono costretti a lasciarla durante la Nakba. Ho conseguito la mia prima laurea all’università di Birzeit in Cisgiordania.
Poi ho studiato in Inghilterra e in Italia a Firenze. Sono stato professore di Scienze politiche all’Università di Al-Azhar di Gaza.
Ho pubblicato dieci romanzi in arabo e quattro raccolte di racconti. Ho ricoperto la carica di ministro della Cultura per la Palestina per cinque anni, da metà 2019 fino al 2024.
Ho anche scritto per il teatro, cinque opere che sono state rappresentate sui palcoscenici di Gaza. Ho fatto molte cose nella mia vita.
Quali sono gli autori di letteratura araba che ti ispirano? Ci sono autori di altre letterature che apprezzi?
Beh, in realtà, sai, sono cresciuto a Jabalia, dove non abbiamo biblioteche. La biblioteca più grande che ho visto fino ai diciotto anni era la mia e quella privata di mio padre, composta da soli quaranta libri.
Si trattava di classici della letteratura araba come Mille e una notte. C’erano racconti arabi, poesia araba, c’era questo genere di libri.
Nei campi non abbiamo mai saputo cosa fosse una biblioteca, la prima volta che sono andato all’Università di Birzeit, che si trova a nord di Ramallah, ho visto una biblioteca di quattro piani e la notte ci ho dormito dentro. Non sto scherzando.
Continuavo a leggere, leggere, leggere finché non hanno chiuso la biblioteca e hanno dovuto svegliarmi per farmi uscire. Ovviamente leggevo tutto quello che era disponibile in quel momento.
Ricordo che il primo romanzo che ho letto era di Ghassan Kanafani, che è il padre del romanzo palestinese. È il nostro scrittore nazionale.
Penso che non sia solo palestinese, ma sia uno scrittore dell’umanità. Quando avevo quattordici quindici anni ho iniziato a leggere Kanafani, e lo facevamo di nascosto a causa dei soldati israeliani.
Se ci avessero visto con un libro di Kanafani ci avrebbero messo in prigione. Quindi nascondevamo i suoi libri, sotto i nostri cuscini, sotto il letto, sai.
Kanafani è il mio autore preferito. Ma poi quando sono cresciuto e ho studiato letteratura inglese nella mia prima laurea sono stato esposto a tutta la tradizione del romanzo europeo.
William Foster Wallace e James Joyce li amo molto. Direi di aver letto molto nella mia vita, avevo una grande sete di lettura.
Leggevo e leggevo perché volevo imparare di più sui romanzi. Ti dirò che il mio autore preferito è qualcuno che non ha mai scritto un libro, cioè mia nonna.
Lei mi ha sempre raccontato storie. Era una signora molto ricca di Giaffa dove aveva quattro appartamenti, ma è stata costretta a lasciare tutto.
Ha dovuto camminare fino a Gaza ed è morta in povertà. Lei mi raccontava sempre storie di quando andava al cinema con mio nonno, di quando a Giaffa andava a teatro a vedere i gruppi egiziani o ad ascoltare alla music hall i grandi nomi di quel tempo, gli anni Trenta e Quaranta, prima di rifugiarsi a Gaza.
A quell’epoca non sapevo che cosa fosse il teatro, che cosa fosse il cinema o una biblioteca. Lei mi raccontava queste cose come se fossero delle fiabe.
Io volevo davvero diventare uno scrittore perché volevo scrivere la sua storia, la sua vita. Questo era il mio sogno quando avevo sette otto anni.
Dicevo: voglio scrivere tutto ciò che dice. Pendevo dalle sue labbra e quando avevo undici anni ho iniziato a scrivere di lei su un quaderno.
Ne avevo una ventina. Sono andati tutti persi sotto le macerie della mia casa a Jabalia quando è stata distrutta dalle bombe.
Penso che lei fosse una grande narratrice ma non ha mai scritto. Sapeva leggere e scrivere ma non le piaceva.
Lei è stata la mia prima insegnante, inventando e raccontando storie. Volevo scrivere che cosa le è successo da quando è nata alla fine del XIX secolo, di come si è innamorata di mio nonno, di come hanno dovuto lasciare Giaffa e di come ha dovuto vivere in una tenda dopo aver vissuto in una villa sulla spiaggia.
Volevo provare a raccontare questa storia ma in realtà non l’ho mai fatto, fino ad ora. Del tuo romanzo Vita appesa pubblicato in Italia dalla casa editrice Polidoro ho apprezzato la descrizione della società civile a Gaza prima del sette ottobre, ne cogli contraddizioni e possibilità di sviluppo.
Che cosa è rimasto oggi di quella società? Credo che la Gaza che conoscevamo prima del sette ottobre non esista più.
Gaza era una città culturalmente molto ricca. Era piena di vita.
L’immagine che si aveva di Gaza era quella di una città in guerra, segnata dalla distruzione e dai bombardamenti ma Gaza aveva caffè, ristoranti, biblioteche, cinema, teatri. E io volevo rappresentare questa realtà ai lettori di Vita appesa che conoscono Gaza solo per ciò che dicono la Repubblica o The New York Times New.
Non conoscevo la Gaza che hai descritto e sono rimasto molto sorpreso. Ma ora?
Non è rimasto nulla di questa vita. Ora, Gaza è una città di tende, di povertà, di tanta tristezza.
Tutta Gaza è un grande cimitero. Trovi le ossa della gente ovunque.
Perché molte delle persone uccise sono sotto le macerie delle loro case. Mio cugino è sotto le macerie del suo palazzo con suo figlio da tre anni, dal 23 ottobre del 2023.
A Gaza vedi ovunque distruzione e sotto quella distruzione ci sono i cadaveri delle persone. Proprio per questo sulla rivista Lancet hanno scritto che la cifra di 72mila morti fatti da Israele nella Striscia di Gaza è da ritenersi sbagliata.
Perché tiene conto solo delle morti dirette, non di chi è morto per ferite, per fame, sotto le macerie, per cause secondarie ma relative alla guerra. Se si tiene conto di queste cause i morti a Gaza sarebbero molto di più.
So che non sono 70mila ma non conosco il numero esatto. Perché molte persone sono scomparse, molte altre sono state uccise senza che nessuno se ne accorgesse o lo sapesse.
È l’esempio di mia zia, la sorella di mio padre, non ho avuto sue notizie fino a tre settimane fa. Continuavo a chiedere ad amici e conoscenti se fosse viva o morta.
Non ho saputo nulla di lei per due anni. Solo tre settimane fa, mio fratello è riuscito a vederla.
Era ancora viva e si era trasferita a sud, da Betlemme che è a nord di Gaza. Non sai chi è vivo e chi è morto, in realtà.
Gaza è un grande cimitero, una città fatta di tende. Sempre nel romanzo Vita appesa descrivi una classe politica inadeguata.
Tra l’autorità palestinese accusata di corruzione inefficienza, e Hamas considerata associazione terroristica e da alcuni legittima organizzazione di resistenza, quale spazio di manovra rimane al popolo palestinese? Dobbiamo essere chiari su questo.
Hamas, qualunque cosa pensiamo di Hamas, rappresenta le persone religiose. E Fatah, qualunque cosa pensiamo di Fatah, rappresenta i nazionalisti.
Questo è normale. Lasciami dire una cosa.
Abbiamo due partiti politici, due grandi partiti. Abbiamo i laici e i religiosi come in Gran Bretagna ci sono i liberali e i conservatori.
I palestinesi sono sotto occupazione vogliono che il loro paese venga liberato. Vogliono avere un proprio Stato.
Quindi è ovvio che ci siano più opinioni su come liberare il paese e come creare uno Stato. Quindi c’è Hamas che rappresenta i conservatori e i religiosi, e Fatah che rappresenta i nazionalisti e i laici.
Certo gli europei potrebbero dire Hamas e Fatah sono cattivi, corrotti, o qualcosa del genere. Ma se si tenessero le elezioni in Palestina ora, i due partiti otterrebbero la maggioranza.
Questa divisione è normale perché in ogni società ci sono persone molto religiose e persone molto laiche. Certo, ci sono anche persone al centro, a sinistra, ma sfortunatamente solo Fatah e Hamas presentano un programma politico.
La vera domanda è: Come noi palestinesi riacquisteremo il nostro paese?
Come potremo avere uno Stato? Solo Fatah e Hamas riescono a parlare con la gente con un progetto.
Non sto dicendo che siano entrambi buoni. Io vengo da Fatah politicamente.
Ma intellettualmente e politicamente non importa da dove vieni. Nel romanzo ho rappresentato questa discussione, il disaccordo tra Hamas e Fatah all’interno della nazione.
Naturalmente, abbiamo molti altri partiti in Palestina. Ne abbiamo tredici.
Ma se ci fossero le elezioni per il parlamento solo Fatah e Hamas potrebbero competere. E questo per me, come intellettuale e democratico, e per chi crede in una società civile forte, potrebbe non essere salutare.
Ma sfortunatamente nessun altro partito potrebbe rappresentare un modello diverso. Chi potrebbe diventare la voce del popolo palestinese oggi?
Forse Marwan Barghouti? Non lo so.
Preferirei che lottassimo per riprenderci la nostra terra e avere uno Stato prima di avere la democrazia. Che cosa viene prima?
Democrazia o liberazione? È una domanda molto importante.
Per me la questione non è avere uno Stato. La questione è essere liberi dall’occupazione.
Solo allora potrò avere uno Stato. Non potete dirmi non avete la democrazia, non avete le elezioni per il Parlamento palestinese allora non vi sosteniamo.
Volete che io accetti di fare le elezioni sotto occupazione? Israele le influenzerebbe.
Oppure Israele non permetterebbe di tenere le elezioni a Gerusalemme. La questione riguarda la libertà.
Perché se non sono libero, non posso praticare la democrazia correttamente. Certo, Marwan Barghouti lo adoro.
Direi che è un amico. Lo conoscevo da prima, ed è una persona che amo molto.
Rappresenta un personaggio molto carismatico nella mente palestinese. Ieri ricorreva il ventiquattresimo anniversario della sua incarcerazione.
Marwan Barghouti rappresenta la coscienza del movimento nazionale palestinese. Proviene da una tradizione palestinese di lotta e di combattimento contro l’occupazione.
Con il suo carisma potrebbe rappresentare una delle opzioni per il futuro. Ma, purtroppo, quest’uomo forte è anche molto, molto umano.
È qualcuno che crede nei diritti del suo popolo, che crede nella lotta contro l’occupazione per riprenderci il nostro paese. Sfortunatamente tutta la comunità internazionale è incapace di costringere Israele a rilasciarlo.
Ora è in prigione da ventiquattro anni, e oggi è entrato nel venticinquesimo anno di prigionia. Come Nelson Mandela.
Più di Nelson Mandela. Negli ultimi tre anni è stato torturato, picchiato, privato del cibo.
Lo hanno rinchiuso in una piccola cella di un metro per un metro, a volte per un mese intero. E l’oscurità è morte.
E nessuno al mondo costringe Israele a rilasciarlo. Quindi, di nuovo Cosa è più importante, la libertà o la democrazia?
La libertà è il primo passo per arrivare a tutto il resto. Questo è il punto.
Naturalmente noi palestinesi dovremmo essere d’accordo tra di noi, non dovremmo combatterci. Dovremmo cercare una riconciliazione.
I palestinesi dovrebbero avere delle elezioni. Dovremmo avere una leadership eletta. Ridateci il nostro paese poi potremo avere delle elezioni. Non si possono avere delle elezioni sotto il dominio.
Voi scegliete per me e volete che io tenga delle elezioni. Prima devo essere libero e devo riconquistare il mio paese, costruire le mie istituzioni.
Nel 2006 abbiamo avuto le elezioni e Hamas vinse. Ma in Europa e in America nessuno volle trattare con il governo palestinese.
C’è una forte complicità tra Occidente. Attualmente sei a Ramallah.
Molti cercano di fuggire dalla Palestina. Tu decidi di tornare.
Cosa rischi e perché torni a Ramallah? Questo è il mio Paese.
Appartengo a ogni luogo. Ma questa è casa mia.
Sono venuto qui durante la guerra, quando i razzi soffiavano su Ramallah. Non mi importa.
Questo è il mio Paese, non ho nessun altro posto. È il mio posto preferito sulla terra, è il mio paradiso.
Gaza è ciò di cui scrivo. Tutti i miei romanzi parlano di Gaza.
Tutti i miei racconti politici, tutte le mie opere teatrali e tutto il resto riguarda Gaza. Gaza è il centro dell’identità nazionale palestinese.
È dove ha vissuto la mia famiglia dopo aver lasciato Giaffa. Gaza è la sintesi della Palestina.
È come un microcosmo della Palestina, una piccola Palestina. Io non posso andare a Gaza.
Così ho deciso di venire a Ramallah. Ricordo che tutti i miei amici dicevano:
Sei pazzo. Perché vuoi andare a Gaza?
C’è la guerra. Perché parliamo della guerra a Gaza?
Ci siamo dimenticati che in Cisgiordania c’è un’altra guerra che non si ferma mai. La vediamo ogni giorno.
Ogni città è una prigione. E la stessa Ramallah in Cisgiordania è una prigione.
Non puoi uscirne. Sei al corrente della polemica sulla copertina del settimanale l’Espresso?
Riporta la foto scattata da Pietro Masturzo che mostra la violenza dei coloni nei territori occupati. Masturzo è lo stesso che ha scattato la foto di copertina del tuo libro Vita appesa.
Sì, certo. L’ho pubblicata sulla mia pagina Facebook.
In Cisgiordania si assiste al continuo svolgimento del piano Dalet e al tentativo di espansione per costruire la grande Israele. Sappiamo che in Cisgiordania c’è la guerra, che il popolo palestinese viene espulso come nel 1948 durante la Nakba, come nel 1967 durante la Naksa.
Suppongo stiano usando le stesse tecniche di allora. Molti dicono che il 7 ottobre si poteva evitare, e gli israeliani hanno deciso di non vedere per legittimare il genocidio.
Pensi sia vero? Non posso pensare a nome degli israeliani e non mi piace pensare in questo modo.
Per quanto mi riguarda so solo una cosa: Israele non ha bisogno di una scusa per uccidere i palestinesi.
Non hanno bisogno di un motivo per ucciderci. Lo so molto bene.
La gente parla del 7 ottobre. E il 6 ottobre? Il 6 ottobre quattro pescatori palestinesi sono stati uccisi in mare. E il 5 ottobre? Il 5 ottobre tre uomini sono stati uccisi a est di Gaza. E il 4 ottobre? Due uomini sono stati uccisi a Rafah. Non si tratta del 7 ottobre.
È come se ogni giorno ci fosse un palestinese ucciso. Che dire delle persone che hanno ucciso a Jenin?
Di quelle uccise a Duma? O dell’uomo, di sua moglie e dei suoi due figli uccisi a marzo a Tammun?
Non hanno bisogno di scuse per ucciderci. Gli assassini dell’Idf non hanno bisogno di una ragione per uccidere perché sono dei criminali.
E il criminale non ha paura di commettere i suoi crimini. Avete visto il video di questo soldato sul letto di sua figlia?
Le ha fatto un regalo bombardando un edificio, un edificio palestinese e lo stava mostrando su TikTok. Era molto felice di fare un regalo di compleanno a sua figlia.
Cos’è il regalo? È il nostro sangue.
Tutti erano arrabbiati per la copertina dell’Espresso, per i denti del soldato. Ma l’immagine rappresentava l’immagine di Israele.
A Gaza gli edifici possono essere ricostruiti. Ma cosa ne sarà dei cuori, delle menti, della salute mentale del popolo palestinese?
Come sarà possibile affrontare il trauma? Bisogna ricostruire tutto a Gaza.
Dobbiamo ricostruire anche gli esseri umani. Molti bambini avrebbero bisogno di un trattamento speciale, di un’istruzione specifica.
Non si possono ricostruire gli edifici perché se li ricostruisci non saranno più gli stessi, perché gli edifici sono ricordi. Le parole sono ricordi.
Tutto ha una memoria. Anche gli edifici.
Le pietre, sono memoria. Quindi, se vengono distrutti, si possono ricostruire.
Ma non sono la stessa cosa, capisci? Quello che sto dicendo è che, anche se ricostruissi le strade, gli edifici, non potrebbero ricostruirli con le stesse mura.
Perché le mura hanno ricordi, ricordano le nostre conversazioni. Puoi portare un muro nuovo ma non è il muro che mi ha visto, dove sono rimasto per mezz’ora a pensare al mio romanzo.
Il protagonista del romanzo Vita appesa sei tu? Non lo so.
Ma molte, moltissime persone mi prestano attenzione perché abbiamo lo stesso background e abbiamo la stessa visione politica. Mio padre per esempio non ha mai avuto un negozio.
Molti articoli della stampa araba dicono che il protagonista mi somiglia molto. Non so.
Penso che a volte come autori dobbiamo identificarci con uno dei personaggi. Ad esempio Nai’m [Nai’m personaggio centrale di Vita appesa, ndr.] è il nome di mio fratello, che è stato ucciso nella Seconda Intifada.
Volevo ricordare il suo nome. Anche mio figlio si chiama Nai’m.
Ma nel romanzo non è mio fratello. Il genocidio non si è fermato.
Si è fermata l’attenzione che i mass media danno alla questione palestinese. Che cosa vuole realizzare lo Stato di Israele a Gaza e in Cisgiordania dove le violenze continuano?
Che cosa vuole realizzare in Libano? In Siria?
In Iran? Vogliono un Israele più grande. Poi vogliono controllare il mondo. Quando avranno un Israele più grande, allora controlleranno il mondo.
Questo è ciò in cui credono. Credono di dover governare il mondo, l’intero globo.
Nel momento in cui i palestinesi saranno sconfitti e saranno riusciti a eliminarci controlleranno il mondo. Quindi stiamo combattendo per conto dell’umanità, non solo per la Palestina.
Perché nel momento in cui la Striscia di Gaza e la Cisgiordania saranno sterminate allora inizieranno il Progetto della Grande Israele, che arriverà fino all’Iran, fino alla Turchia meridionale e allora non si nasconderanno. Non sto inventando storie.
Lo dicono ogni giorno. Sfortunatamente sono gli europei che nascondono queste informazioni perché non vogliono essere chiamati antisemiti.
Non si tratta di essere antisemiti. Loro dicono questo.
A volte mi sento sciocco. Tante volte dico ai miei amici in Italia e in Europa:
Occupano il mio paese ma hanno occupato le menti europee. Hanno occupato il mio paese, la mia terra.
Ma non hanno mai occupato la mia mente. La mia mente è libera.
So che hanno torto. E so che un giorno lasceranno il mio paese.
So che un giorno prevarrà la pace. E so che un giorno tutti noi umani vivremo in uguaglianza e pace.
Non occupano la mia mente ma occupano la vostra, occupano tutte le menti europee. Che cosa ne pensi dei continui attacchi di Usa e Israele ai giudici della corte penale internazionale e alla relatrice Onu per i territori occupati Francesca Albanese?
Se sei dalla parte giusta perché attaccare il diritto internazionale, perché attaccare Albanese? Se dice qualcosa di sbagliato dimostra che ha torto, fornisci le prove?
Ma siccome sanno, che tutto ciò che dice Albanese è corretto, tutto ciò che dice la Corte internazionale di giustizia è corretto, tutto ciò che dicono gli attivisti per i diritti umani in Europa è corretto, siccome non possono dimostrare il contrario l’unico modo che rimane loro è attaccarli. Perché uccidono i giornalisti?
Perché non vogliono che trasmettano le informazioni. Li uccidono per cercare di coprire la verità.
Tutti i criminali cercano di nascondere i loro crimini. Per questo uccidono giornalisti, uccidono autori, attaccano i pubblici ministeri, attaccano il diritto internazionale, accusano gli altri di essere antisemiti.
È l’unico modo che conoscono. Ma penso che la gente, il mondo, inizi a capire, che queste bugie non sono più accettabili.
La Knesset ha recentemente approvato la legge che prevede la pena di morte per i terroristi. Cosa significa per il popolo palestinese?
Non sono terroristi. Vogliono giustiziare i prigionieri palestinesi accusati di aver ucciso un israeliano.
La legge dà al governo o al tribunale il diritto di giustiziare il palestinese e chiunque uccida un israeliano con la motivazione di negare il diritto di Israele ad esistere. Quindi se un israeliano uccide un altro israeliano non lo impiccano.
Non si tratta di giustiziare qualcuno che ha ucciso qualcuno. No.
Lo si uccide perché l’assassino nega il diritto di Israele ad esistere. Si applica solo ai palestinesi.
Quindi, se un palestinese cammina per strada e un israeliano sta per ucciderlo e lui difendi ma l’altro muore poi ti uccidono. Tu sei stato ministro della Cultura.
Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato, su che cosa hai puntato nello svolgere il tuo compito istituzionale? Che cosa si potrà fare in futuro perché la cultura palestinese possa continuare a vivere?
È molto impegnativo per un motivo, perché in primo luogo sono l’unico ministro del governo che lavorava fuori da Gaza e dalla Cisgiordania. Ci sono palestinesi in Siria, Libano, in Europa, in America Latina, e lavoriamo con loro.
Perché la cultura è identità. La cultura ha unito la Palestina, ha unito i palestinesi.
Come ho sempre detto, la cultura palestinese è il Dna dell’identità palestinese, perché tutti i palestinesi conoscono il loro patrimonio, hanno la stessa dukkah [Dukkah. Piatto tipico, ndr] che abbiamo in Jabalia, a Gaza, hanno anche lo stesso cibo.
È come per la cultura italiana. Quindi è più difficile perché non sei un ministro per Gaza e la Cisgiordania.
Sei un ministro per tutto il popolo palestinese. Persino per le persone dentro Israele come i miei cugini a Giaffa.
Perché è la nostra cultura. Abbiamo le stesse tradizione, la stessa storia, gli stessi poeti, scrittori, eroi nazionali.
È tutto uguale. Quindi ho cercato di lavorare allo sviluppo della cultura come parte dell’identità nazionale.
Per questo, ho lavorato a livello ministeriale nella registrazione di items che appartengono alla cultura palestinese. Per esempio ho iniziato a registrare la danza folcloristica nazionale palestinese, il cibo, poiché la cucina palestinese è molto ricca.
Quello che si fa è più difficile perché non si lavora solo a Gaza e in Cisgiordania. Devi lavorare dappertutto.
Nei campi profughi in Libano, ad esempio, abbiamo la Giornata nazionale palestinese. Abbiamo la Giornata nazionale della cultura, che è il 9 marzo.
Quindi la celebriamo in tutto il mondo e in tutte le ambasciate palestinesi. Abbiamo comunità in Libano, Siria, Egitto, nel Golfo per esempio, e in Iran, Cile e Honduras.
Il grande sforzo è creare uno spazio culturale pubblico che unifichi tutte queste realtà? La cultura ha un ruolo essenziale per un popolo sotto occupazione.
L’obiettivo principale dell’occupazione è eliminare il popolo palestinese, negare la nostra esistenza nel paese. Si tratta di cultura.
Ci rubano il cibo, l’humus e il falafel per esempio. Ci rubano i vestiti e dicono che sono vestiti ebraici.
Rubano anche la nostra archeologia. Cercano di rubare anche la vostra lingua?
Certo, gli israeliani usano molte parole in arabo. So che usano molte parole in arabo, ma le trasformano per farle sembrare parole ebraiche come sostiene l’artista palestinese Marah Haj Hussein.
Hanno cercato di rubare tutto e rubano anche la nostra archeologia. Che cosa potete fare per resistere a questo?
Abbiamo lanciato un progetto nazionale chiamato Preservare la Narrazione Nazionale. Abbiamo creato un dipartimento nel ministero chiamato Dipartimento della Narrazione e della Memoria Nazionale.
Una delle principali minacce che il movimento sionista sta lanciando contro il nostro popolo è contro la nostra memoria, contro le nostre narrazioni, i nostri racconti. Vogliono sostituirci nella storia.
Cercano non solo di ucciderci. Stanno uccidendo o rubando anche la storia dell’arte rendendola ebraica.
Gianfranco Falcone The post Intervista a Atef Abu Saif, ex-ministro della Cultura palestinese appeared first on Mentinfuga.