Cultura
Sull’orlo dell’abisso: "Fine Capitale Mai" è il presente che si finge distopia
Provate a fare una cosa semplice: mettete su Canzoncina di Martina Vicario (cliccare per credere) e ascoltatela senza distrazioni, lasciandovi portare da quella leggerezza quasi infantile, daquel tono che sembra giocoso, disimpegnato, perfino ironico. Poi fermatevi un attimo e chiedetevi che cosa state davvero ascoltando, perché sotto quella superficie gentile si muove qualcosa di molto più inquietante: una discesa collettiva, un modo di raccontare il presente che non urla ma scivola, e proprio per questo colpisce più a fondo.
È una forma di autoironia, ma non individuale: è come se sorridere fosse l’intero genere umano mentre perde terreno, mentre arretra senza accorgersene. E forse è proprio questo scarto, tra leggerezza e abisso, il punto esatto da cui partire.
"Fine capitale mai" Avevo già incontrato la scrittura di Adriano Marenco prima ancora che su pagina, a teatro, assistendo a Sotto questo crollo, e proprio lì avevo iniziato a capire come lavora sulla lingua: non la abbellisce, non la espande, ma la scarnifica, la riduce a un’urgenza primaria. In Fine Capitale Mai (Nulla Die, 2025, 138 pp., 17 euro), questa tensione diventa forma compiuta, perché la sua prosa, pur articolandosi anche in periodi più complessi, resta sempre tesa verso l’essenziale, come se ogni parola dovesse essere necessaria e nulla più.
In questo senso, la sua scrittura ricorda molto da vicino certe esperienze del Living Theatre, figlio della visione radicale di Judith Malina e Julian Beck, dove la parola scenica si faceva gesto politico, corpo, urgenza. A differenza, però di quella tradizione, che anche nelle sue rappresentazioni più tragiche lasciava filtrare una possibilità, uno spiraglio, una tensione verso un altrove, Marenco compie un gesto più netto e forse più crudele: non offre via d’uscita, non concede visioni di futuro, non costruisce nessun happy ending.
È una lingua che sa di sabbia e di ghiaccio, e che aderisce perfettamente al mondo che racconta: un mondo diviso in Sabbia, Neve e Case Alte, dove nei primi due territori sopravvivono gli Striscianti, esseri umani ridotti a rottami, mentre nelle Case Alte si concentrano i Vegliardi e le Carampane, ricchi centenari ossessionati dalla sopravvivenza eterna. Ma chiamarla distopia rischia di essere una semplificazione rassicurante, perché ciò che Marenco fa non è immaginare, ma estremizzare: rende visibile ciò che è già sotto i nostri occhi.
Lo scrittore Adriano Marenco Persone che parlano per "frammenti" Ed è qui che la lettura si fa più disturbante, perché quelle immagini apocalittiche, che sulla pagina sembrano spinte all’eccesso, nella realtà si lasciano riconoscere con una facilità inquietante. Basta passeggiare per Roma, sotto i portici di Piazza Vittorio o nei pressi della Stazione Termini, per incontrare corpi e voci che sembrano usciti direttamente dal romanzo: persone che hanno perso quasi del tutto l’uso della parola, che parlano per frammenti, per suoni, e che tuttavia riescono a capirsi tra loro, come se abitassero già un’altra lingua.
Figure che siamo abituati a chiamare “reietti”, spesso con una crudeltà inconsapevole, e che invece appaiono qui come il prodotto più coerente di un sistema che ha deciso di non avere più bisogno di loro. E accanto a questi luoghi dell’abbandono, esattamente come nel libro, si aprono spazi di lusso e di decoro: bar eleganti, accademie, vetrine curate, in un cortocircuito visivo e morale che non ha nulla di simbolico, perché è già perfettamente reale.
È lo stesso cortocircuito che Marenco costruisce nella sua Torino letteraria, dove mentre si consuma la devastazione, si discute proprio come accade oggi di riduzione del danno, di distribuzione gratuita di strumenti per consumare la droga, come se il problema non fosse più la causa ma la gestione dell’inevitabile. In questo senso, una delle intuizioni più feroci del romanzo riguarda proprio la gestione delle masse: ai poveri vengono date droghe in quantità, gratuitamente, affinché non pensino, non si ribellino, non si riproducano.
È una dinamica che sulla pagina appare estrema, ma che nella realtà trova echi fin troppo riconoscibili, al punto da rendere impossibile mantenere una distanza rassicurante tra finzione e presente. A quel punto la domanda smette di essere letteraria e diventa politica: siamo davvero di fronte a una lotta alla povertà, oppure a una progressiva e sistematica lotta contro i poveri?
La forza del romanzo sta anche nella sua costruzione linguistica, che passa attraverso un uso preciso e sorprendentemente efficace di neologismi, capaci di restituire un mondo in cui la lingua stessa è collassata. Gli Striscianti parlano un idioma quasi incomprensibile, una sorta di gramelot disturbante che non è semplice invenzione ma conseguenza diretta della loro condizione: quando si perde il mondo, si perde anche la lingua, e con essa la possibilità di essere riconosciuti come umani.
Accanto a questo scenario si muove un secondo livello narrativo, ambientato nel presente, in cui compare uno pseudo-intellettuale che scrive questa storia, una figura volutamente opaca, mai del tutto chiarita, che sembra oscillare tra intuizione e inconsapevolezza, senza che il romanzo si preoccupi di risolvere l’ambiguità. E proprio in questa mancanza di chiarimento si gioca una delle sue verità più scomode: non esiste più uno sguardo innocente da cui raccontare il mondo.
Marenco, inoltre, compie una scelta radicale che pochi autori oggi hanno il coraggio di sostenere fino in fondo: elimina la speranza. Non per compiacimento nichilista, ma perché la considera una forma di anestesia, una narrazione consolatoria che impedisce di cogliere la reale portata della tragedia.
Così il lettore resta esposto, senza protezioni, attraversando pagine che sono insieme grottesche, a tratti persino esilaranti, e al tempo stesso profondamente disturbanti, perché la risata che producono non libera, ma incrina. Fine Capitale Mai è un libro breve, ma densissimo, che si lascia leggere con fluidità e al tempo stesso impone continue soste, perché ciò che racconta non può essere semplicemente consumato.
Non è un romanzo che accompagna: è un testo che costringe a guardare. E forse è proprio questo il punto decisivo: non siamo davanti a un esercizio di immaginazione, ma a un atto di stilizzazione del reale, a un monito che non cerca di prevedere il futuro, bensì di rendere finalmente leggibile il presente.
Alla fine resta una domanda, che il libro non addolcisce e non chiude, ma lascia risuonare: il capitale avrà mai fine, oppure siamo noi, già ora, sotto i portici, nelle stazioni, ai margini perfettamente visibili delle nostre città, ad essere finiti per primi? Qualora vi avesse incuriosito la mia recensione, condiviso la mia analisi generale sulle faccende umane, se la mia scrittura vi avesse gradito e se voleste quindi anche raccogliere il suggerimento di leggere questo libro, potete ordinare Fine Capitale Mai in tutte le librerie, qualcuna lo ha anche fisicamente.
On line lo trovate sul sito della casa editrice NullaDie, e neli store on line. The post Sull’orlo dell’abisso:
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