Politica
Il ruolo delle università nell’espansione della Fortezza Europa
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Con quasi otto milioni di euro, le università italiane sono seconde in Europa per finanziamenti destinati alla militarizzazione dei confini europei. Questo è il dato che emerge dal rapporto Border Labs del Transnational Institute (Tni) pubblicato lo scorso 25 marzo, che denuncia il ruolo «indispensabile, sebbene spesso occulto», che le università europee svolgono nello sviluppo, nella perpetuazione e nell’espansione della “Fortezza Europa”, fornendo «ricerca, analisi, dati e nuove tecnologie, nonché un’illusione di legittimità scientifica a politiche e pratiche che sono eticamente discutibili e violano sistematicamente i diritti fondamentali».
I principali beneficiari dei finanziamenti nei Programmi Quadro dell’Ue sono, per quanto riguarda il nostro paese, l’Università di Bologna, con oltre 2,5 milioni di euro, l’European University Institute di Firenze, con circa 2 milioni, e l’Università degli Studi di Padova, con più di 1,5 milioni. La maggior parte di queste partecipazioni sono avvenute all’interno di consorzi che includono aziende del settore bellico (come Leonardo e Thales), nonché autorità di frontiera degli Stati membri (come Frontex).
Il settore bellico e le istituzioni militari trattano le università come luoghi in cui promuovere i propri interessi, minando il modello di produzione autonomo del sapere, fondato su valori neutrali e sulla ricerca accademica a beneficio sociale. Già nel 1987, Martin Kenney, professore della University of California, avvertiva che «la trasformazione dell’università in un’istituzione di ricerca al servizio dell’industria potrebbe comportare il rischio che essa non assolva al proprio compito di svolgere ricerca di base, concentrandosi invece sulla ricerca applicata che l’industria desidera e finanzia«.
Nei bandi di ricerca europei e italiani, ad oggi, esistono delle restrizioni per impedire che tecnologie civili siano utilizzate a scopo militare, di difesa o per facilitare violazioni dei diritti umani (si veda, ad esempio, il protocollo europeo 2021/821). Eppure, tra il 2002 e il 2025 i bandi appartenenti ai Programmi Quadro dell’Ue, come Horizon Europe, hanno facilitato l’espansione di ciò che i critici denominano Fortezza Europa.
L’utilizzo della ricerca accademica a scopo militare comporta conseguenze molto gravi, soprattutto per le persone in movimento, i cui diritti e le cui vite sono sempre più a rischio a causa dell’uso di tecnologie vieppiù sofisticate. In dieci anni (2014-2023), il progetto “Missing Migrants” dell’Oim ha registrato oltre 60 mila morti lungo le rotte migratorie, in gran parte nel Mediterraneo.
A queste si aggiungono tutte le vittime non contabilizzate, rendendo il bilancio reale ancora più drammatico. Queste morti sono il risultato di politiche di abbandono organizzato, che includono la militarizzazione delle frontiere, i respingimenti illegali (pushbacks) e la criminalizzazione delle operazioni di search and rescue condotte dalle ong.
È in questo scenario che dobbiamo inserire il ruolo attivo di più di 200 università e 110 progetti nei Programmi Quadro dell’Ue relativi alla militarizzazione delle frontiere. Il problema che si pone dietro questo tipo di ricerca è che gli atenei stanno diventando complici delle politiche di abbandono dell’Unione Europea.
Sempre più spesso, le zone di confine vengono trattate come un vero e proprio laboratorio per la sperimentazione di nuove tecnologie di controllo e, potenzialmente, di uso militare (una dinamica che richiama quanto descritto da Antony Loewenstein nel saggio The Palestine Laboratory). I Territori occupati palestinesi sono stati a lungo utilizzati come laboratori in cui tecnologie di sorveglianza vengono testate sulla popolazione, per poi essere commercializzate come “battle-tested” sul mercato globale.
Allo stesso modo, lungo i confini europei, tecnologie sviluppate negli atenei vengono applicate sui migranti, affinate sul campo e rese così appetibili per il mercato della sicurezza internazionale. Tra i progetti più controversi nei Programmi Quadro dell’Ue figura “Roborder”, sviluppato anche dal Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni (Cnit), che mira a impiegare sciami di droni per il controllo delle aree di confine.
“Lo sviluppo di questi sistemi rappresenta un passo oscuro verso un territorio moralmente pericoloso”, spiega nel rapporto Noel Sharkey, professore emerito di Robotica e intelligenza artificiale presso la University of Sheffield. Sul mercato attualmente esistono una lunga lista di droni a uso militare: robot volanti dotati di Taser, spray al peperoncino, proiettili di gomma e altre armi.
Sharkey avverte che l’integrazione di questa tecnologia con sistemi decisionali basati sull’intelligenza artificiale, soprattutto in aree di confine politicamente sensibili, solleva gravi implicazioni per la tutela dei diritti fondamentali dei migranti, esponendoli a pratiche di sorveglianza e respingimento automatizzato. Roborder è stato sviluppato in collaborazione con Frontex, l’Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera, più volte coinvolta in violazioni dei diritti umani.
A fine marzo, la Corte d’Appello di Parigi ha aperto un’indagine nei confronti dell’ex direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, per presunte accuse di complicità in crimini contro l’umanità. L’espansione del mandato, del bilancio e dell’organizzazione di Frontex, in particolare dal 2015, ha ampliato le possibilità di cooperazione con le università, ad esempio attraverso finanziamenti alla ricerca.
Organismi come Frontex svolgono un ruolo centrale nell’allineare le agende di ricerca accademica alle narrazioni securitarie europee. Secondo l’Agenzia di Frontiera, “mettere in comune le capacità di ricerca del mondo accademico è essenziale per sviluppare tecnologie più sofisticate”, motivo per cui, dal 2022, è stato lanciato il Frontex Research Grant.
In Italia, il Cnit è stato il principale beneficiario del Frontex Research Grant, lavorando allo sviluppo di “tecnologie innovative per la gestione delle frontiere”. Nell’ambito dei progetti finanziati si nota la tanto stretta quanto sbilanciata relazione tra Frontex e gli atenei.
Da un lato il valore dei finanziamenti sarebbe pari ad appena 100 mila euro in due anni (2023-2025), dall’altro il colosso di frontiera, nell’accordo siglato con le università, si assicura la titolarità dei diritti di proprietà industriale rispetto alle attività che finanzia. In altri termini Frontex sembrerebbe dare poco e ricevere molto imponendo spesso riservatezza su tutto ciò che finanzia.
Inutile sottolineare che la ricerca non può e non deve essere assoggettata a istituzioni militari quali Frontex né agli interessi di qualche grande multinazionale dell’industria bellica. In gioco non c’è solo l’autonomia dei nostri atenei, ma il senso stesso della ricerca come bene pubblico: continuare su questa strada significa accettare che la ricerca venga piegata a logiche di controllo, esclusione e profitto.
Rimettere al centro l’etica accademica diventa allora una scelta politica urgente, specialmente in un momento in cui la violazione dei diritti umani delle persone in movimento inizia dentro i laboratori delle nostre università. Dalle tecnologie biometriche all’intelligenza artificiale, fino alla previsione dei flussi migratori, le università non sono solo osservatori neutrali, ma attori attivi nella militarizzazione dei confini europei.
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