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Giappone: la lunga agonia del pacifismo
Domenica 26 aprile a New York, alcune centinaia di sopravvissuti (Hibakusha) alle bombe atomiche statunitensi di Hiroshima e Nagasaki del 1945, durante una manifestazione, hanno chiesto l’abolizione delle armi nucleari. Accadeva il giorno prima dell’inizio della conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 2026.
Sarà molto difficile che vengano ascoltati. Come non saranno ascoltati i circa 36.000 cittadini che, a Tokyo, sette giorni prima, si sono riunita davanti al Parlamento «per una protesta congiunta organizzata da due importanti comitati civili: “9 Jo Kaiken No!
Zenkoku Shimin Action” (Azione cittadina nazionale per fermare la revisione dell’articolo 9 della Costituzione) e “Senso Sasenai, 9 Jo Kowasuna! Sogakari Kodo Jikko Iinkai” (Comitato esecutivo per fermare la guerra e proteggere l’articolo 9 della Costituzione)» [1].
Il Giappone continua la marcia verso un sempre maggiore riarmo e verso politiche che rinnegano, dopo ottant’anni, la Costituzione pacifista del 1947 che stabiliva la rinuncia alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali e, soprattutto, impediva al Giappone di avere un vero e proprio esercito che non viene nemmeno chiamato tale ma Forze di autodifesa. Dal pacifismo pro-attivo di Shinzo Abe che avrebbe voluto cambiare anche la Costituzione ma che comunque nel 2014 annacquò il divieto totale di vendite militari, alla apertura, nel 2023, del Primo ministro Fumio Kishida all’esportazione di armi letali finite [2] fino alle accelerazioni della nuova Thatcher giapponese, la Prima ministra Sanae Takaichi che, oltre a quanto vedremo, vorrebbe cambiare la Costituzione.
A febbraio scorso, era stata abolita la restrizione per cinque categorie sulle attrezzature non letali facendo sì che si allargassero le maglie per poter esportare armi e sistemi d’arma sviluppati insieme ad altre nazioni. A seguire il 21 aprile, il Consiglio dei Ministri ha approvato la revoca del divieto pluridecennale, che lo stesso Giappone si era imposto, di esportazione di equipaggiamento letale come ad esempio carri armati, navi da guerra, missili.
Sono 17 i Paesi con cui ci sono accordi e verso i quali si può esportare. Formalmente resta in vigore il divieto di esportazione di armi letali verso paesi impegnati in conflitti armati, sebbene potrà essere contravvenuto in «circostanze eccezionali» che mettano a rischio la sicurezza nazionale.
Tutte le esportazioni continueranno a dover essere approvate dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e continuerà la verifica dell’utilizzo da parte del governo. Resta il fatto che le opposizioni contestano la regola per cui il Parlamento verremo informato solo successivamente alla decisione persa circa l’esport da parte del Consiglio di Sicurezza Nazionale, di cui fanno parte la premier e altri ministri come quelli della Difesa e degli Esteri.
A proposito di sicurezza nazionale vale la pena notare che il 23 aprile, la Camera dei Rappresentanti giapponese ha approvato quasi all’unanimità la legge che istituisce il Consiglio Nazionale dell’Intelligence portando avanti una larga riforma dei servizi segreti. La prima ministra presiederà anche questo Consiglio oltre che quello della Sicurezza nazionale.
Fermamente contraria a questa svolta la Cina, mentre il ministero degli Esteri della Corea del Sud, paese occupato dal Giappone nel secolo scorso, ha affermato che «la politica di difesa del Giappone “dovrebbe idealmente essere attuata in modo da sostenere lo spirito della Costituzione per la Pace, contribuendo al contempo alla pace e alla stabilità nella regione”». E le nuove norme arrivavano nel mentre, per la prima volta con un ruolo attivo e non come osservatore, il Giappone partecipava alle esercitazioni militari annuali tra Stati Uniti e Filippine [3].
La svolta del governo giapponese viene giustificata dall’aumento delle tensioni, in particolare con la Cina e in secondo luogo con la Corea del Nord, che caratterizzano l’area dell’Indo-Pacifico, con un allentamento della presenza americana per la quale Washington ha chiesto un maggiore attivismo e impegno a Tokyo. Su The Diplomat, Jio Kamata sostiene che «le nuove norme sull’esportazione di armi si rifanno allo stesso spirito delle precedenti iniziative diplomatiche del Giappone, ponendo l’accento sul multilateralismo.
Con la loro revisione, il Giappone considera i trasferimenti di equipaggiamento per la difesa all’estero uno strumento chiave per raggiungere tre principali obiettivi di sicurezza: mantenere la pace e la stabilità nell’Indo-Pacifico scoraggiando cambiamenti forzati dello status quo; sostenere i contributi internazionali alla pace, tra cui gli interventi in caso di calamità, la lotta al terrorismo e il rafforzamento delle capacità nei paesi in via di sviluppo; e rafforzare la deterrenza approfondendo l’interoperabilità e la cooperazione in materia di difesa con gli Stati Uniti e i partner che condividono gli stessi valori. In sintesi, il Giappone considera i trasferimenti di equipaggiamento per la difesa uno strumento diplomatico per promuovere la cooperazione in materia di sicurezza e la buona volontà tra partner che condividono gli stessi principi» [4].
Andrew Latham e Tani Gangal, sempre su The Diplomat, nel sostenere la tesi dell’errore in caso di un cambio costituzionale, spiegano che, nella sostanza, il Giappone almeno dal 2014, si comporta come uno Stato operativo militarmente. «Le Forze di Autodifesa (SDF) operano ora come una moderna istituzione militare per capacità, se non per designazione costituzionale. La reinterpretazione del 2014 ha ampliato la portata dell’autodifesa collettiva , consentendo al Giappone di assistere le forze alleate in determinate circostanze.
La spesa per la difesa ha continuato ad aumentare verso la soglia del 2% del PIL, mentre le decisioni in materia di appalti si estendono ora ad aree un tempo considerate off-limits, comprese le capacità di attacco a lungo raggio come i missili da crociera Tomahawk. Nessuno di questi sviluppi ha richiesto la modifica del testo costituzionale stesso.
Il divario tra testo e realtà è una caratteristica, non un difetto. […]. Le Forze di Autodifesa giapponesi ( SDF) funzionano come un esercito a tutti gli effetti, tranne che per la loro denominazione costituzionale.
I loro cacciatorpediniere elicotteri sono equipaggiati con F-35. Sono in corso i piani di acquisizione di armi d’attacco a lungo raggio.
Il Giappone schiera una delle forze navali più efficienti del Pacifico occidentale. Quando Takaichi ha affermato che un’invasione cinese di Taiwan potrebbe far scattare le clausole di difesa collettiva del Giappone, la reazione in Giappone è stata contenuta .
Vent’anni fa, una simile dichiarazione avrebbe provocato forti polemiche interne» [5]. Che senso ha cambiare la Costituzione e chiamare Esercito le SDF visto che tutto o quasi è già possibile?
Su questi cambiamenti va altresì ricordato quanta importanza abbiamo gli affari. La possibilità di concludere accordi per la vendita di armi e sistemi d’arma diventano introiti per l’industria bellica giapponese già in gran movimento come dimostrano gli accordi di vendita di tre fregate all’Australia o la decisione di sviluppare una industria nazionale di droni.
Pasquale Esposito [1] PeaceLink, Giappone, 36.000 in piazza a Tokyo per difendere la Costituzione pacifista, 20 aprile 2026 [2] Per un breve excursus della politica giapponese in tema di produzione e vindita di armi cfr. Jio Kamata, The Diplomat, Japan’s Strategic Pivot:
Arms Exports as a Tool of Diplomacy, 27 aprile 2026 e Haonan Hua, The Diplomat, Breaking the Postwar Taboo: Japan Lifts Its Ban on Lethal Arms Exports, 23 aprile 2026 [3] Kurumi Mori e Koh Ewe, BBC News, Japan loosens arms export rules in break from post-WW2 pacifism, 21 aprile 2026 [4] Jio Kamata, The Diplomat, ibidem [5] Andrew Latham e Tani Gangal, The Diplomat, Japan’s Constitutional Theater:
Revising Article 9 Would Be a Mistake, 17 aprile 2026 The post Giappone: la lunga agonia del pacifismo appeared first on Mentinfuga.