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Lunedì 27 aprile 2026 ore 13:24

Cultura

Nei gruppi Telegram dove si insegna la violenza sessuale

Lunedì 27 aprile 2026 ore 11:58 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Nei gruppi Telegram dove si insegna la violenza sessuale
Lucy. Sulla cultura

È di poche settimane fa l’inchiesta della CNN che ha portato alla luce una vasta rete globale di gruppi su Telegram collegati al sito Motherless, ribattezzato “Accademia dello stupro”. Qui  centinaia di migliaia di uomini si scambiavano quotidianamente messaggi, istruzioni e consigli su come drogare le proprie compagne per poi abusarne nel sonno o farlo fare ad altri e filmare il tutto con l’obiettivo di rivedere il contenuto online.

Il meccanismo non è nuovo: si tratta dello stesso tipo di violenza subito da Gisèle Pelicto, la cui storia ha scosso l’opinione pubblica mondiale. Motherless e la rete dei gruppi violenti di Telegram non sono un’eccezione né una novità.

Casi simili a questi sono già affiorati negli anni scorsi anche in Italia, in Germania, in Portogallo, in Spagna e fuori dall’Europa. E ogni volta la reazione è quasi sempre identica: l’indignazione pubblica esplode, i politici si affrettano a promettere interventi, i media inseguono testimonianze sempre più scioccanti e l’attenzione sembra totale.

Poi, lentamente, tutto si spegne e la violenza di genere – anche quando si manifesta nelle forme più nuove e pervasive del digitale – scivola di nuovo nell’oblio, in attesa del prossimo scandalo. È quanto accaduto anche in Italia con Phica.net, una piattaforma in cui venivano diffusi contenuti sessuali privati di donne, da materiali condivisi in modo apparentemente consensuale fino a contenuti ottenuti in modo fraudolento, spesso tramite videocamere nascoste oppure con intelligenza artificiale (i cosiddetti deepfake).

Al momento della chiusura, avvenuta nell’ agosto 2025, il sito contava oltre 700.000 utenti, diversi milioni di visite e quasi vent’anni di attività. Il caso, tuttora sotto indagine, ha sollevato un’ondata di indignazione estiva, consumatasi però in fretta tra qualche arresto preventivo, il sequestro del dominio e il silenzio delle vittime.

Eppure, chi si occupa di violenza di genere digitale da anni continua a sottolineare come la chiusura di una singola piattaforma non sia mai risolutiva poiché le comunità che abitano questi spazi tendono a ricomporsi velocemente altrove, migrando verso ambienti percepiti come più protetti e più difficili da monitorare. Non è un caso, allora, che quando si parla di violenza di genere online il nome di Telegram ritorni con insistenza.

La piattaforma di messaggistica si è infatti affermata negli anni come uno degli snodi principali di queste pratiche: in Italia sono emersi più volte gruppi con decine di migliaia di iscritti dedicati allo scambio non consensuale di immagini intime, spesso accompagnate da dati personali delle vittime. Le inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno documentato la presenza di reti articolate, fatte di canali pubblici e chat private collegate tra loro, in cui i contenuti vengono archiviati, classificati e rilanciati con estrema facilità.

Ma nonostante la risonanza mediatica e alcuni interventi repressivi, il fenomeno rimane diffuso e frammentato: i gruppi vengono chiusi e riaperti sotto altri nomi, si spostano su canali più piccoli o criptati rendendo difficile qualsiasi forma di controllo sistematico, oppure vengono protetti dalla richiesta di pagamento per accedere ai contenuti illegali. Un recente report pubblicato ad aprile dalla ONG europea AI Forensics, che ha analizzato 16 gruppi dedicati alla diffusione non consensuale di materiale intimo tra Italia e Spagna, ha evidenziato molte di queste dinamiche.

Anzitutto, è stata osservata l’esistenza di una rete transnazionale, con gruppi e canali che macinano decine di migliaia di iscritti in entrambi Paesi e oltre 25.000 utenti attivi – cioè coinvolti direttamente nella produzione e invio di contenuti – in appena sei settimane. Si tratta di comunità altamente interconnesse, in cui i contenuti circolano senza soluzione di continuità oltre i confini nazionali: secondo il report, il 72% del materiale proveniente dai gruppi spagnoli è stato infatti rintracciato anche in quelli italiani, a dimostrazione di un flusso di diffusione costante e strutturato.

Un secondo elemento riguarda la persistenza di contenuti illegali. Materiali non consensuali già cancellati altrove – inclusi quelli provenienti da Phica, dal gruppo Facebook “Mia Moglie” o dal noto archivio denominato “La Bibbia” – continuano a sopravvivere nelle chat di Telegram, prolungando nel tempo la violazione subita dalle vittime.

Le immagini vengono riorganizzate in canali privati, archivi e pacchetti, per poi essere sempre più spesso monetizzate. L’accesso completo al catalogo passa infatti ormai quasi sempre da una richiesta di pagamento da parte degli amministratori, con pacchetti che vanno dai venti ai cinquanta euro per entrare nei canali o ricevere link agli archivi esterni.

Più i contenuti si fanno estremi – fino a includere stupri o abusi su minori – più il prezzo lievita. I materiali condivisi riguardano quasi esclusivamente donne e ragazze, spesso minorenni.

In molti casi sono presenti anche figure pubbliche, ma la maggior parte sono persone comuni, del tutto ignare di essere finite in queste reti – almeno finché gli aggressori non decidono di divulgarne i dati personali, esponendole così a ondate di molestie dirette. Attorno alla diffusione non consensuale di immagini intime si articola infatti un ecosistema più ampio di abusi, spesso offerti e scambiati come servizi: dal doxing (la pubblicazione di informazioni personali) all’hacking, dai deepfake sessuali – sempre più sofisticati, anche vocali – fino alle pratiche di sorveglianza clandestina attraverso videocamere e spyware.

L’integrazione crescente di strumenti di intelligenza artificiale generativa nei canali ha ulteriormente accelerato queste dinamiche, automatizzando la produzione di contenuti e abbassando ulteriormente la soglia d’accesso alla violenza. Ne emerge un sistema sempre più organizzato, scalabile e, soprattutto, profittevole, di cui a pagarne le conseguenze sono, ancora una volta, le donne.

Ma se le vittime sono quasi esclusivamente donne e ragazze, la stragrande maggioranza degli utenti attivi è composta da uomini che si dichiarano apertamente eterosessuali. In Spagna recentemente circola un video che ritrae la reazione di una presentatrice televisiva che, commentando l’ennesimo caso di violenza di genere in diretta, si è alzata e guardando dritto in camera ha chiesto:

“Uomini, ma che problemi avete?” E in effetti questa è una domanda che mi sono posta spesso anche io mentre, nel corso della ricerca, osservavo con un certo sgomento la sottocultura maschile che popola questi spazi. Quest’ultima si nutre anche di una dimensione sempre più “gamificata” della violenza, cioè fatta di giochi di ruolo (che gli utenti chiamano roleplay), tributi (l’atto di eiaculare sulle foto delle vittime), tornei, sfide e competizioni pensate per incentivare la produzione e la circolazione dei materiali.

All’interno di molte di queste dinamiche, gli uomini arrivano a impersonare le proprie vittime – utilizzando le loro foto – per intrattenere conversazioni sessuali con altri uomini, oppure chiedono di essere osservati mentre si masturbano (o “tributano”) su contenuti di donne. Non si tratta semplicemente di goliardia e cameratismo, ma di una forma di maschilità omoerotica, per usare le parole della teorica femminista Marilyn Frye, che si sviluppa a partire dall’abuso, in cui il desiderio non è mai davvero rivolto alle donne, quanto piuttosto allo sguardo e all’approvazione maschile.

La violenza sessuale – anche nella sua declinazione digitale – diventa il pretesto per consolidare relazioni di riconoscimento tra uomini, possibili solo attraverso l’annullamento della soggettività femminile, che continua a configurarsi come subordinata e disciplinata. È un elemento costante che funziona da ammonimento, ricordando alle donne che gli spazi digitali non appartengono loro e che il controllo sulla propria immagine e sul proprio corpo resta sempre condizionato e revocabile dalle decisioni maschili.

E mentre questa violenza fluisce attraverso una rete articolata di piattaforme, algoritmi, siti web, forum e gruppi privati, il risultato è il diffondersi di una sorta di pedagogia della cultura dello stupro, che si alimenta nelle pratiche e nei linguaggi quotidiani degli utenti, rafforzata dalle architetture tecnologiche e dalle loro regole. Sul piano normativo, intanto, i progressi restano limitati.

La distanza tra la velocità con cui queste reti evolvono e la capacità delle istituzioni di comprenderle e intervenire continua ad ampliarsi. Pur ospitando comunità enormi, piattaforme come Telegram rimangono ai margini dei principali meccanismi di regolazione europea – come il Digital Services Act – mentre continuano a guadagnare offrendo ai propri utenti strumenti a pagamento che facilitano la gestione e la crescita dei canali.

Anche per questa ragione, all’interno dell’ecosistema della violenza digitale, Telegram continua a rappresentare uno spazio percepito come relativamente sicuro, protetto e difficilmente penetrabile dall’esterno, in cui i partecipanti ai gruppi di diffusione non consensuale di immagini intime trovano le condizioni ideali per agire senza freni, consolidare relazioni basate su pratiche abusive e, sempre più spesso, guadagnare. Immagine no Intanto i gruppi si moltiplicano, migrano, si riorganizzano.

L’ecosistema non si restringe, si espande. A questo punto, il problema non è più soltanto intervenire sui singoli casi o chiudere una piattaforma, ma capire come la violenza di genere sia resa possibile — e in parte favorita — dall’architettura stessa di questi spazi, dai loro meccanismi e dalle gerarchie che producono.

In assenza di questo passaggio, ogni chiusura resta temporanea, ogni scandalo si dissolve in fretta e la violenza riemerge altrove, in forme sempre più sofisticate e difficili da prevedere, e con il tacito sostegno dell’industria tecnologica.

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