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Cultura

Le piazze sono l’ultimo luogo in cui si fa davvero politica ed è proprio per questo che vengono tanto demonizzate

Lunedì 27 aprile 2026 ore 08:05 Fonte: Rivista Studio
Le piazze sono l’ultimo luogo in cui si fa davvero politica ed è proprio per questo che vengono tanto demonizzate
Rivista Studio

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, intitolato Abitare la permacrisi. Lo trovate sul nostro store online.

L’11 maggio 2021, in Triennale di Milano, viene presentato LOC – Loreto Open Community, annunciato come uno dei simboli della “Milano che cambia”. L’obiettivo è ambizioso: trasformare Piazzale Loreto – luogo simbolico della storia di Milano e dell’Italia, dove il fascismo finì, assieme al corpo di Mussolini – in una vera piazza.

Da gigantesco nodo di traffico a spazio pubblico attraversabile e vivibile, con alberi, mobilità pedonale e ciclabile, botteghe di quartiere, luoghi di incontro e case di lusso. Il progetto, promosso dall’operatore francese Ceetrus Nhood, prometteva oltre 9 mila metri quadrati “restituiti ai cittadini” grazie a un investimento di più di 60 milioni di euro.

Le parole d’ordine, le solite della rigenerazione urbana: sostenibilità, verde, comunità, partecipazione. Il cantiere, apertura prevista entro il 2023 per inaugurare entro l’inizio delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, però, non è mai iniziato.

Con il passare del tempo il progetto è scivolato nell’ombra e il Comune ha iniziato a riconsiderare l’intervento alla luce di nuove valutazioni. Di fatto, nel silenzio, tutto si è congelato.

La prospettiva di quella trasformazione si sarebbe ben inserita nel percorso di una città capace di attrarre capitali internazionali, contribuendo all’innalzamento dei valori immobiliari dell’area circostante. Un’operazione che si è bloccata quando l’operatore non l’ha più ritenuta conveniente.

A Milano, da NoLo a oggi A ridosso di un quartiere – quello racchiuso nel triangolo tra via Padova e viale Monza – già attraversato da un lento processo di gentrificazione. Negli anni ‘90 lì avevano trovato casa le prime comunità di nord africani impiegati nell’edilizia e nel commercio, seguiti dagli immigrati dal sudest asiatico e dall’America Latina impiegati nel lavoro domestico, nella ristorazione, nei servizi.

Famiglie numerose o lavoratori soli spesso stipati in appartamenti condivisi, letti a castello in palazzi un po’ fatiscenti, odori di cucine straniere. Poi è arrivato il renaming NoLo – acronimo di North of Loreto –  un marchio urbano divenuto oro per le agenzie immobiliari: da città popolare a geografia desiderabile.

Ma il quartiere aveva già iniziato ad attirare una popolazione giovane: professionisti, magari precari con qualche eredità da trasformare in casa. Milano era ancora accessibile.

Così tra un pranzo di vicinato e l’altro dell’animata social street, in quartiere pian piano sono comparse alcune scritte tra cui: «NoLo, la stupidità dei poveri che fingendosi ricchi si sono alzati i prezzi da soli». E tra crescente fatica sociale, polarizzazione, ascesa e crisi di una Milano afflitta da caro casa, stipendi bloccati e aumento del costo della vita, la promessa non mantenuta di Piazzale Loreto ha di fatto dato vita a un movimento dal basso che, poco alla volta, ha costruito la forza della propria voce. «Da quando mi sono trasferito a Milano ho sempre vissuto in affitto.

Non ho un welfare familiare alle spalle e questo, inevitabilmente, ha condizionato molte delle mie scelte: non potevo permettermi uno stage non pagato, né un lavoro “di formazione”. Dovevo pagare l’affitto, punto.

È una condizione che condivido con tanti e che insieme alla precarietà lavorativa mi ha spinto a diventare attivista. Tardi, a 26 o 27 anni.

Che lavoro faccio per mantenermi? Il cassiere da Tiger».

A raccontarmelo è Junior Avelli, mentre siamo seduti da Lato B, uno spazio indipendente, un circolo culturale animato da giovani di sinistra. Junior è entrato nel gruppo Abitare in via Padova, quasi per caso.

All’inizio era solo un gruppo autoconvocato di inquilini: persone con esperienze diverse, dalla promozione sociale alla cooperazione passando per la cultura, che avevano iniziato a promuovere riflessioni e iniziative culturali sulla questione casa. Poi, il gruppo, ha iniziato a muoversi in modo più concreto: raccolta firme, incontri, un indirizzario, per costruire un discorso collettivo.

Nell’assenza di una risposta politica, hanno organizzato un’assemblea pubblica, una partecipata passeggiata di quartiere, un ciclo di seminari sulle politiche europee per la casa. Piazzale Loreto era divenuta vertenza cittadina e base per costruire una rete.

Da lì è nata la campagna “Chiediamo Casa”. La loro azione racconta come la piazza possa essere anche un dispositivo di traduzione.

Non solo il luogo dove si protesta, ma quello in cui un problema materiale prova a diventare linguaggio comune, fatto di  assemblee, slogan, discussione pubblica, immaginazione politica. In piazza la città parla di sé, quando le narrazioni ufficiali non bastano a reggere la realtà.

Per questo le piazze tornano centrali nelle fasi di crisi urbana: non perché offrano soluzioni immediate, ma perché rendono leggibile, chiaro, manifesto, il problema. L’arte di costruire le città, anche più prosaicamente detto Il Der Städtebau tra i banchi universitari, è un tomo indispensabile.

Alla fine del 1800 Camillo Sitte, urbanista austriaco, con quegli scritti metteva in discussione la razionalizzazione della città. Grandi demolizioni, boulevard, piani regolatori disegnati con righello e squadra avrebbero, secondo lui, trasformato le città in meri oggetti da organizzare: «Una città dovrebbe essere invece costruita per dare ai suoi abitanti sicurezza e gioia.

La scienza delle costruzioni non sarà sufficiente affinché questo avvenga: abbiamo bisogno, in aggiunta, del talento degli artisti». Analizzando le piazze storiche, Sitte osservava che esse funzionavano non in quanto risultati di un disegno rigido ma in quanto “stanze urbane”, definite dagli edifici intorno.

La piazza non è solo una forma urbanistica, è una condizione urbana. Funziona quando è spazio abitato, attraversato, riconosciuto come luogo di incontro e di vita collettiva.

E nel tempo punto di incontro, di conflitto o di relazione. La piazza non è solo progetto, ma qualcosa che una città decide di fare esistere.

Richard Sennett, più di un secolo dopo, ha consolidato quel pensiero portandolo sul terreno dell’esperienza sociale. Per Sennett lo spazio pubblico non dovrebbe essere immaginato per eliminare le frizioni, ma per accoglierle.

La piazza diventa quindi uno spazio di attrito: un luogo in cui differenze, abitudini e conflitti possono incontrarsi, producendo quella forma di apprendimento reciproco che rende possibile la vita urbana. Nella sua critica all’urbanistica contemporanea Sennett osserva che quando la città viene disegnata soltanto per rendere tutto più facile si riduce la capacità di confrontarsi con l’altro.

È quello che lui chiama «ottundimento cognitivo»: città comode ma incapaci di generare relazioni. La piazza, infatti, è uno dei luoghi in cui la città resta aperta, imperfetta e negoziabile.

Anche per questo è uno spazio di conflitto, che spesso esiste molto prima di arrivare nel luogo in cui si manifesta. Finché resta disperso nelle biografie individuali, il disagio rimane un fatto privato.

La piazza serve invece a trasformare una condizione personale e diffusa in una questione pubblica. Allo stesso tempo può essere anche il luogo in cui si riversa una rabbia interiore: in piazza si porta talvolta un disagio difficile da reggere e ancora più difficile da organizzare politicamente.

Oppure, ancora, persino interventi virtuosi, come quello promosso dall’amministrazione comunale di Milano con “Piazze Aperte”, possono produrre conflitto: restituire spazio alla città, sottraendolo alle automobili, significa pur sempre ridistribuirlo e fare i conti con i disequilibri che questo genera. Una tenda per la casa Nel maggio 2023, Ilaria Lamera –  studentessa di ingegneria ambientale al Politecnico di Milano – ha piantato una tenda in Piazza Leonardo per denunciare il caro affitti e l’impossibilità di trovare casa.

Pur ammettendo di essere «una ragazza di buona famiglia», la sua azione ha mostrato come il costo della vita fosse diventato insostenibile non solo per i più poveri. Alla protesta si sono presto unite studentesse e studenti, dando vita al “movimento delle tende in piazza”, che da Milano si è diffuso a Pavia, Padova, Venezia, Firenze, Bologna, portando il tema dell’emergenza abitativa studentesca al centro del dibattito pubblico.

La mobilitazione è arrivata fino alla scrivania della ministra dell’Università Anna Maria Bernini, che ha annunciato un piano per censire gli immobili inutilizzati e trasformarli in studentati, usando fondi del Pnrr e investendo 660 milioni di euro per nuovi posti letto, da aggiungere ai 287 milioni già stanziati nei mesi precedenti. Il paradosso è che molti operatori privati si sono candidati ai bandi anche con studentati già esistenti, offrendo affitti tutt’altro che calmierati e perfettamente allineati al mercato.

Nel frattempo amministrazioni locali e investitori hanno iniziato a inseguire una domanda ritenuta altissima. Il risultato è che diversi progetti finanziati come abitazioni universitarie sono nati più per intercettare fondi pubblici che per rispondere a un bisogno reale.

Verrebbe da dire: la gentrificazione degli studentati. Nonostante la protesta, o forse proprio “grazie” alla protesta.

Una protesta che avrebbe meritato un’attenzione politica diversa, capace di affrontare non solo la condizione studentesca ma il diritto più basilare per ogni cittadinanza: l’abitare. Le Casette di Venezia La piazza è anche una soglia: il punto in cui una protesta può restare gesto di opposizione oppure trasformarsi in qualcosa di più stabile – comitati, reti civiche, occupazioni, nuove regole da discutere.

In Italia non mancano le esperienze in cui la domanda di casa, per esempio, ha prodotto non solo mobilitazione, ma veri progetti, solo tentati o anche realizzati. Da Venezia, alla Giudecca, Tommaso Cacciari mi racconta delle Casette: una sessantina di alloggi Ater, edilizia popolare degli anni Trenta.

Con Assemblea Sociale per la Casa, «mentre centinaia di alloggi pubblici restano vuoti nonostante la crisi della residenza», hanno occupato e recuperato una ventina di appartamenti, riportando famiglie, bambini e vita quotidiana in un microquartiere progressivamente svuotato. Dalla protesta in piazza alla progettazione di una nuova piazza.

Accanto alle occupazioni, il movimento ha dato vita a una vera e propria impresa di recupero ecologico dei materiali. E con il Padiglione tedesco alla Biennale di architettura è nata una partnership che ha «ribaltato la logica: non portare i veneziani dentro la mostra come folklore da esibire, ma usare la forza economica e simbolica del padiglione per intervenire.

Una casa è stata ristrutturata insieme alle realtà locali e 22 università europee in sei mesi di workshop». Durante l’inaugurazione del padiglione, mentre il ministro tedesco parlava, alle sue spalle avveniva un’occupazione.

E non era una performance. Roma occupata Anche a Roma, la stessa soglia tra protesta e progetto, si percepisce in luoghi come Porto Fluviale o Spin Time.

Il primo, occupato dal 2003 all’Ostiense, è diventato negli anni una comunità capace di tenere insieme culture diverse e aprire spazi e servizi al quartiere dialogando con il Comune e Roma Tre, nel tentativo di trasformare quell’esperienza in un modello di coabitazione urbana. E Spin Time, nel cuore dell’Esquilino, resta invece uno dei simboli più fragili e potenti di questa tensione.

Un esempio di occupazione popolare: 400 abitanti, 27 nazionalità, un auditorium, un’osteria, una biblioteca, un teatro, una redazione, uno studio di registrazione e, una pressione crescente verso un possibile sgombero che sta riportando tutti in piazza. «Porto Fluviale, come Spintime, sono piazza nella misura in cui sono luoghi dove la dimensione relazionale resta ancorata a quella fisica e collettiva», mi dice Amedeo Ciaccheri, che come Presidente del Municipio Roma VIII si occupa da vicino di entrambi i progetti. Tra i tanti che si potrebbero citare.

La piazza, infine, produce effetti anche quando apparentemente “perde”. Può essere aggirata o neutralizzata, ma sposta il terreno della discussione, cambia il lessico, costringe le istituzioni a reagire.

Non è soltanto il luogo della domanda: è quello che mette alla prova la qualità delle risposte. Un luogo di potere, dove potere è parola bifronte: da un lato indica la capacità di orientare la vita degli altri – il potere delle istituzioni, dei ruoli, delle decisioni che determinano il futuro della città – dall’altro è un verbo che parla di possibilità: ciò che possiamo fare, lo spazio d’azione entro cui ognuno prova a prendersi parola, pensiero, presenza.

Tra queste due dimensioni si gioca la qualità della vita urbana. Per questo la piazza è e sarà sempre sacro simbolo di quel potere che tra i due rimane il più importante: quello dell’azione, che si fa verbo.

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