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Il percorso accidentato dell’euro digitale. Pur di non disturbare le banche

Lunedì 27 aprile 2026 ore 22:03 Fonte: Altreconomia

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Il percorso accidentato dell’euro digitale. Pur di non disturbare le banche". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

L'euro digitale, concepito come una moneta digitale pubblica e accessibile, si distingue nettamente dalle criptovalute, dai conti bancari e dalle carte, ma il suo sviluppo è stato caratterizzato da un percorso accidentato, poiché è stato limitato e frenato fin dall'inizio per evitare di disturbare gli equilibri esistenti nel sistema bancario.
Il percorso accidentato dell’euro digitale. Pur di non disturbare le banche
Altreconomia

L’euro digitale, nella sua formulazione più semplice, è moneta pubblica in forma elettronica emessa dalla Banca centrale. Non è una criptovaluta, non è un conto bancario, non è una carta: è l’equivalente digitale del contante, cioè un credito diretto verso l'autorità monetaria, utilizzabile per pagamenti quotidiani.

La sua funzione non è innovare i pagamenti in sé -che già funzionano- ma garantire che, anche nell’economia digitale, esista una forma di moneta pubblica accessibile a tutti e non intermediata da soggetti privati. Il percorso europeo è però lungo e accidentato.

Dopo una fase di studio tra il 2021 e il 2023, si è aperta quella preparatoria con un possibile lancio non prima del 2029, subordinato a un accordo legislativo atteso entro il 2026 e a un progetto pilota previsto tra il 2027 e il 2028. Quasi un decennio tra idea e realizzazione.

È una tempistica che riflette la natura dell’Unione europea ma anche una scelta precisa: minimizzare ogni rischio, soprattutto per il sistema bancario. Qui emerge il nodo politico molto più rilevante delle componenti tecnologiche: l’euro digitale è costruito attorno alla preoccupazione di non disturbare le banche.

Limiti di detenzione, assenza di remunerazione, distribuzione affidata agli intermediari: tutto è pensato per evitare che i cittadini spostino liquidità dai conti bancari alla moneta pubblica. È un’impostazione difensiva che segnala una forma di “banco-centrismo” non nuovo nel nostro continente: la moneta digitale nasce come innovazione ma viene subito contenuta e frenata per non alterare gli equilibri esistenti.

Questo approccio contrasta con quanto avviene altrove. La Cina, per esempio, con l’e-CNY ha già testato la sua valuta digitale su larga scala, integrandola nei pagamenti quotidiani e nei servizi pubblici.

Altri Paesi hanno avviato sperimentazioni reali e avanzate, come India (rupia digitale), Brasile (progetto Drex) e Nigeria (con eNaira). La Svezia (eKrona) resta in fase progettuale ma con tempistiche più rapide rispetto all'euro digitale.

Insomma tanti Paesi ed economie rilevanti stanno accelerando su modelli di moneta digitale o su infrastrutture di pagamento integrate. L’Europa, invece, procede per sottrazione: definisce prima ciò che l’euro digitale non deve fare e solo dopo ciò che potrebbe fare.

Il risultato è un progetto che rischia di arrivare tardi e già limitato. Eppure le opportunità sono rilevanti, soprattutto dal punto di vista sociale.

La prima riguarda l’accesso. Una moneta digitale pubblica, gratuita nelle funzioni di base e utilizzabile anche offline può ridurre le barriere per chi è escluso dai servizi bancari o vive in contesti marginali.

Non è un dettaglio: significa riportare la moneta pubblica dentro l’economia quotidiana di chi ne è uscito. La seconda riguarda il potere di mercato.

Oggi gran parte dei pagamenti europei passa attraverso circuiti esterni, con costi e dipendenze implicite. Un’infrastruttura pubblica di pagamento riduce questa dipendenza, abbassa le commissioni per esercenti e piccole e medie imprese (Pmi) e crea uno spazio competitivo che al momento non esiste.

In un’economia in cui i margini delle piccole imprese sono già compressi, questo è un fattore concreto. La terza riguarda il credito.

La digitalizzazione dei flussi di pagamento genera informazioni e se queste sono accessibili e standardizzate possono ridurre le asimmetrie informative che penalizzano microimprese e categorie sociali vulnerabili, dai giovani ai lavoratori precari. Attenzione a non alzare subito il sopracciglio: se vi preoccupa la privacy, domandatevi se queste informazioni potranno essere gestite meglio dai governi attraverso le banche centrali o dai signori di Visa, Mastercard, Apple, X. Infine c’è un tema più generale che riguarda la qualità dello spazio economico.

Una moneta digitale pubblica può diventare infrastruttura per servizi più efficienti, per pagamenti condizionati, per integrazioni con politiche pubbliche. Apre ampie possibilità di costruire servizi sopra una base comune in modo efficiente e innovativo.

Il rischio nella configurazione attuale è che tutto questo resti potenziale. Se l’euro digitale nasce -tardi- come copia prudente dell’esistente, con vincoli pensati più per proteggere il sistema bancario che per ampliare le possibilità per la società, difficilmente produrrà un cambiamento significativo.

In questo senso il cantiere dell’euro digitale ha una dimensione tutta politica e per nulla tecnologica. Può essere l’occasione per costruire un’infrastruttura di inclusione e riequilibrio oppure un adattamento minimale a un mondo che cambia altrove.

La scelta europea, finora, è stata di stare nel mezzo. È una posizione non neutrale che nel tempo rischia di tradursi in perdita di capacità di autodeterminazione e -soprattutto- di orientare i benefici della trasformazione digitale verso le persone e le imprese che vivono nel continente.

Alessandro Messina, di formazione economico-finanziaria, si occupa da 25 anni di banche, Terzo settore e politiche pubbliche per lo sviluppo. È stato direttore generale di Banca Etica.

Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, “Manager cooperativi” e “Money for nothing” dal quale è stato tratto anche il podcast © riproduzione riservata L'articolo Il percorso accidentato dell’euro digitale. Pur di non disturbare le banche proviene da Altreconomia.

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