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La resistenza inattesa delle parole nel mondo virtuale

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 08:05 Fonte: MicroMega
La resistenza inattesa delle parole nel mondo virtuale
MicroMega

Quando si parla di realtà virtuale, il dibattito pubblico tende a oscillare tra due estremi: da un lato l’entusiasmo tecnologico, dall’altro il sospetto che si tratti di una fuga dalla realtà, di una sofisticata illusione. In entrambi i casi, tuttavia, si assume implicitamente che il problema fondamentale sia ontologico: che cosa è reale? che cosa esiste davvero?

Eppure, questa impostazione rischia di mancare il punto decisivo. La realtà virtuale non mette in crisi soltanto la nozione di realtà.

Mette in crisi, in modo ben più radicale, la nozione di significato. Quando entriamo in un ambiente virtuale immersivo, non accade soltanto che vediamo un altro mondo.

Accade che continuiamo a parlare come prima. Diciamo “porta”, “sedia”, “strada”.

Diciamo “attento”, “fermato”, “mi hai fatto male”. E, cosa ancora più importante, queste parole continuano a funzionare.

Coordinano l’azione, regolano le interazioni, producono effetti normativi. In breve, continuano ad avere significato.

Questo dato, apparentemente ovvio, è filosoficamente destabilizzante. Se ciò che percepiamo in realtà virtuale è costituito da oggetti digitali, privi di qualsiasi substrato fisico ordinario, perché il linguaggio continua a operare senza attrito?

Quando diciamo “albero” in un mondo virtuale, stiamo parlando davvero di un albero? Realtà digitale e verità Negli ultimi anni, David Chalmers, in Reality+ (2022), ha sostenuto che gli ambienti virtuali non devono essere interpretati come illusioni, ma come forme di realtà a pieno titolo.

Se un ambiente è stabile, coerente e condiviso, allora gli oggetti che contiene, pur essendo digitali, sono reali in senso proprio. Non meno reali, ma reali in modo diverso.

Questa posizione ha il merito di dissolvere un equivoco classico, ereditato dalla tradizione cartesiana: l’idea che una discrepanza tra apparenza e struttura fisica implichi necessariamente errore o inganno. Se mi trovo in un mondo virtuale e vedo una sedia, non sono vittima di un’illusione: sto percependo una sedia digitale.

Ma questa mossa, per quanto convincente sul piano ontologico, lascia aperto un problema più profondo. Se la realtà virtuale è davvero una realtà, allora dobbiamo chiederci: che cosa accade al linguaggio quando la realtà cambia struttura?

E, più precisamente, che cosa resta invariato e che cosa cambia nel modo in cui le parole significano. Il linguaggio senza la materia Una prima risposta, di matrice wittgensteiniana, suggerisce che la questione sia mal posta.

Come ha sostenuto Ludwig Wittgenstein nelle Investigazioni filosofiche (1953), il significato di una parola non dipende da una relazione misteriosa con un oggetto, ma dal suo uso all’interno di pratiche condivise. Comprendere una parola significa saperla usare: sapere quando è appropriata, quali inferenze autorizza, quali azioni coordina.

Se così stanno le cose, allora non c’è nulla di sorprendente nel fatto che il linguaggio funzioni anche nella realtà virtuale. Se in un ambiente digitale posso sedermi, aprire una porta, evitare un ostacolo, allora continuerò a usare le parole “sedia”, “porta”, “ostacolo” esattamente come prima.

Il significato non dipende dalla materia, ma dalla pratica. Questa linea di pensiero ha una forza indiscutibile.

Spiega perché, in un ambiente virtuale ben costruito, possiamo orientarci, comunicare, cooperare senza alcuna difficoltà semantica. Il linguaggio segue la vita, e la vita, anche quando è digitale, continua ad avere una struttura.

Tuttavia, questa risposta è solo parziale. Perché, se è vero che il linguaggio funziona in virtù dell’uso, è altrettanto vero che non tutte le parole si comportano allo stesso modo.

Alcune sembrano trasferirsi senza attrito da un mondo all’altro; altre, invece, rivelano una resistenza inattesa. Dove il linguaggio si incrina Consideriamo termini come “nutriente”, “saziante”, “calorico”.

In un ambiente virtuale possiamo simulare perfettamente l’esperienza del mangiare: il sapore, la consistenza, il gesto. Possiamo dire che un pasto è “delizioso” o “abbondante”, possiamo descriverlo, condividerlo, persino desiderarlo.

Ma non possiamo dire, nello stesso senso, che è nutriente. Perché, anche nella più sofisticata simulazione, il cibo virtuale non nutre il corpo.

Qui emerge una prima frattura. Alcune parole sembrano dipendere non solo dall’esperienza o dall’uso, ma da processi causali che eccedono l’esperienza stessa.

Il loro significato non è interamente contenuto nelle pratiche linguistiche, ma rinvia a una struttura del mondo che non è semplicemente riproducibile a livello fenomenico. Il caso più noto, in filosofia del linguaggio, è quello dei termini di genere naturale.

Saul Kripke, in Nome e necessità (1980), e Hilary Putnam, nel saggio Il significato di “significato” (1975), hanno sostenuto che parole come “acqua” non significano semplicemente “liquido trasparente che disseta”, ma si riferiscono a una sostanza specifica, H₂O. Anche se non conosciamo la struttura chimica dell’acqua, il termine rimanda a quella struttura.

Trasportiamo questo ragionamento nella realtà virtuale. In un ambiente digitale possiamo incontrare una sostanza indistinguibile dall’acqua: scorre, riflette la luce, disseta l’avatar.

Eppure, non è H₂O. È un costrutto computazionale.

Se seguiamo la linea di Kripke e Putnam, dovremmo dire che non è acqua, ma qualcosa d’altro. A questo punto, il problema diventa evidente.

Da un lato, continuiamo a usare la parola “acqua” senza alcuna difficoltà. Dall’altro, ciò a cui essa si riferisce è cambiato.

Il linguaggio resta stabile, mentre il riferimento si sposta. E questa divergenza non è un’anomalia marginale, ma un indizio di una struttura più profonda.

Due dimensioni del significato È qui che la realtà virtuale mostra la sua portata filosofica. Non si limita a riprodurre problemi già noti: li rende visibili, quasi sperimentali, isolando variabili che nella vita ordinaria tendono a coincidere.

Quello che emerge è una struttura duplice del significato. Da un lato, c’è una dimensione fenomenica e pratica: il modo in cui le parole funzionano nelle nostre interazioni, coordinano l’azione, organizzano l’esperienza.

Questa dimensione è sorprendentemente stabile, e può essere trasferita da un mondo fisico a un mondo digitale senza perdita di intelligibilità. Dall’altro lato, c’è una dimensione referenziale: il modo in cui le parole si agganciano alla struttura del mondo, alla sua costituzione causale e ontologica.

Questa dimensione, al contrario, può variare radicalmente quando cambia il tipo di realtà in cui siamo immersi. Nella vita ordinaria, queste due dimensioni tendono a sovrapporsi: ciò che usiamo in un certo modo è anche ciò a cui ci riferiamo.

La realtà virtuale, invece, le separa. Mostra che possiamo mantenere l’uso senza mantenere il riferimento, e che questa separazione non distrugge il linguaggio, ma lo rende stratificato.

Oltre il riduzionismo semantico Questo risultato ha una conseguenza importante. Le grandi teorie del significato del Novecento, quelle che lo riducono all’uso o al riferimento, risultano entrambe incomplete.

La prima non spiega perché alcune parole resistano al trasferimento tra ambienti diversi; la seconda non spiega perché, nonostante il cambiamento di riferimento, il linguaggio continui a funzionare senza attrito. La realtà virtuale costringe a una posizione più articolata: una forma di pluralismo semantico.

Il significato non è un’entità unitaria, ma una struttura composta da livelli diversi, ciascuno con una propria funzione esplicativa. L’uso garantisce intelligibilità e coordinazione; il riferimento garantisce ancoraggio al mondo e verità.

In questo senso, il contributo della realtà virtuale non è semplicemente applicativo. Non si tratta di estendere teorie esistenti a un nuovo dominio, ma di utilizzare un nuovo dominio per mettere alla prova e ristrutturare le teorie stesse.

La realtà virtuale funziona, in questo senso, come un vero e proprio dispositivo filosofico. Linguaggio e responsabilità Le implicazioni non si fermano alla teoria del significato.

Se il linguaggio mantiene la sua efficacia normativa anche in ambienti virtuali, allora anche le categorie morali che esso veicola non possono essere liquidate come “irreali”. In un mondo virtuale si può insultare, minacciare, escludere.

Si possono creare forme di riconoscimento o di marginalizzazione. Si possono produrre danni psicologici reali, effetti di umiliazione, di esclusione, di violenza simbolica che non scompaiono per il fatto di essere mediati da uno schermo.

Il fatto che il substrato sia digitale non elimina la struttura normativa dell’interazione, ma la trasforma e, in alcuni casi, la amplifica. Questo non significa che ogni azione virtuale sia equivalente a una fisica.

Ma significa che la distinzione tra reale e virtuale non coincide con la distinzione tra significativo e insignificante, tra responsabile e irresponsabile. Ancora una volta, è la pratica a fare la differenza: è il modo in cui le nostre azioni si inseriscono in reti di riconoscimento, aspettative e conseguenze.

Una filosofia del linguaggio per l’era digitale La lezione che si può trarre è chiara. La realtà virtuale non è soltanto una tecnologia emergente.

È un dispositivo filosofico. Ci permette di variare sistematicamente le condizioni della realtà mantenendo costanti le strutture dell’esperienza e dell’interazione.

In questo modo, rende visibile ciò che nella vita ordinaria resta implicito: il fatto che il significato non dipende né esclusivamente dal mondo né esclusivamente dalla mente, ma da una relazione complessa tra pratica, esperienza e struttura della realtà. Una filosofia del linguaggio all’altezza dell’epoca digitale non può limitarsi a scegliere tra queste dimensioni.

Deve spiegare come esse si articolano, come entrano in tensione, come si ricompongono. In fondo, la domanda che la realtà virtuale ci costringe a porre è semplice, ma radicale: quando il mondo cambia, le parole restano le stesse, ma parlano ancora dello stesso mondo?

CREDITI FOTO: Vista Aerea Del Centro Di Seattle In Autunno.

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