Politica
Il vero nemico della cultura russa
Berlino – È un trionfo senza precedenti, quello a cui assisto alla Deutsche Oper di Berlino. Va in scena lo spettacolo che il regista Kirill Serebrennikov e il coreografo Jurij Posochov hanno dedicato a quello che è forse il più grande ballerino di sempre, Rudol’f Nureev.
Standing ovation e diversi minuti di applausi, con i biglietti per tutte e dodici le rappresentazioni esauriti da settimane e recensioni entusiaste da parte dei critici. Trasmesso in diretta televisiva, resterà disponibile in streaming per cinque anni sulla televisione franco-tedesca ARTE, mentre nuove repliche sono già previste per il 2027.
In Russia, invece, dove il balletto ha esordito, è bandito, al pari del suo regista. Lo spettacolo è sontuoso e tecnicamente impeccabile, ma quel che più colpisce è il dolore che traspare da ogni scena.
Perché, come è evidente per chi lo segua, nel ritratto che Serebrennikov fa di Nureev vi è un rispecchiamento assai preciso: l’esilio dell’artista e la solitudine che ne consegue, il disprezzo per la brutalità del regime e una censura che riguarda non solo la sua opera, ma in primis la sua identità di omosessuale. Quando lo spettacolo vide la luce a Mosca nel 2017, prima di essere cancellato da tutti i programmi nel 2023, come racconta la Süddeutsche Zeitung, il regista era agli arresti domiciliari e sulle magliette che Posochov e il compositore Ilʹja Demuckij indossavano c’era la scritta:
“Libertà per Serebrennikov”. L’arte russa a Berlino è ovunque, e non certo solo quella in opposizione a Putin.
Il giorno prima dello spettacolo ho assistito a una notevole messinscena de Il naso di Dmitrij Šostakovič alla Komische Oper, ma avrei potuto vedere, optando per la Staatsoper Unter den Linden, il verdiano Un ballo in maschera con protagonista Anna Netrebko, sulla cui vicinanza a Vladimir Putin molto si è discusso. Nonostante le proteste, Netrebko continua a esibirsi e a riempire i teatri in Europa.
Stessa cosa anche per il direttore d’orchestra con doppia nazionalità russa e greca Teodor Currentzis, che a Berlino ha fondato la sua orchestra, Utopia, con oltre cento membri effettivi, cui si dedica dopo esser stato costretto a lasciare il ruolo di primo direttore dell’orchestra di stato SWR a causa dei suoi legami finanziari con il regime di Mosca. L’ensemble MusicAeterna, infatti, fondato in Siberia nel 2004, ha come principale finanziatore Vtb Bank, ovvero il secondo istituto di credito russo, inserito nella lista delle sanzioni dell’Ue.
Eppure – ed è un bene che possa farlo, ma è anche una differenza notevole con quanto avviene nella Federazione Russa – Currentzis, infastidito dalle critiche cui è sottoposto per il silenzio che mantiene nei confronti dell’aggressione russa all’Ucraina e dei crimini del regime, non si fa nessun problema ad attaccare l’Europa, che paragona alla Grecia dei colonnelli, e lo fa dalle pagine della maggiore rivista tedesca, Der Spiegel: “Com’è possibile che in Europa non ci sia più alcuna libertà di parola?
Ancora peggio: non c’è nemmeno più la libertà di restare in silenzio!”, ha tuonato. In esilio a Berlino si trova anche quella che in molti considerano la maggior scrittrice russa di oggi, Ljudmila Ulickaja, di ben altra levatura morale, se non artistica.
Data ormai da anni fra i favoriti per il premio Nobel per la letteratura, per poter leggere le sue opere, tradotte in tedesco come in italiano e in decine di lingue, il posto peggiore è proprio la sua patria: la Russia. Come mi racconta la sua agente letteraria, Julija Dobrovolʹskaja, “la sua raccolta di racconti Tra anima e corpo, pubblicata in Italia da La Nave di Teseo, è stata ritirata dalla vendita in Russia e rimossa da tutte le librerie e biblioteche a partire dal febbraio 2026 a causa di una “’rappresentazione positiva delle relazioni omosessuali’”.
Più sottile, invece, quanto accaduto a un’altra fra le maggiori scrittrici russe, Guzel’ Jachina, che si trova in esilio Kazakistan. Autrice di origine tatara giunta a fama internazionale col suo esordio, Zuleika apre gli occhi, magistralmente tradotto, al pari dei seguenti, da Claudia Zonghetti, il suo ultimo lavoro in uscita in questi giorni, Ejzen.
Opera buffa, presenta un capitolo intero in più in italiano e nelle altre traduzioni (inglese e tedesca, ad esempio) rispetto all’originale uscito in russo. Come mi spiega Dobrovolʹskaja, che rappresenta anche Jachina, “l’autrice ha deciso di eliminare questo capitolo dopo averne discusso con l’editore, il quale le aveva suggerito di accorciarlo o di eliminarlo del tutto”.
Ciononostante, prosegue, “il principale festival del libro russo a Mosca, Non/Fiction, si è rifiutato di fornire una sede per la presentazione del libro, e anche la maggior parte delle librerie della capitale ha rifiutato di organizzare eventi per i lettori”. Questo per spiegare come – nonostante se ne discuta di rado – l’autocensura sia una parte fondamentale della cultura russa sotto Putin.
Un’altra fonte che mi ha chiesto di rimanere anonima operando ancora in Russia, mi ha spiegato come, dalla TV al teatro, altre opere di autrici e autori non graditi siano pubblicate rimuovendo i loro nomi da poster, programmi e ogni forma di comunicazione. Ancor più grottesco, spiega, quanto avviene con le minoranze: ogni possibile menzione, ad esempio, dell’origine ebraica o dell’omosessualità di un personaggio viene sistematicamente espunta da ogni sceneggiatura o libro, spesso stravolgendo il senso di un’opera.
Ma non è solo rischioso scrivere di un tema; per essere in pericolo basta anche essere impiegati in un editore che, in passato, abbia avuto l’ardire di pubblicare romanzi in cui si trattava di omosessualità. A tal proposito, assai significativo è quanto accaduto il maggio scorso ad Eksmo, il più grande gruppo editoriale della Federazione Russa, quando dieci impiegati sono finiti sotto arresto con l’accusa di diffondere “propaganda LGBT”.
Colpisce, non poco, il silenzio pressoché totale su casi come questi, in un paese, il nostro, dove è ormai del tutto sdoganato parlare di una presunta censura della cultura russa. Che, al contrario – oggi come mai – è semplicemente ovunque, anche qui in Germania.
Mentre la regista Evgenija Berkovič, un’altra delle figure più rappresentative della cultura russa di oggi, condannata in Russia nel luglio del 2024 insieme alla sceneggiatrice Svetlana Petrijčuk per apologia di terrorismo (lei ebrea e femminista, accusata per sfregio di promuovere la violenza dell’Isis) a sei anni di reclusione in una colonia penale, subisce soprusi e umiliazioni di ogni tipo, sarebbe ora di guardare col giusto distacco al dibattito sorto in Italia, anche intorno al caso della Biennale di Venezia, circa una presunta russofobia. È assurdo e grottesco, oltre ad essere un insulto nei confronti di quelle artiste e artisti russi che rischiano la vita per poter continuare a scrivere e a fare teatro, nonostante le ingerenze del regime.
Il problema non è certo l’Europa, a ben guardare. Il vero nemico della cultura russa oggi è uno solo e si chiama Vladimir Putin.
CREDITI FOTO: Il presidente russo Vladimir Putin incontra l’amministratore delegato di Aeroflot Sergei Aleksandrovsky al Cremlino di Mosca, Russia, il 6 aprile 2026.
EPA/ALEXANDER KAZAKOV/SPUTNIK/KREMLIN POOL L'articolo Il vero nemico della cultura russa proviene da MicroMega.