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Gli studenti serbi da un anno in esilio nell’Europa che tace. Il nostro incontro a Zagabria

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 09:31 Fonte: Altreconomia

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Gli studenti serbi da un anno in esilio nell’Europa che tace. Il nostro incontro a Zagabria". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

Dodici studenti serbi, attualmente in esilio a Zagabria, si trovano ad affrontare gravi accuse di "tentato rovesciamento violento della Costituzione" a causa del loro coinvolgimento nell'organizzazione delle proteste seguite al crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, un evento che ha suscitato indignazione e richieste di responsabilità da parte delle autorità. Questi giovani, costretti a lasciare il proprio paese, vivono in un'Europa che sembra ignorare la loro situazione, mentre cercano di far sentire la propria voce e di ottenere giustizia in un contesto di silenzio e indifferenza.
Gli studenti serbi da un anno in esilio nell’Europa che tace. Il nostro incontro a Zagabria
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Doroteja Antić e Branislav Đorđević, 24 anni, sono seduti sulla terrazza del bar Bunt di Zagabria una domenica assolata di marzo. Bunt in serbo-croato significa "ribellione" e non c'è posto migliore per la storia che stanno raccontando.

“Non abbiamo mai temuto per la nostra incolumità, abbiamo sempre pensato che la nostra battaglia fosse più importante”, dicono in modo concitato e diretto, interrompendosi per aggiungere dettagli e informazioni. I due giovani attivisti di Novi Sad, nel Nord della Serbia, sono in esilio politico in Croazia da un anno insieme ad altri quattro membri del gruppo politico studentesco Studenti contro il regime autoritario (Stav).

Ad aspettarli, dovessero decidere di rientrare nel loro Paese, ci sono dei mandati di arresto e un processo iniziato in absentia lo scorso 24 novembre. I sei sono accusati di “tentato rovesciamento violento della Costituzione” per aver partecipato all’organizzazione delle proteste dopo il crollo della pensilina della stazione dei treni di Novi Sad, che il primo novembre 2024 ha causato 16 vittime.

Per la tragedia, studenti e cittadini hanno puntato il dito contro il governo del presidente Aleksandar Vučić, al potere dal 2012 e accusato di aver progressivamente consolidato un sistema basato su clientelismo e corruzione, rafforzando il proprio controllo sulle istituzioni. Gli ultimi anni hanno visto la Serbia figurare sempre più in basso nelle classifiche sulla libertà e sempre più in alto in quelle sulla corruzione.

“Chiedevamo trasparenza, che venissero chiarite le responsabilità e che i documenti relativi alla ristrutturazione della stazione venissero rilasciati pubblicamente”, spiega Đorđević, ricordando le mobilitazioni. Ad attenderli hanno trovato invece la repressione del regime.

La storia che ha portato all’esilio del gruppo ha inizio il 12 marzo 2025, nel pieno della prima fase delle proteste. Verso sera gli attivisti di Stav si ritrovano per un incontro presso la sede locale del Movimento dei cittadini liberi, un partito di opposizione di stampo liberale ed europeista.

Durante la riunione i 12 partecipanti discutono della grande protesta organizzata a Belgrado il 15 di marzo, tre giorni dopo. Loro ancora non lo sanno ma la protesta vedrà 325mila persone in piazza: sarà la più grande mai registrata nella storia del Paese.

Non lo sapeva nemmeno il governo, che però era consapevole che ci sarebbe stata un'alta partecipazione e si stava adoperando per arginare la massa: alcuni trasporti pubblici verso Belgrado vengono sospesi, gli agenti di polizia e delle agenzie speciali mobilitati in modo massiccio. E le mosse degli organizzatori sono seguite da vicino.

Durante quell’incontro non è presa alcuna decisione, ricorda Antić: “Non eravamo nemmeno sicuri che saremmo tutti riusciti ad arrivare a Belgrado, tra traffico e possibili blocchi delle autorità”.

In realtà nessuno di loro raggiungerà la capitale. Il giorno dopo, infatti, Antić, Đorđević e altri quattro attivisti di Stav vanno a Dubrovnik, in Croazia, per partecipare a Zna Du, un festival regionale di movimenti anti-autoritari. [caption id="attachment_244066" align="alignnone" width="2560"] Doroteja Antić e Branislav Đorđević a Zagabria, a metà marzo 2026 © Tommaso Siviero[/caption] Raggiungere il festival fu particolarmente complicato, ricordano oggi.

La sera del 12 marzo la compagnia di trasporti da cui il gruppo aveva noleggiato un furgone li lascia a piedi accusando un guasto al veicolo. I sei allora riescono ad acquistare gli ultimi biglietti disponibili per un volo da Belgrado a Podgorica; da lì, poi, si recano a Dubrovnik con un altro furgone.

“In quel momento abbiamo pensato si trattasse semplicemente di sfortuna”, dice Đorđević. Solo in seguito scopriranno che il proprietario della compagnia di trasporti era stato minacciato perché annullasse il noleggio, in un tentativo di impedirgli di lasciare il Paese.

La sera del 13 i telefoni dei sei iniziano a suonare. Avvocati, familiari e amici li avvisano che le due ore della riunione del giorno prima, registrate da un microfono nascosto dei servizi segreti serbi, sono trasmesse per intero da cinque emittenti televisive allineate al governo.

I giornalisti li accusano di essere terroristi e lanciano appelli perché vengano arrestati. Antić ricorda il silenzio di quel momento.

“Eravamo soli nel centro di Dubrovnik, ogni passo rimbombava tra le mura medioevali e ci sembrava che l’intera città ci stesse ascoltando”. Il giorno dopo i sei partecipanti alla riunione rimasti in Serbia sono arrestati.

“Pensavamo che tutto si sarebbe risolto rapidamente -riprende il filo Antić-. Che sarebbero stati rilasciati dopo pochi giorni, come era accaduto ad altri, e che anche noi saremmo potuti rientrare”.

La detenzione dei colleghi in Serbia invece continua. Su consiglio degli avvocati, i sei decidono di non tornare: inizia così il loro esilio.

Grazie al supporto di organizzazioni internazionali come Front line defenders e Civil rights defenders, il gruppo si è trasferito nel frattempo a Zagabria, dove condivide un appartamento nel centro della città. I sei attivisti arrestati sono rimasti in custodia cautelare per mesi.

Tre sono stati rilasciati il 15 ottobre; gli altri tre il 24 ottobre, dopo una visita in Serbia della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il 24 novembre è stato avviato il procedimento contro tutti e 12 i partecipanti alla riunione: i sei rimasti in Serbia e i sei all’estero.

La Procura li accusa di aver preparato un’azione contro l’ordine costituzionale e la sicurezza dello Stato. La difesa contesta però la base stessa del caso.

“Nell’intero procedimento esiste una sola prova: una registrazione ottenuta tramite sorveglianza segreta al di fuori del codice di procedura penale”, spiega Veljko Milić, l’avvocato che rappresenta Antić e Đorđević. Nonostante questo, dice di non essere certo che verrà esclusa:

"La magistratura dovrebbe essere un argine agli abusi di potere. Purtroppo ne è in larga parte complice".

I sei in Croazia hanno ottenuto dal Paese un permesso di soggiorno per motivi umanitari. La decisione evidenzia una tensione evidente: da un lato, uno Stato membro dell’Ue riconosce la possibilità che i loro diritti non siano pienamente garantiti nel Paese d’origine; dall’altro, la Serbia resta ufficialmente candidata all’ingresso nell’Unione.

“Non chiediamo tanto all’Ue, non ci serve il suo supporto in questa battaglia. Quello che chiediamo è semplicemente che smettano di parlare con Vučić”, racconta Đorđević.

Antić è sulla stessa linea: “L’Unione europea si è iniziata a muovere recentemente ma avrebbe dovuto farlo più velocemente.

Il supporto morale non è abbastanza quando rischi il pestaggio a scendere in piazza”. Il riferimento è a una recente missione in Serbia, dopo la quale deputati del Parlamento europeo hanno parlato di un “contesto politico fortemente polarizzato”, chiedendo di verificare “attacchi ai manifestanti e repressione contro studenti, accademici e lavoratori del settore pubblico”.

Già lo scorso ottobre lo stesso Parlamento aveva “fortemente condannato la crescente repressione e polarizzazione politica nel Paese”, denunciando violenze, intimidazioni e il deterioramento delle istituzioni democratiche. Ma tra diagnosi e azione, il divario resta.

È in questo spazio che si inserisce la critica degli studenti: troppo poco, troppo tardi. In esilio, la vita dei sei attivisti è andata avanti.

C'è chi è tornato agli studi come Đorđević, che ha cominciato una triennale in Scienze politiche, e chi ha trovato lavoro come Antić, assunta da una compagnia che si occupa di comunicazione digitale. Đorđević ringrazia Vučić, ridendo, “per averci permesso di studiare e lavorare nell’Unione europea”.

Poi però si fa serio: considera l’esilio una fase della loro mobilitazione politica. “In questo anno ci siamo riposati.

Quando sarà possibile, torneremo in Serbia e continueremo la lotta. Sono ottimista, non ho perso fiducia nelle mobilitazioni”.

Antić è più cauta: teme che il movimento si sia polarizzato, mentre “i criminali al potere” mantengono una presa salda sugli apparati repressivi. La posta in gioco però rimane alta.

“Questa è una delle ultime possibilità per evitare che la Serbia scivoli in una dittatura totale”. © riproduzione riservata L'articolo Gli studenti serbi da un anno in esilio nell’Europa che tace. Il nostro incontro a Zagabria proviene da Altreconomia.

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