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Pfas, l’incubo senza fine. La battaglia contro la “nuova Miteni” in India
“Forever chemicals”. Così sono chiamate le sostanze perfluoroalchiliche, note come Pfas, ovvero una famiglia di migliaia di composti chimici, circa 12mila, apprezzati per le loro proprietà indistruttibili e antiaderenti.
Senza fine sembra essere anche la storia dell’azienda Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, che fino al 2018 era una delle principali produttrici di Pfas in Italia. Oggi l’azienda è tristemente nota per aver rappresentanto uno dei peggiori scandali industriali del nostro Paese, avendo provocato la contaminazione delle risorse idriche di un’area -tra le province di Vicenza, Padova e Verona- dove vivono 350mila persone.
Per la vicenda a giugno 2025, dopo 130 udienze e quattro anni di processo, sono stati condannati in primo grado dalla Corte d’assise di Vicenza 11 dei suoi ex manager, su 15 imputati iniziali, per disastro ambientale e altri reati per un totale di 141 anni di reclusione. Ma la storia non si è conclusa così.
A ottobre 2025 un’inchiesta di Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio, pubblicata su The Guardian, ha rivelato che tutte le attrezzature, i brevetti e i processi della fabbrica si trovano ora in India. Dopo il fallimento, nel 2019, i suoi beni sono stati infatti acquistati da Viva Lifesciences una controllata della società chimica indiana Laxmi organic industries, l'unica offerente all'asta pubblica, per un valore di 4,6 milioni di euro.
Dall'inizio del 2025 il sito di Laxmi a Lote Parshuram nello Stato di Maharashtra (a 200 chilometri da Mumbai) è pienamente operativo e produce sostanze chimiche che vengono poi utilizzate in pesticidi, farmaci, coloranti, cosmetici e altri prodotti. A febbraio 2026 in India sono iniziate le prime proteste della popolazione locale che teme conseguenze ambientali e di salute, mentre a livello europeo si discute la messa al bando di 10mila di questi composti, grazie alla proposta di restrizione dell’European chemicals agency.
Ne abbiamo parlato con Varrun Sukhraj, scrittore, regista e attivista indiano che si è ritrovato a essere coinvolto nella vicenda. Sukhraj, quando ha iniziato a interessarsi alla questione?
VS Quando questa storia è emersa, i giornalisti italiani Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio hanno pubblicato per la prima volta un'inchiesta su The Guardian, suscitando grande scalpore in India. Inizialmente non avevamo idea dell'esatta ubicazione di questa industria ma dopo quell'articolo abbiamo fatto chiarezza.
È emerso che, per coincidenza, si trova proprio nel luogo in cui ho trascorso la mia infanzia, vicino al mio villaggio natale e i miei cari sarebbero quindi le prime vittime di un'eventuale contaminazione. È così che sono entrato in contatto con Daniela Bezzi e Michela Piccoli, rappresentanti della Mamme No Pfas (il comitato di cittadine venete nato nel 2017 per denunciare la contaminazione ambientale causata da Miteni sul territorio, ndr), e mi sono unito al loro gruppo.
Abbiamo deciso di collaborare attraverso la piattaforma civica che avevo appena avviato, chiamata The next indians, nata per dar voce alle questioni cruciali per la nostra esistenza in quanto cittadini indiani. Attualmente il mio ruolo è quello di fare da ponte tra i gruppi di protesta locali, gli abitanti dei villaggi e la diaspora internazionale.
In quale contesto si trova l’impianto chimico? VS La Laxmi organic industries, l'azienda che ha acquisito la tecnologia e i macchinari che erano della Miteni, si trova nell’enclave industriale di Lote Parshuram.
Questa area è situata sulla costa occidentale del Paese ed è famosa per i Ghati occidentali, una catena montuosa che corre parallela alla costa e che è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 2012 per la sua eccezionale biodiversità. L'industria è inoltre circondata da due grandi fiumi che si collegano direttamente all'oceano e la contaminazione dell’acqua potrebbe raggiungere luoghi molto lontani, per questo minaccia il sostentamento di centinaia di miglia di persone.
Questa Regione è inoltre vitale per l'agricoltura e l'orticoltura. Da quelle aree esportiamo riso e frutti di mare e i famosi mango Alfonso che sono originari della località che si chiama Konkan.
Come ha reagito la popolazione locale? VS Inizialmente non c’era sufficiente consapevolezza.
Chiaramente l'industria in un primo momento ha fatto il suo gioco e ha spinto sull'idea che l'impianto avrebbe portato occupazione. Questo è un argomento forte in un Paese in via di sviluppo dove trovare lavoro o ricevere un salario regolare può essere molto complesso ed è un problema fondamentale per alcune famiglie.
Quindi all’inizio la questione ruotava intorno al fatto che fosse meglio non opporsi allo sviluppo industriale. Tuttavia, dopo la pubblicazione dell’articolo su The Guardian, le cose sono cambiate.
Anche io ho personalmente iniziato una campagna di sensibilizzazione sui social. E successivamente insieme alle Mamme No Pfas, che seguono la vicenda dall'Italia, e alla piattaforma The next indians, abbiamo iniziato a lavorare per aumentare la consapevolezza delle persone.
In un primo momento, infatti, la notizia si era diffusa in un segmento specifico della società, cioè all’interno della classe intellettuale. Abbiamo quindi pensato che fosse importante creare contenuti nella nostra lingua locale, il marathi, e con uno stile colloquiale e semplice così che tutti potessero comprendere bene la vicenda.
E sono soddisfatto di dire che lo scorso 6 aprile si è tenuta una grande marcia a cui hanno partecipato alcune migliaia di persone. Quanto è stata importante la collaborazione con le attiviste italiane di Mamme No Pfas?
VS Moltissimo. Conoscere le mamme e attiviste del movimento ci ha dato grande motivazione e supporto.
Quando i genitori in India hanno saputo che alcune mamme dall'altra parte del mondo stavano protestando per i loro figli hanno ricevuto una spinta incredibile. Abbiamo iniziato a sostenerci nella creazione di contenuti e un video di Michela Piccoli che, rimanendo in silenzio, mostra alcuni cartelli con delle scritte in cui esprime la solidarietà delle madri italiane a quelle indiane, è diventato virale qui.
Grazie a questa collaborazione e alla risonanza internazionale che ha avuto, per la prima volta il ministro dell'Ambiente del Maharashtra ha ammesso ufficialmente che a Lote Parshuram vengono prodotti Pfas. Prima le autorità negavano tutto.
Le Mamme No Pfas e la Rete zero Pfas Italia a inizio marzo sono state a Bruxelles, per una tre giorni di appuntamenti organizzata dall’European environmental bureau, a cui ha preso parte anche lei. Com'è andata?
VS Ho partecipato in videoconferenza rappresentando il nostro movimento. È stata una buona occasione perché ho potuto lanciare un appello all'Unione europea e ai decisori politici attraverso la campagna denominata "Stop the dump".
Il nostro messaggio è molto chiaro: non vogliamo diventare la discarica dei Paesi sviluppati. Se una sostanza è pericolosa in una parte del mondo, lo è anche altrove.
Il problema è che in India mancano politiche di regolamentazione per la produzione di Pfas, il che permette a queste industrie di crescere esponenzialmente. Al Parlamento europeo ho ribadito che questo è un crimine contro l'umanità e dobbiamo unirci per fermarlo.
Lei è anche un regista e ha girato il documentario “Too much democracy" (2022) che ha avuto molto successo. Il suo film riguarda le proteste contro le leggi agricole -poi abrogate- ad opera degli agricoltori che per un anno (2020) hanno manifestato accampandosi alle porte di New Delhi.
Queste due lotte hanno qualcosa in comune? VS Ogni lotta qui ha qualcosa in comune ed è il fatto di non rimanere in silenzio e battersi per i propri diritti.
La nostra costituzione ci dà il diritto di vivere ma anche di fare impresa e di agire equamente, e noi dobbiamo continuare a lottare per questo. Il nostro impegno non è contro un'azienda specifica ma in difesa delle nostre vite.
Così come i contadini protestavano contro leggi che limitavano la loro autonomia, noi chiediamo leggi che proteggano la nostra natura, l’ambiente e le generazioni future. La battaglia non ha come obiettivo solo fare rumore ma ottenere politiche forti.
In India ci sono molti impianti simili senza regolamentazioni ambientali. Il movimento "Stop the dump" è nato per spingere la politica ad affrontare seriamente la questione e per rivendicare, in ultima istanza, il diritto a vivere in un ambiente sano. © riproduzione riservata L'articolo Pfas, l’incubo senza fine.
La battaglia contro la “nuova Miteni” in India proviene da Altreconomia.