Politica
Arfaras: “Crisi di Hormuz rilevante ma non apocalittica”
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Dopo aver tenuto il mondo col fiato sospeso sul piano militare, la guerra in Iran continua a preoccuparci su quello economico in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz. Per cercare di comprendere meglio la situazione ci siamo rivolti dunque a Giorgio Arfaras.
L’economista prova così a leggere per noi la crisi in Medio Oriente andando oltre la superficie del racconto mediatico, allargando il discorso all’orizzonte geostrategico. Ne emerge un’analisi che intreccia economia, geopolitica e dinamiche dei mercati, distinguendo tra percezioni diffuse e impatti reali sull’economia globale e italiana.
In Iran sembra si stiano combattendo due guerre, su due piani diversi: militare da parte di Usa e Israele; economica da parte dell’Iran, che non potendo competere sul piano militare tenta di rendere il conflitto economicamente insostenibile. La battaglia adesso sembra infatti giocarsi sullo Stretto di Hormuz, soggetto al blocco iraniano prima e a quello statunitense poi.
Dipende dalla natura e dalla durata del blocco e se sarà consentito il passaggio di alcune navi, come quelle cinesi, che permetteranno all’Iran di autofinanziarsi comunque vendendo petrolio. Se invece il blocco diventa totale, con gli Usa che impediscono del tutto i transiti, allora vengono meno proprio quei flussi finanziari fondamentali per la Repubblica islamica, soprattutto quelli provenienti da Pechino.
Ovviamente va considerato anche il piano politico: come si spiegano le strategie di Stati Uniti, Israele e Iran da questo punto di vista? La strategia israeliana, condivisibile o meno, è comprensibile: l’Iran è percepito come il principale nemico strategico, sia per la prospettiva nucleare sia per il sostegno a gruppi come Hezbollah, Hamas e Houthi, tutte minacce per lo Stato ebraico.
Anche la posizione iraniana, dal suo punto di vista, è coerente: combina elementi ideologico-religiosi, come la vocazione al martirio, e politico-strategici, come il tentativo di conquistare e affermare una leadership regionale. E poi, in fondo, parliamo del paese attaccato, che la guerra non l’ha cominciata.
Più difficile è comprendere le intenzioni degli Stati Uniti. Per rovesciare davvero il regime iraniano servirebbe un intervento diretto massiccio, boots on the ground, ma questo implicherebbe affrontare un paese di circa 90 milioni di persone con una struttura politica e religiosa molto solida.
Perché il sistema iraniano si sta rivelando più coeso di quanto ci si potesse aspettare: anche eliminando singoli leader, il sistema si mantiene, in quanto è una struttura verticale che prevede avvicendamenti nei ruoli chiave. Sul piano politico, quindi, le intenzioni degli Stati Uniti non si capiscono.
Per farlo, dobbiamo spostarci sul versante geostrategico. Concentriamoci allora su questo aspetto.
Chiediamoci innanzitutto se del petrolio possiamo fare a meno: nel breve e medio periodo, no. È vero che il suo uso è diventato più efficiente – ne serve sempre di meno per generare sempre più energia – ma la domanda complessiva continua a crescere perché aumenta il numero di utilizzatori, soprattutto nei paesi emergenti.
Banalmente, ci sono sempre più persone che si possono permettere un’automobile. E non tutti ce l’hanno elettrica.
Le energie rinnovabili cresceranno più rapidamente, riducendo il peso percentuale del petrolio, ma in termini assoluti la domanda resterà elevata per decenni. Il carbone è destinato a diminuire, il gas resterà stabile, mentre il nucleare ha tempi di sviluppo troppo lunghi per incidere rapidamente.
Il petrolio quindi rimane una risorsa fondamentale e, in quanto esauribile, altrettanto fondamentale è rilevare quali paesi ne hanno una maggiore disponibilità. Le principali riserve al mondo si trovano in paesi come Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada, Russia e Stati Uniti, con i primi tre a fare la parte del leone.
E, tra questi, l’Iran è quello più difficile da ricondurre all’“ordine” e, come stiamo vedendo, da sottomettere e controllare su un piano militare. Non a caso, non appena ha deposto Maduro, l’amministrazione Trump ci ha tenuto a sottolineare che sarebbero stati gli Usa a controllare le riserve petrolifere del Venezuela… Il punto cruciale, comunque, non è solo la quantità, ma il rapporto tra riserve e ritmo di estrazione.
Ci sono paesi come Stati Uniti e Russia che estraggono molto e quindi hanno orizzonti temporali più brevi (un decennio per il primo, due per il secondo). Il paese che invece detiene le maggiori risorse al mondo, il Venezuela, estrae a un ritmo lentissimo, per cui le sue riserve continuerebbero per centinaia di anni.
Ma il ritmo si può aumentare e per farlo basta appropriarsi delle risorse ed estrarle in maniera più continuativa ed efficiente: per questo puoi metterti d’accordo col regime, farti consegnare il dittatore e lasciarne intatta la struttura. Ciò che è in ballo è l’autonomia strategica, il controllo strategico dell’energia, che non passa non solo dalle riserve, ma anche dal controllo di infrastrutture di estrazione, reti di trasporto e punti critici come gli stretti marittimi.
Da qui l’importanza strategica di snodi come Hormuz o Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso. Non dimentichiamo che è dal secondo che transita il petrolio proveniente dall’Arabia Saudita, che per adesso sta colmando la richiesta inevasa da quello che non passa da Hormuz.
In questo senso quindi dobbiamo considerare la questione geo-strategica. Sì, una questione che unisce alla disponibilità delle riserve e al ritmo di estrazione anche il trasporto e la sicurezza delle infrastrutture.
Per le compagnie europee, ad esempio, i primi due elementi non costituiscono allo stato attuale un problema, poiché estraggono più petrolio di quanto ne consumi il Vecchio continente. Ma va garantito che non venga bloccato nei luoghi di produzione e che possa essere trasportato senza interruzioni.
Tornando alla più stratta attualità, alla luce di tutto questo quali effetti immediati può avere questa crisi? Nel breve periodo, il problema principale è la disponibilità e il prezzo dell’energia.
Una riduzione dei flussi da Hormuz può essere parzialmente compensata da altre rotte, ma comporta comunque una diminuzione dell’offerta complessiva. Molto dipende dalla durata della crisi: breve durata, impatto limitato; lunga durata, effetti più significativi sui prezzi.
Che impatto avrebbe sull’economia italiana? Sì, immagino che ai lettori interessi principalmente questo nello specifico, per le ricadute sulla vita di ciascuno.
Bene, le simulazioni mostrano un impatto moderato ma non catastrofico: Crescita economica: da circa 0,8% a valori tra 0,3% e 0,5%;
Inflazione: da circa 1,4% a circa 2,5%; Disoccupazione: variazioni minime;
Deficit: leggero peggioramento; Fattura energetica: aumento significativo (da circa 45-50 a circa 70 miliardi).
Sulla crescita l’impatto non è decisivo perché già prima della crisi di Hormuz i dati erano scoraggianti. L’effetto più rilevante è proprio sul costo dell’energia, che rappresenta un’uscita netta verso l’estero.
Questi tipi di crisi comunque non gravano tanto sulle famiglie quanto sulle imprese (per circa i due terzi) e questo spiega le loro richieste di aiuti pubblici. Tuttavia, c’è un dibattito in corso: intervenire con sussidi può attenuare il problema nel breve termine, ma rischia di ridurre la capacità di adattamento dell’economia.
Non sono scelte facili, perché spesso ciò che risulta razionale in economia può essere impopolare in politica. A proposito di energia: la crisi di Hormuz è stata vista come un’occasione dalle componenti filorusse del nostro paese per tornare a martellarci con l’idea che bisogna ripristinare le relazioni col regime di Putin.
In questo senso si è espresso anche l’amministratore delegato di Eni Descalzi. Al netto di considerazioni politiche e morali, ovviamente ineludibili, avrebbe senso tornare a comprare energia dalla Russia?
Per quanto riguarda il petrolio, non scherziamo: abbiamo visto qual è l’entità delle riserve russe. Per il gas il discorso sarebbe diverso ma consideriamo che, dallo scoppio della guerra in Ucraina molti paesi, inclusa l’Italia, hanno diversificato le fonti di approvvigionamento.
Aumenterà la quota che compri dai paesi arabi, sì, ma non quella che compri dagli altri, tipo l’Algeria. Tornare indietro significherebbe ottenere prezzi più bassi nel breve periodo, ma al costo di un cambio di posizione politica e militare.
Ne varrebbe la pena, tenendo conto che non si tratta di una misura necessaria? Consideriamo poi una cosa: esistono sia contratti lunghi sia brevi.
Quello che abbiamo appunto con l’Algeria prevede rifornimenti per molti anni a prezzo fisso. Ma quelli sul breve termine, più suscettibili alle variazioni del momento, suscitano più clamore e quindi è di quelli che si parla.
Fanno banalmente più notizia. Ma se guardiamo l’andamento dei futures del petrolio capiamo che la situazione non è così grave, anche perché nessuno ha interesse che questa crisi si protragga a lungo.
Non ce l’hanno né l’Iran né l’Europa né gli Stati Uniti né la Cina. Ce l’avrebbe Israele?
Non credo, perché anche dopo aver sbaragliato i suoi proxy non avrebbe interesse a un collasso totale dell’Iran, che nella regione lascerebbe un vuoto che verrebbe colmato dalla Turchia, giudicata un alleato affidabile dagli Usa. Israele, quindi, non sarebbe più l’unico referente di Washington.
La crisi di Hormuz in definitiva non sembra così devastante. Troppo rumore per nulla?
È una crisi rilevante, sì, ma non apocalittica. Lo stretto di Hormuz veicola circa il 20% del petrolio mondiale, ma esistono rotte alternative e infrastrutture che permettono di compensare parzialmente eventuali blocchi.
Quindi l’impatto è significativo, ma ridimensionato rispetto a quanto spesso viene percepito. Il fatto è che situazioni di questo toccano anche una dimensione emotiva, generando allarmismi che ce le fanno percepire più gravi di quello che sono.
Certo, è chiaro che i lavoratori stagionali asiatici che lavorano nelle monarchie del Golfo, nei paesi sunniti del petrolio, saranno colpiti. Per loro sì che l’impatto sarà grave.
Per i paesi avanzati, la questione rimane la necessità di dover ancora ricorrere al petrolio per diversi anni e ciò ci rende ricattabili sun piano strategico. Ma non meno di quanto lo sarebbe comprare tutti i pannelli solari che ci servono dalla Cina.
CREDITI FOTO: La compagnia aerea battente bandiera indiana Jag Vasant, che trasporta gas di petrolio liquefatto (GPL) attraverso lo stretto di Hormuz, arriva al porto di Mumbai, in India, il 1° aprile 2026.
EPA/DIVYAKANT SOLANKI L'articolo Arfaras: “Crisi di Hormuz rilevante ma non apocalittica” proviene da MicroMega.