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L’essenziale come arma: l’acqua negata alla popolazione palestinese
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La privazione sistematica e deliberata di acqua, servizi sanitari e igiene (“Water, sanitation, hygiene”, Wash) sarebbe stata usata dall’ottobre 2023 come arma contro i palestinesi dalle autorità israeliane, nell’ambito di una campagna di punizione collettiva. È quanto denunciato dal report “Israel’s destruction and deprivation of water and sanitation in Gaza”, pubblicato il 28 aprile da Medici senza frontiere (Msf).
Secondo la Ong, attiva a Gaza dal 1988, sono 2,1 milioni le persone residenti nella Striscia colpite da una grave scarsità d'acqua. Una mancanza che non è il risultato di eventi incidentali ma di politiche e azioni precise, con conseguenze gravissime per la salute, la dignità e la sicurezza della popolazione palestinese.
Nel periodo analizzato dall’indagine -da gennaio 2024 a dicembre 2025- il personale di Msf ha segnalato un aumento quotidiano delle problematiche sanitarie legate alla carenza d’acqua rispetto al periodo precedente all'ottobre 2023. Un sondaggio dell’organizzazione ha registrato che quasi una persona su quattro tra quelle intervistate tra maggio e agosto 2025 aveva sofferto di diarrea nel mese precedente: un disturbo che colpisce più severamente i bambini sotto i 15 anni e le donne incinte, mettendo a rischio la gravidanza.
Anche le malattie della pelle, legate alla scarsa igiene e alla vita in tende sovraffollate e rifugi improvvisati, sono risultate più diffuse, con il 18% delle consulenze sanitarie di Msf nel 2025 dedicate proprio a queste patologie. La priorità di tutte le famiglie è utilizzare l'acqua a disposizione per bere piuttosto che per l’igiene, e quando le consegne umanitarie vengono interrotte sono costrette ad approvvigionarsi da fonti insicure o saline.
Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 i prezzi dell’acqua dei fornitori privati sono infatti aumentati del 500%, rendendola di fatto fuori dalla portata della maggior parte della popolazione. La stessa Msf -la più grande distributrice non governativa a Gaza, con oltre 4,7 milioni di litri d’acqua consegnati al giorno a gennaio 2026- è consapevole che la sua offerta non riesce a colmare l’enorme fabbisogno della Striscia. [caption id="attachment_245267" align="aligncenter" width="1024"] Una madre palestinese mostra la condizione della pelle del suo bambino a causa della mancanza di igiene e di acqua pulita a Khanyounis © Nour Alsaqqa - Msf[/caption] Nei campi le persone si ritrovano inoltre a scavare latrine improvvisate nei pressi delle tende da condividere con molte altre persone.
Le piogge intense spesso allagano queste strutture rudimentali che, riempendosi, diffondono rifiuti e batteri. I servizi igienici sono collassati, mentre articoli come sapone, disinfettanti, pannolini e prodotti mestruali, se disponibili, rimangono troppo costosi.
A tutto ciò si aggiunge l’impatto sulla salute mentale per chi vive in condizioni così poco dignitose, senza privacy e in situazioni di forte disagio e stress. I palestinesi devono fare i conti quotidianamente con un senso di urgenza e responsabilità, soprattutto nei confronti dei bambini, legato alla necessità di procurarsi l’acqua e all’incapacità di occuparsi della propria igiene personale.
“È come se chiedessimo l’essenziale della vita”, ha affermato Ali, un palestinese sfollato che vive in un campo nella città di Deir Al-Balah, intervistato da Medici senza frontiere. Questa situazione si inserisce in un contesto già estremamente difficile in cui, secondo il ministero della Salute di Gaza, dal 7 ottobre 2023 al 23 febbraio 2026 almeno 72.073 palestinesi sono stati uccisi e 171.756 feriti dagli attacchi israeliani, a cui si somma un numero imprecisato di persone disperse e di vittime non conteggiate o definite “indirette” perché causate dall'interruzione dell'assistenza sanitaria e di altri servizi essenziali. [caption id="attachment_245274" align="aligncenter" width="1024"] Un bambino palestinese si sta rifornendo d'acqua per la sua famiglia a Beit Lahia city, nel Nord della Striscia di Gaza © Nour Alsaqqa - Msf[/caption] Dall'inizio dell’offensiva israeliana i palestinesi cercano dunque di sopravvivere trovandosi anche ad affrontare una forma di scarsità d’acqua ingegnerizzata.
Sono tre in particolare i meccanismi alla base della crisi: la distruzione delle infrastrutture da parte delle forze armate israeliane; l'ostruzione dell'accesso umanitario all'interno di Gaza tramite lo sfollamento forzato e le restrizioni ai movimenti; e il blocco o il ritardo sistematico delle forniture essenziali. Nello specifico, le operazioni militari israeliane hanno causato una devastazione diffusa delle infrastrutture cosiddette Wash: si stima che il 90% sia stato danneggiato o distrutto.
Msf ha documentato diversi episodi di sparatorie contro i suoi camion cisterna e di danneggiamenti a pozzi chiaramente identificati, spesso durante la stessa distribuzione di acqua alla popolazione, causando panico, ferimenti e morti tra i palestinesi e gli operatori umanitari. Molti nuclei familiari, sopraffatti dai compiti necessari per sopravvivere, non hanno altra scelta che mandare i figli a prendere l'acqua pur consapevoli del pericolo che affrontano.
“Le autorità israeliane sanno che senza acqua la vita finisce eppure hanno deliberatamente e sistematicamente distrutto le infrastrutture idriche a Gaza, impedendo al contempo in modo sistematico l’ingresso di rifornimenti idrici -ha spiegato Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf-. I palestinesi sono rimasti feriti e sono stati uccisi semplicemente cercando di procurarsi l’acqua”.
L’accesso ai servizi essenziali e l’ingresso dei beni di prima necessità nella Striscia sono stati limitati e ostacolati. Gli ordini di sfollamento e le interdizioni imposte dall’esercito israeliano ai palestinesi di entrare in alcune parti di Gaza hanno coperto in alcuni casi più dell’80% del territorio; senza contare che il 58% della Striscia non è attualmente accessibile.
Allo stesso tempo da ottobre 2023 elettricità e combustibili, fondamentali per il trattamento e la distribuzione dell'acqua, sono stati tagliati. Le richieste di autorizzazione a introdurre forniture critiche sono state rifiutate o lasciate senza risposta, incluse quelle relative a unità di desalinizzazione dell'acqua, pompe, cloro e altri prodotti chimici per il trattamento, serbatoi d'acqua, repellenti per insetti e latrine.
Anche quando approvate, le spedizioni sono state spesso bloccate ai valichi, lasciando attrezzature salvavita ferme per mesi. Secondo Msf le autorità israeliane stanno usando gli aiuti come un rubinetto, chiudendolo o aprendolo solo per permettere a qualche goccia di entrare nella Striscia, contravvenendo così al diritto internazionale umanitario.
Quest’ultimo stabilisce infatti che, in quanto potenza occupante, Israele dovrebbe garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali della popolazione occupata e proteggere le infrastrutture civili come i sistemi idrici e sanitari. Per questo motivo Medici senza frontiere chiede di porre immediatamente fine a questa situazione e invita anche gli Stati membri delle Nazioni Unite a invocare il rispetto del diritto internazionale, facendo leva su tutti gli strumenti economici, di sicurezza e legali a disposizione affinché l’accesso all’acqua pulita, a servizi igienico-sanitari sicuri e all’igiene di base venga assicurato. © riproduzione riservata L'articolo L’essenziale come arma: l’acqua negata alla popolazione palestinese proviene da Altreconomia.