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Come muore la democrazia negli Stati Uniti

Giovedì 30 aprile 2026 ore 07:42 Fonte: MicroMega
Come muore la democrazia negli Stati Uniti
MicroMega

Gli Stati Uniti non sono più una democrazia. Una delle fonti globali più autorevoli sulla salute delle nazioni democratiche ora lo afferma esplicitamente.

Il Varieties of Democracy (V-Dem) Institute dell’Università di Göteborg giunge alla conclusione allarmante, nel suo rapporto annuale, che gli Stati Uniti stanno precipitando verso l’autocrazia a un ritmo più rapido rispetto a Ungheria e Turchia. “I nostri dati sugli USA risalgono al 1789.

Quello che stiamo osservando ora è il più grave livello di regressione democratica mai registrato nel paese,” afferma Staffan Lindberg, fondatore dell’istituto. Il crollo, con il secondo Trump, della democrazia statunitense (peraltro già per molti versi in crisi anche prima) ha lasciato interdetti i molti che immaginavano che il sistema avesse gli anticorpi idonei a prevenirlo.

I pilastri volti a garantire l’equilibrio fra poteri e ad evitare che un Presidente potesse trasformarsi in un “Re” si sono sciolti come neve al sole: all’uopo – e paradossalmente – è stato sufficiente far leva sulle pieghe anti democratiche della Costituzione più antica del mondo che, al contrario, si pensava fosse attrezzata per assicurarne la tenuta. Si tratta delle disposizioni il cui concreto funzionamento, al di là degli enunciati, impedisce di fatto l’operatività dei checks and balances (ossia dei così detti pesi e contrappesi) fra poteri dello Stato a tutto vantaggio di un Presidente, in particolare se repubblicano, il quale invece – in virtù delle stesse – mantiene il controllo sul Congresso e – se fortunato come nel caso di Trump – anche sulla Corte Suprema.

È soprattutto la composizione non democratica del Senato – per Costituzione formato da due rappresentanti per ogni Stato – a spiegare la facilità con cui un Presidente repubblicano senza scrupoli può esautorare il Parlamento usurpandone – come ha fatto Trump – le prerogative di penna, di borsa, di dazi e di guerra. Egli, infatti, potrà sempre contare sullo zoccolo duro formato dai 17 piccoli Stati che per composizione etnica, scarsa urbanizzazione e basso livello di istruzione votano di regola il suo partito e restano dalla sua parte.

Pur rappresentando solo circa l’8% della popolazione statunitense, infatti, essi hanno però i 34 seggi che – essendo pari a poco più di un terzo dei voti – sono sufficienti a impedire il rovesciamento del veto presidenziale con cui per Costituzione egli controlla il Parlamento. Cosicché quando quest’ultimo volesse tramite legge riprendere il controllo sui dazi o sulle guerre, che il Presidente abbia unilateralmente e incostituzionalmente deciso, incontrerà sempre l’ostacolo del pressocché impossibile superamento del di lui veto (come peraltro ben sanno gli odierni parlamentari, che pur timidi tentativi in tal senso hanno posto in essere)[1].

Analoga insormontabile difficoltà incontra poi la riappropriazione da parte del Congresso dei poteri di penna o di borsa laddove perduti, come è oggi evidente di fronte agli incontrastati ben 225 executive orders del primo anno di secondo mandato Trump (e si consideri che a partire dal 1969 il più alto numero di executive orders emanati in precedenza da un Presidente americano era stato raggiunto con Carter che ne aveva emanati in media 80 per anno); o di fronte ai tentativi – destinati all’insuccesso – di imporre tramite legge un divieto di trattenimento (c.d. impoundment) dei fondi stanziati dal Congresso per le attività del governo. Il deficit democratico del Senato (il 50% circa della popolazione vive in 9 Stati, cui corrispondono pertanto solo 18 seggi!), che consente al Presidente non solo di controllare, bensì di usurpare a piacimento i poteri del Congresso tramite veto sulle sue leggi, costituisce anche la ragione dell’inoperatività dell’opposto controllo previsto per Costituzione: quello del Congresso sul Presidente tramite impeachment, nell’ipotesi di suoi comportamenti abusivi.

Così come il rovesciamento del veto presidenziale, anche la condanna – a seguito di messa in stato di accusa della House of Representatives – richiede infatti la maggioranza super qualificata dei due terzi dei senatori. Quando poi quello stesso deficit democratico del Senato permette al Presidente repubblicano di nominare con una risicatissima maggioranza – peraltro rappresentativa della minoranza dei voti popolari – ben 3 giudici della Suprema Corte, com’è successo a Trump nel suo primo mandato, la possibilità che sia il giudiziario a ripristinare la legalità costituzionale scema considerevolmente.

Senza contare l’estrema difficoltà in cui si troverebbe quella Corte laddove volesse dare efficacia a un suo ordine, che il Presidente o la sua amministrazione si rifiutassero di eseguire. La grazia che, in forza della Costituzione, il Presidente può garantire a se stesso come a chiunque altro, insieme all’immunità penale di cui per una recente decisione della stessa Corte Suprema egli gode ed infine al controllo che, tramite il dipartimento di giustizia, egli ha sullo U.S. Marshals Service (agenzia deputata a dare applicazione agli ordini delle Corti federali), proteggono infatti sia lui che la sua amministrazione dai contraccolpi tanto penali, quanto civili, cui altrimenti darebbe luogo la violazione da parte loro degli ordini giudiziari.

Non sembra, allora, un caso che il dipartimento di (in)giustizia oggi asservito a Trump abbia potuto violare sistematicamente tutti gli ordini che ha ritenuto di non voler rispettare, in virtù di quel particolare principio affermato dal Presidente secondo cui “chi salva l’America, non può violare la legge”. Ne è prova l’accusa – già altrove ricordata – mossa dal giudice capo federale del Minnesota all’agenzia dell’immigrazione di non aver ottemperato a quasi 100 ordini del tribunale e di aver disobbedito a più direttive giudiziarie solo nel mese di gennaio di quante “alcune agenzie federali abbiano violato nella loro intera esistenza”, senza che ciò abbia dato luogo ad alcuna conseguenza giuridica.

D’altronde, quando la Corte Suprema si è finalmente espressa in contrasto con l’operato del Presidente nella nota sentenza sui dazi, dichiarando la sua incompetenza a stabilirli, Trump non solo li ha subito in parte ripristinati sulla base di una normativa – anch’essa, secondo l’opinione prevalente, incostituzionalmente richiamata – differente rispetto a quella presa in considerazione dalla pronuncia, ma ha altresì espresso l’intenzione di far leva su altre e non meno controverse vie (il)legali per ampliarne la portata. L’attacco all’autorevolezza del giudiziario del paese in generale, e del suo supremo organo in particolare – ossia la Suprema Corte – da parte del Presidente e della sua amministrazione non avrebbe potuto essere più esplicito.

Sono dunque proprio le crepe insite nel sistema, e contenute nella Carta fondamentale, ad aver consentito a Trump – che rifiuta qualsiasi moderazione dettata da un senso istituzionale – l’opportunità di far crollare l’intera struttura democratica, sovvertendo l’ordine costituzionale statunitense così come finora più o meno tenuto insieme e conosciuto. Forte dei poteri forti che hanno finanziato tanto la sua elezione quanto quella dei parlamentari repubblicani (e non solo ovviamente!), Trump ha implementato a tambur battente il programma portato avanti dalla Heritage Foundation, dal suo Project 2025 e – in ultima analisi – dal mondo corporate che vi sta dietro: quello di dar vita ad un esecutivo eccedente – formato da un apparato amministrativo di fedelissimi e non più da funzionari civili di carriera scelti per la loro competenza e non per il loro credo politico – capace di affermare il potere assoluto del Presidente e, soprattutto, delle corporation che vi stanno dietro.

Si tratta di un programma che trova la sua sponda ideologica in quel Dark Enlightenment (illuminismo nero o reazionario) perorato da personaggi come il filosofo britannico Nick Land o il blogger statunitense Curtis Yarvin che, offrendo supporto culturale a un’idea di superamento della democrazia a favore di forme di comando personale e corporate, spiana la strada alle ambizioni di sovranità tecnologica fatte palesi dai discorsi di Peter Thiel o – più di recente – da Alex Karp, nell’ormai tanto famoso quanto inquietante manifesto apparso qualche giorno fa sul profilo X di Palantir. [1] https://www.nytimes.com/2026/01/08/us/politics/trump-power-congress-veto.html; https://www.nytimes.com/2026/02/11/us/politics/trump-canada-tariffs.html; Venezuela Updates:

Senate Advances Measure to Curb Trump’s Use of Force: https://www.nytimes.com/live/2026/01/08/world/us-venezuela-trump?smid=nytcore-android-share; Senate rejects 4th attempt to curb Trump’s war powers in Iran: https://www.cbsnews.com/news/senate-war-powers-vote-iran-tammy-duckworth/ CREDITI FOTO:

WASHINGTON, DC – APRIL 18: President Donald Trump speaks during an executive order signing regarding psychedelics in the Oval Office of the White House in Washington, DC, US, on Saturday, April 18, 2026.

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