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Il carcere, la cultura e il riscatto

Mercoledì 29 aprile 2026 ore 09:30 Fonte: MicroMega
Il carcere, la cultura e il riscatto
MicroMega

L’esperienza del carcere è dura. Orribile.

Da sempre. Una condizione dolorosa che menti lucide, acute, persone profonde, hanno indagato (a volte vissuto) per anni.

Nelson Mandela riprende una celebre frase di Dostoevskij – “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” – e la sviluppa in una direzione precisa: “Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i più umili.” Ecco.

Con le prigioni bisogna fare i conti perché la cosa ci riguarda. Perché le prigioni dicono di noi, come mostra Una stanza fatta di tempo di Francesco Demasi, che non vuol essere un’autobiografia né un atto d’accusa.

“Questo libro è un dialogo”, dice Francesco (che è caduto, ha riconosciuto l’errore, ha pagato con venticinque anni di prigione). Un dialogo con studenti che pongono domande sulla condizione carceraria, a cui egli risponde dopo aver attraversato il dolore:

“Il dolore è maestro severo, in carcere accompagna ogni giornata e misura la resistenza… rivela limiti, fragilità, capacità… divenendo occasione di crescita”. E Francesco è cresciuto, leggendo, laureandosi in carcere, studiando letteratura russa, facendo teatro con la guida di un maestro, Fabio Cavalli, compiendo un lavoro su di sé (sui propri errori), una lunga analisi che, con tutta evidenza, lo ha reso una persona nuova.

Che merita tutto il nostro rispetto. Può un uomo restare umano in un luogo costruito per spezzarlo?

“Restare umano qui dentro non è naturale e spontaneo, è una lotta quotidiana contro tutto quel che spinge a diventare duro”: la mancanza di libertà, certo, ma anche “la violenza psicologica e fisica, l’umiliazione, il freddo, la solitudine…”. È la condizione carceraria.

Terribile. Che porta molti al suicidio.

Cosa accade all’identità di un uomo quando, per anni, viene chiamato solo per cognome e mai per nome? Francesco ha ceduto a pensieri di farla finita?

“Assolutamente no, la vita, anche ridotta allo spazio minimo, resta una responsabilità verso se stessi”. Ma la piaga dei suicidi affligge le carceri e ho visto molti morire – scrive – alcuni li ho salvati… “Uno si chiama Fabio.

Si era barricato in cella e si era dato fuoco. Ricordo il fumo denso, il panico, il tempo che correva contro di noi.

Con un maresciallo siamo riusciti ad aprire la porta, riportando bruciature, ma Fabio è ancora vivo. Altri due avevano tentato d’impiccarsi: salvarli sono stati i momenti più belli e veri della mia vita”.

Il carcere può uccidere. Non bisogna dimenticarlo.

Mai. Noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono un sistema di tortura, “ci vantiamo di aver abolito la pena di morte, e la pena di morte che ammanniscono lentamente le galere – dice Turati – è meno pietosa di quella del carnefice”.

Ha violato la legge, Francesco, e ha pagato. È caduto e si è rialzato.

Ma la società, la politica, la pseudoscienza, non hanno colpe? È precisa la sua critica a Lombroso, per il quale “l’uomo non cade: nasce colpevole.

Non sbaglia: è sbagliato. Non può cambiare: è biologicamente condannato”.

La verità è più complessa: “senza giustizia la società è già carcere”, scrive. “L’ingiustizia produce oppressione, esclusione, disuguaglianze, sofferenza diffusa” da cui si genera il crimine.

“Il carcere fisico è simbolo di meccanismi che esistono già nella società”. Francesco è stato venticinque anni in carcere (“dove il tempo smette di essere un flusso, e diventa un blocco sospeso che ti schiaccia”), ha sofferto, l’ha accettato, e ne è uscito rinato.

Ma non basta reprimere. Bisogna essere duri con il crimine, e duri anche con le cause del crimine.

Ma su questo i governi, nel corso degli anni, cosa hanno fatto? Ci siamo illusi, noi testardamente di sinistra.

Adriano Sofri, richiamando Foucault, scrive: “Non abbiamo visto una società senza manicomi.

Non ne vedremo una senza galere. È difficile propugnare l’estinzione del carcere.

Quando l’abbiamo fatto immaginavamo una società senza classi, senza sfruttamento, senza ingiustizia e senza violenza – dunque senza galere”. Un’illusione, appunto.

Che non ci esime dal lottare per una società più giusta, per una giustizia che non ferisce, per carceri meno degradanti che rispettino la dignità della persona, come ha fatto per tutta la vita Marco Pannella che “ha denunciato sovraffollamento, violenze, abusi dentro le carceri”. Perché, non dimentichiamolo, se Francesco si è salvato – dal male che il carcere può alimentare – altri si sono persi definitivamente: non ricordo più chi l’ha detto, “Quella non era una prigione.

Era una scuola del crimine, entrai con una laurea in Marijuana, ne uscii con un Dottorato in Cocaina”. Questo accade.

Spesso. E, a maggior ragione, merita rispetto chi, come Francesco, è uscito indenne da quest’inferno.

Ma la società è sempre pronta a condannare. Anche chi ha già espiato la pena; anche chi è stato un giudice severo con sé stesso e ha impiegato molto tempo per perdonarsi (“La responsabilità è totale e non esistono gesti esteriori che possano cancellare ciò che la coscienza giudica”).

Francesco venne arrestato la prima volta a 18 anni perché violò la legge, perché allora, a quell’età, in una condizione di povertà, violarla significò per lui “scegliere di non inginocchiarsi”; mentre ora – conquistati gli strumenti concettuali – si identifica con Raskol’nikov, con “la sua lotta tra orgoglio e colpa, tra la volontà di essere un ‘uomo al di sopra della legge’ e la coscienza che lo spinge verso il pentimento”. È cambiato Francesco, e dovremmo cambiare anche noi nel giudicare il crimine:

“Siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di noi. Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera – dice un uomo di grande spiritualità –, il nostro dovere è aiutarli”.

Ma spesso facciamo il contrario. Insistiamo nel condannare.

Dicevo che Francesco è una persona nuova che merita rispetto. Non è un fatto scontato.

Purtroppo. I pregiudizi sono molti.

Al delitto segue il castigo, si dice, e scontata la pena si è liberi. Liberi?

Magari! È che le cose sono più complesse di come sembrano e spesso “la liberazione non è libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna”.

Mi fermo qui. Troverete il libro autoprodotto da Francesco Demasi su Amazon.

Vedrete da vicino l’universo carcerario. La sofferenza e l’umiliazione.

Il riscatto. E scoprirete un uomo che ha perso tutto, tranne la dignità.

Merita attenzione Una stanza fatta di tempo, perché tra l’altro è scritto bene. Con stile.

Ed è piacevole leggerlo. Compratelo.

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