Politica
Emergenza salari e ingiustizia fiscale: dopo quattro manovre il governo fa i conti con il suo fallimento
Gli economisti valutano l’impatto della guerra in Iran sulla nostra vita quotidiana, e non sarà una passeggiata uscirne sani e salvi. La Confindustria teme la “più grave crisi energetica”.
Giorgia Meloni si trova con le mani legate perché il rapporto deficit-Pil è rimasto di poco sopra il 3% e quindi siamo sempre sotto tutela europea. In attesa di vedere cosa ci sarà dentro l’atteso decreto “Primo Maggio” e il miraggio del “salario giusto”, i conti li fanno i lavoratori e i pensionati, gli unici che pagano sempre e comunque le tasse.
In una fase, non si sa quanto lunga, di prezzi generalmente in crescita la questione dei redditi e del potere di acquisto delle famiglie assume una centralità esistenziale e si presenta come una vera emergenza politica e sociale per i prossimi mesi. Il 2026 sarà un anno molto difficile perché, per usare le recenti parole della Banca d’Italia, è improbabile, se non impossibile, un aumento sensibile degli stipendi capace di recuperare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione degli ultimi anni.
Il sistema di contrattazione non tutela il lavoro davanti all’inflazione Bankitalia sottolinea come il sistema di contrattazione collettiva in vigore non favorisca automaticamente adeguamenti salariali legati all’inflazione e la prospettiva di un rialzo delle retribuzioni appare poco probabile perché le imprese sono caute e i rinnovi si firmano, quando si firmano, in ritardo. Il sistema di contrattazione non prevede, nella quasi totalità dei casi, automatismi di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione.
Nei pochi contratti che le contemplano, l’adeguamento salariale viene generalmente calcolato sulla base di un indice dei prezzi che esclude i beni energetici importati, una scelta che elimina o riduce l’impatto degli shock legati all’energia. Quindi gli aumenti del petrolio e del gas ricadono totalmente sui consumatori che non hanno la possibilità di recuperarli attraverso una rivalutazione del salario.
La dinamica delle retribuzioni è rimasta quasi ferma e gli aumenti salariali registrati tra l’autunno e l’inizio del 2026 non hanno per niente compensato la crescita dei prezzi. Per i sindacati questa situazione è insostenibile e chiedono, ad esempio la Cgil, di rafforzare i meccanismi di tutela del potere di acquisto dei lavoratori dipendenti, a partire proprio dall’introduzione di clausole automatiche di indicizzazione dei salari all’inflazione nei contratti collettivi.
Una certezza: pagano sempre i più deboli A pagare il prezzo più alto della nuova fiammata inflazionistica sono i soggetti più esposti: giovani, operai, famiglie con figli e nuclei numerosi. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore, che mette in fila numeri dell’Istat e tendenze della crisi, l’emergenza prezzi si scarica sui redditi più deboli.
Il cuore del problema sta nella composizione della spesa. Le voci più colpite dai rincari (alimentari, energia, trasporti) pesano molto di più sui bilanci delle famiglie già in difficoltà, arrivando ad assorbire oltre il 45% delle uscite complessive.
Una quota che cresce ulteriormente nel Mezzogiorno e nei piccoli centri, dove i margini di risparmio sono molto ridotti. I ceti più poveri hanno già pagato un conto salato con la fiammata dei prezzi post-Covid e poi con l’invasione russa dell’Ucraina, ma non è finita.
Le coppie con tre o più figli, i giovani tra i 18 e i 34 anni e i nuclei monogenitoriali risultano tra i più vulnerabili. Anche sul fronte del lavoro emergono differenze nette: le famiglie di operai e quelle in cerca di occupazione registrano livelli di esposizione più alti rispetto ad altre condizioni professionali, superando in alcuni casi il 50% della spesa destinata a beni essenziali.
Il fisco diventa uno strumento per allargare il divario sociale In questo quadro penalizzante per i lavoratori e i ceti più fragili il governo potrebbe usare il fisco per riequilibrare la situazione. Ma sul fronte delle tasse siamo alle solite.
Oggi chiunque voglia proporre e realizzare una politica sociale equa e redistributiva deve partire dal dato di fatto che il 23% dei contribuenti versa il 65% dell’Irpef, per essere chiari questa imposta pesa soprattutto sui lavoratori dipendenti e i pensionati. Il Corriere della Sera ha commentato:
“Un’imposta formalmente universale nella pratica si restringe progressivamente”. Esatto, proprio così.
Il prezzo di questa crescente fuga o evasione, o come volete chiamarla, colpisce le categorie che fanno il loro dovere di lavoratori e contribuenti, al servizio della collettività. Arrivata alla quarta manovra di Bilancio, invece, Giorgia Meloni non è riuscita a invertire la rotta, il ceto medio è sempre più in difficoltà, le risorse sono poche per finanziare operazioni meno propagandistiche e più coraggiose, ma forse l’introduzione del salario minimo garantito, raccomandata anche dalla Commissione Ue, aiuterebbe i redditi più bassi e limiterebbe i fenomeni più gravi di sfruttamento del lavoro.
Ma su questo versante la destra non ci sente. Il governo ha cercato di mettere una toppa riducendo dal 35% al 33% il secondo scaglione dell’aliquota Irpef per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro, con un risparmio stimato di 440 euro all’anno.
La tassazione sui premi di risultato è stata ridotta all’1% per premi fino a 5000 euro annui. Ma sono interventi modesti nella loro consistenza economica e nei loro effetti.
Il governo e il Paese non colgono, invece, l’emergenza che deriva dallo squilibrio del peso fiscale e dalle profonde ingiustizie che nascono dall’indecenza di regalare la flat tax ai miliardari mentre scuola, sanità, lavoro restano al palo. Nel mondo, però, qualcosa si muove.
L’idea di far pagare i più ricchi si fa strada con i coraggiosi sindaci di New York, Londra, Parigi, chissà che quest’aria non arrivi anche da noi, prima o poi. L'articolo Emergenza salari e ingiustizia fiscale: dopo quattro manovre il governo fa i conti con il suo fallimento proviene da Strisciarossa.