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Giovedì 30 aprile 2026 ore 11:06

Politica

L’autonomia differenziata va fermata

Giovedì 30 aprile 2026 ore 08:47 Fonte: MicroMega
L’autonomia differenziata va fermata
MicroMega

Tutti a Napoli il 6 giugno. Perché?

Innanzitutto, per lanciare un allarme e anche fugare un equivoco. L’uno-due, sentenza 192/24 (che ha scardinato la legge 86/24 sull’autonomia differenziata, voluta fortissimamente dal ministro Calderoli e dal centro destra) e sentenza 10/25 (che ha dichiarato inammissibile il quesito referendario, su cui erano state raccolte nell’estate del 2024 ben 1.300.000 firme), entrambe della Corte Costituzionale, deve aver creato qualche fraintendimento.

La maggior parte delle persone ritiene infatti che l’autonomia differenziata sia un problema archiviato. Tutt’altro.

L’autonomia differenziata è l’ultima arma della guerra alla Costituzione su cui il governo di destra può ancora contare. Dopo la batosta del referendum sulla magistratura, è evidente che di premierato non si parlerà per molto tempo: chi tocca la Costituzione, si brucia.

Cosa rimane? Il governo Meloni, spinto dal ministro leghista Calderoli, vuole attuare lo sciagurato articolo 116 terzo comma, quello dell’autonomia differenziata.

Che ora rappresenta l’unica chance per il governo di centro destra di far cassa nel campo delle deforme costituzionali. Il pericolo è tutt’altro che scampato; e quindi ancor più difficile è comprendere per quale motivo di autonomia differenziata non parlino testate giornalistiche e trasmissioni televisive, podcast e l’intero sistema di informazione, tranne rarissimi casi.

Anche loro vittima di un misunderstanding? Difficile.

In realtà si tratta di un atteggiamento che la stampa nostrana ha cautamente mantenuto sul tema, fino a che, nel 2024, il clamore della raccolta firme e la possibilità di un referendum che avrebbe potuto rappresentare una sconfitta per il centro destra ha costretto i media ad occuparsene. Per poi – una volta calato il sipario sul referendum – ritornare al silenzio su quello che, invece, costantemente, progressivamente, implacabilmente Calderoli sta tessendo.

Partiamo dalle Camere. Dopo la semi bocciatura della legge 86/24 da parte della Corte, che ha rilevato nel testo vari e differenti profili di incostituzionalità, l’autore del Porcellum si è rimesso all’opera, con il ddl per la determinazione dei Lep (Livelli Essenziali di Prestazione), attualmente al Senato (AS 1623): una legge di ricognizione, che fotografa dunque la situazione attuale, legittimando così le estese e profonde diseguaglianze nell’erogazione dei servizi tra Regioni, che i Lep dovrebbero, invece, superare.

Un dispositivo peraltro collegato alla Legge di Bilancio, per sventare la possibilità che cittadine e cittadini richiedano un nuovo referendum. Sia detto tra parentesi, ma non troppo: nella stessa legge di Bilancio sono stati interiti 6 articoli che determinano i Lep su materie particolarmente importanti (come alcuni aspetti dell’assistenza ai disabili, in particolare nella scuola), sovrapponendosi dunque alla stessa legge delega, che Puglia ed Emilia Romagna hanno impugnato tra febbraio e marzo 2026, concentrandosi sulla sostenibilità finanziaria e sulla effettiva garanzia dei servizi, davanti alla Corte Costituzionale: sinteticamente, le regioni ritengono che la norma statale istituisca un diritto (Lep) senza fornire le risorse necessarie per realizzarlo, trasformando un obbligo in un onere a carico dei bilanci di comuni e regioni.

Non basta. L’attacco è concentrico.

Il 18 e il 19 novembre scorsi, il ministro Calderoli e i Presidenti delle Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria hanno siglato quattro pre-intese per l’applicazione dell’Autonomia differenziata relativamente a Protezione Civile, Professioni (albi professionali, esami, compensi), Previdenza complementare e integrativa, Coordinamento della finanza pubblica in materia sanitaria. All’inizio di aprile, la Conferenza Unificata (alla quale le preintese – secondo l’iter definito – dovevano passare per ricevere un parere obbligatorio, ma non vincolante), le ha approvate (con il voto contrario delle 5 regioni guidate dal PD e dal Movimento5Stelle e dell’Anci).

Sono ora state trasmesse alle Commissioni parlamentari, chiamate entro 90 giorni a pronunciarsi con atti di indirizzo. Solo dopo questo passaggio, potranno essere rese definitive e approvate dai rispettivi Consigli regionali e dal Parlamento;

Parlamento ridotto a passacarte, tanto che non potrà neppure emendare le intese, frutto dell’accordo tra Governo e (sedicenti) Governatori. Siamo ad un punto estremamente drammatico, dunque.

Da una parte l’AS 1623 – seguendo l’iter ed appoggiato dalla maggioranza parlamentare – potrebbe – in un tempo relativamente breve – essere approvato, dando il via libera per stipulare tra governo e regioni preintese sulle materie Lep. Dall’altra, siamo ad un passo dalla devoluzione di quattro materie molto importanti (tra cui, lo ricordo, c’è il coordinamento della finanza pubblica in materia sanitaria) alle 4 regioni del Nord.

Tutto ciò mentre il presidente leghista della Lombardia, Fontana, ha affermato a chiare lettere che “c’è una parte del paese che si distingue per modo di pensare e di agire (…). E’l’area più moderna e funzionale che traina il resto d’Italia”; per questo è necessaria l’autonomia differenziata: per liberarsi della zavorra rappresentata dal resto dell’Italia.

Siamo allarmisti? Siamo esagerati nell’essere preoccupati?

Crediamo di no. Tanto più che le pre-intese violano da diversi punti di vista la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale, sollecitata dal ricorso di alcune regioni contro la Legge 86/2024 e contenente rilievi e indicazioni di non-conformità con la Carta, vincolanti per il legislatore. – Innanzitutto, esse sono praticamente identiche.

Ciò fa venir meno il principio sancito dalla Corte, secondo il quale ogni accordo che preveda incremento di competenze da parte di una Regione debba essere riconducibile ad una specificità territoriale comprovata. Si tratta di un principio fondamentale, perché chiarisce che l’Autonomia differenziata non può devolvere alle Regioni qualche funzione per il semplice desiderio di un Presidente, di una Giunta o di un Consiglio di avocarla a sé; bensì, deve trovare una motivazione specifica che giustifichi tale devoluzione e dimostrare che l’esercizio della funzione da parte della Regione sia più vantaggioso per cittadine/i. – Il secondo elemento di criticità è dato dal passaggio alle Regioni di intere materie, possibilità esclusa categoricamente dalla Corte. – Distinzione tra materie LEP e non-LEP: la Corte ha indicato chiaramente come, qualora gli accordi riguardino aspetti che contengano risvolti sociali o civili, sia necessario in ogni caso definire preventivamente i LEP.

Ciò viene disatteso apertamente, quantomeno per Protezione civile e Previdenza complementare integrativa. – La Corte ha poi esplicitamente prescritto come qualunque percorso mirato ad attuare l’Autonomia differenziata debba seguire un determinato iter parlamentare, chiedendo che venisse ridefinito l’intero iter procedurale delle Intese; ciò che il Governo non ha fatto e che, invece, dovrebbero fare i gruppi parlamentari, assumendo l’iniziativa per riportare il Parlamento e “il dibattito della sfera pubblica” al centro del processo decisionale sull’AD. Le preintese, poi, violano il principio di uguaglianza e l’unità della Repubblica sanciti dalla Costituzione, moltiplicando le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai diritti fondamentali; violano il principio di sussidiarietà: se una funzione può essere meglio svolta a livello regionale anziché a livello statale, ciò deve avvenire a parità di poteri fra tutte le regioni e non con poteri differenziati di alcune rispetto ad altre.

Anche questo principio è dunque palesemente violato; frammentano lo Stato e il diritto: si creano sistemi normativi e amministrativi diversi per le stesse materie, con un’Italia a più velocità e diritti diseguali e poteri diversi da regione a regione; stravolgono il modello costituzionale di regionalismo, abbandonando la cooperazione e la solidarietà tra territori, per inseguire una logica di competizione tra Regioni; colpiscono i diritti sociali fondamentali, rendendo – ad esempio – la sanità “a geometria variabile”, aggravando su quello che dovrebbe essere un diritto universale omogeneamente garantito le già enormi differenziazioni territoriali; consolidano le disuguaglianze esistenti: l’uso della spesa storica cristallizza i divari tra Nord e Sud invece di ridurli, tradendo il principio di uguaglianza sostanziale. È abbastanza?

Tutti a Napoli il 6 giugno, per lanciare un grido d’allarme e avviare una nuova stagione di consapevolezza e di lotta contro la “secessione dei ricchi”. Organizzano i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata e il Tavolo NOAD.

Siete tutti/e invitati/e. CREDITI FOTO: ‘Recovery Sud’, assemblea-manifestazione contro l’autonomia differenziata.

Napoli 17 Gennaio 2023. ANSA/CESARE ABBATE L'articolo L’autonomia differenziata va fermata proviene da MicroMega.

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