Politica
Dell’Utri a processo per i milioni ricevuti da Berlusconi
L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è finito di nuovo sotto processo, stavolta insieme con sua moglie Miranda Ratti, per le immense donazioni del suo capo, circa quarantadue milioni di euro, tramite otto comodi bonifici bancari. Lo ha deciso il gup di Milano, Giulia Marozzi, che ha disposto il rinvio a giudizio della coppia accogliendo la richiesta della procura.
La prima udienza si terrà il prossimo 9 luglio, davanti alla seconda sezione penale del tribunale. La vicenda giudiziaria nasce a Firenze, dove la locale procura, impegnata nelle indagini sulle stragi del 1993, ipotizzò che Berlusconi avesse comprato il silenzio del suo amico-collaboratore, il quale non ha mai detto una parola, infatti, circa i rapporti dell’impero Fininvest con i vertici di “cosa nostra”.
È stato stabilito giudiziariamente che – in un rigido periodo di tempo, tra il 1974 e il 1992, comunque all’incirca lungo un ventennio – Dell’Utri aveva mediato tra le esigenze dell’imprenditore milanese Silvio Berlusconi e gli interessi del sodalizio mafioso, rafforzandone consapevolmente il potere criminale. Fu Dell’Utri ad assicurare che la villa di Berlusconi venisse protetta dall’amico di sempre, Vittorio Mangano, il noto stalliere, prima ancora uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova (Pippo Calò): ebbene, le sentenze non avevano mai inchiodato l’utilizzatore finale, stabilendo che non vi fossero prove dell’attiva e consapevole partecipazione di Berlusconi a quei traffici.
Questo pazzesco gioco delle parti continua ancora oggi: Dell’Utri e signora vorrebbero sostenere che il pesante dono monetario di Silvio sia solo il riconoscimento di una lunga amicizia e un segno d’immensa gratitudine.
I magistrati del capoluogo toscano non gli credettero, avviando un’indagine in cui il gup fiorentino aveva però escluso l’aggravante mafiosa, mutando il quadro accusatorio e slegandolo dalle stragi. Il procedimento, nel marzo 2025, è stato poi trasferito a Milano, dove risiede l’ex senatore, su richiesta delle difese, che avevano tutto l’interesse a sganciarlo dall’impianto ben più grave delle indagini sulle stragi.
Il reato in questione oggi è intestazione fittizia di beni: secondo l’ipotesi dell’accusa, Dell’Utri avrebbe omesso di comunicare le rilevanti somme ricevute da Berlusconi in violazione della normativa antimafia, che impone ai condannati per reati di mafia, com’è Dell’Utri (condanna definitiva e pena espiata), di segnalare variazioni importanti del proprio patrimonio (lo prevede la legge sulla confisca dei beni, scritta da Pio La Torre, e varata solo dopo il suo assassinio). Si contesta, tuttavia, non la denuncia dell’intero malloppo della donazione, ma una somma complessiva pari a dieci milioni e 840mila euro, già sottoposta a sequestro preventivo, nel marzo 2024 a Firenze.
Vedremo come proseguirà il processo, se si riuscirà a provare che non si donano quarantadue milioni per semplice amicizia: la questione riguarda reati economici e fiscali, ma ha alle spalle uno dei capitoli più oscuri della storia italiana, quello appunto dell’origine delle fortune del tycoon milanese, che riuscì a convincere il Paese delle sue buone intenzioni. Dell’Utri venne individuato in anni lontani come uno dei canali di collegamento tra “cosa nostra” ed esponenti del mondo economico e politico: il primo rapporto su di lui della Criminalpol risale al 1984, le sue relazioni con il mondo criminale erano state instaurate fin dalla metà degli anni Sessanta, quando venne assunto una prima volta da Silvio Berlusconi in qualità di suo “segretario”, presso la Edilnord, in quel periodo in rapporti con la Banca Rasini (dove aveva a lungo lavorato Berlusconi padre, e dove si serviva Michele Sindona, poi confluita, nel dicembre 1992, nella Banca popolare di Lodi).
Da allora, Dell’Utri ha fatto tanta strada: per un periodo, andò a lavorare con il suo amico Filippo Rapisarda, continuando a onorare un vecchio accordo, sottoscritto nel 1974, che prevedeva il pagamento da parte di Berlusconi di ingenti somme di denaro a “cosa nostra”, soldi che andavano e venivano facilmente. Poi tornò di nuovo con Berlusconi, con cui affrontò la grande cavalcata del potere: la creazione del partito aziendale, la scalata elettorale, mentre intratteneva spericolati rapporti con la famiglia dei Graviano, gli eredi di Totò Riina, che lo chiamavano “il paesano nostro”; in anni lontani, il loro padre Francesco, vecchio capo mafioso, finanziava Berlusconi, lasciando poi la sua rete di contatti ai due figli, Giuseppe e Filippo, “loro sono a disposizione di Dell’Utri”, assicurava il boss Tullio Cannella.
Sono loro, i fratelli Graviano, a volere le stragi del 1993, e il loro arresto fermò la macchina stragista, diventando un passaggio cruciale nel percorso di uscita dalla fase violenta dell’attacco allo Stato. Racconta il pentito Gaspare Spatuzza che, poco prima della loro cattura, nel gennaio del 1994, era andato al bar Doney di Roma, proprio nei pressi dell’albergo dove alloggiava quel giorno Dell’Utri, e aveva visto arrivare il capo Giuseppe Graviano, il suo eroe – lo chiamava Madre Natura – e aveva visto “che gli brillavano gli occhi”: questi gli aveva confidato come il Paese sarebbe stato consegnato, di lì a poco, nelle mani di Berlusconi e Dell’Utri:
“Ma chi, quello di Canale 5?”, chiede Spatuzza. “Sì, quello”, risponde il suo capo.
Storie rimaste sospese nelle trame della cosiddetta seconda Repubblica, di cui il processo per i quarantadue milioni è una piccola ma non trascurabile appendice. L'articolo Dell’Utri a processo per i milioni ricevuti da Berlusconi proviene da Terzogiornale.