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Mercoledì 29 aprile 2026 ore 19:58

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Dal Dl sicurezza al caso Minetti: il Quirinale sotto assedio fra inganni e sotterfugi

Mercoledì 29 aprile 2026 ore 19:01 Fonte: Strisciarossa
Dal Dl sicurezza al caso Minetti: il Quirinale sotto assedio fra inganni e sotterfugi
Strisciarossa

Il sistema politico nato con la Costituzione repubblicana, come chi governa dovrebbe sapere, insieme ad altri pilastri costituzionali si basa sul controllo del potere politico da parte di principali organi di garanzia. Il Governo, pertanto, oltre ad essere subordinato al Parlamento nei rapporti designati dalla forma di Governo parlamentare – sistema di fatto già capovolto a Costituzione invariata – nella sua attività politica dettata dalla funzione di indirizzo, incontra per primo il controllo di costituzionalità del Capo dello Stato.

Gli atti legislativi del Governo (decreti-legge, decreti legislativi) e i decreti del Presidente della Repubblica (atti amministrativi di natura normativa) sono emanati dal Presidente della Repubblica. Persino i disegni di legge del Governo devono essere da questo autorizzati.

Il sistema dei controlli, notoriamente, non si esaurisce in questo: per il Governo c’è la registrazione degli atti presso la Corte dei conti; il sistema del controllo politico in Parlamento e via discorrendo, ma quello del Presidente della Repubblica è il primo che incontra e potrebbe trasformarsi in un potente ostacolo perché a seguito di un irrigidimento del Colle si aprirebbe uno scenario scivolosissimo per gli equilibri istituzionali. La folle corsa verso l’autoritarismo di questo Governo potrebbe così trovarsi di fronte un muro insormontabile e i tentativi di neutralizzare questa eventualità sono quotidiani.

Nicole Minetti Governo sempre sul filo dell’ambiguità sulla “moral suasion” Il Governo gioca sul filo dell’ambiguità nei riguardi di una “moral suasion” che in un vero rapporto collaborativo rappresenterebbe la linfa vitale degli equilibri istituzionali. Certo è che negli ultimi anni Mattarella ha dato prova di equilibrio e senso delle istituzioni evitando di aprire crisi istituzionali profonde, ad esempio, evitando il rinvio di leggi al Parlamento e limitandosi a formulare osservazioni; ha evitato l’ipotesi della non emanazione di decreti-legge che pure presentavano chiaramente caratteri di incostituzionalità.

I casi non sono pochissimi, ma ogni volta il Presidente ha usato pazientemente le sue doti persuasive che, certo, nel suo ruolo sono di grande aiuto, ma questa prassi “conciliativa” non può sostituirsi ai poteri formali come ad es., il rinvio alle Camere e la mancata emanazione dei decreti-legge, soprattutto quando la manifesta incostituzionalità degli atti del Governo diventa piuttosto evidente. In un contesto di alterazione forzata della stessa funzione legislativa, ricondotta alla decretazione d’urgenza e alla fiducia, più forte si manifesta la pressione sul Presidente della Repubblica e più insidiosi si fanno i tentativi volti a perpetuare la prassi della “moral suasion” che in fondo conviene, ma non sempre è così scontata: qualche volta si è preferito alzare la voce contro il Colle come avvenuto alla fine dello scorso anno con l’uscita impertinente di Bignami.

Galeazzo, infatti, aveva ufficialmente chiesto al Presidente Mattarella di smentire formalmente il contenuto di un articolo apparso su “La verità” di Belpietro nel quale si denunciava l’esistenza di un piano del Quirinale per fermare la Meloni. Il Bignami pretendeva questa smentita “senza indugio in ossequio al rispetto che si deve”, dovendo, “diversamente dedurne la fondatezza”.

Cioè, se il Colle non smentisce allora questo piano esiste! Si trattava di una pretesa dal tono “padronale” rivolta al Presidente della Repubblica (ne abbiamo parlato nello scorso novembre in queste pagine).

In realtà, i poteri formali del Capo dello Stato nella sua veste di principale garante della Costituzione, ove normali e dialettici si manifestino i rapporti istituzionali, dovrebbero esattamente funzionare da dissuasori. L’azione del Governo, infatti, dovrebbe essere costantemente informata ai principi costituzionali da rispettare in ogni momento, a fronte di una garanzia che diventa formale in presenza di manifeste incostituzionalità.

In altri termini, la prassi della “moral suasion” ha una grande importanza nei limiti della buona fede e del rispetto dei ruoli, ma certamente non può essere sostitutiva dei poteri formali del Presidente della Repubblica i quali, in carenza del rapporto dialettico istituzionale, pur devono manifestarsi. Occupano grande spazio sulla stampa di queste settimane, da un lato, il decreto-legge correttivo del decreto sicurezza, che si è tradotto in uno sbalorditivo pastrocchio giuridico, dall’altro, il caso della concessione della Grazia a Nicole Minetti a fronte di un’istruttoria del Ministero della Giustizia su cui il Capo dello Stato ha chiesto espressamente chiarimenti.

Sono solamente gli ultimi casi in ordine di tempo e dimostrano la grande pressione del Governo sul Colle, esercitata attraverso una finta colloquialità che si esplica fra falsi recepimenti delle osservazioni e trucchi giuridici assolutamente inediti. Tale fu, ad esempio, la subitanea trasformazione del disegno di legge sulla sicurezza in decreto-legge perché i tempi del dibattito parlamentare erano diventati troppo lunghi rispetto alla folle corsa verso l’autoritarismo.

Il quarto decreto, come è noto, è stato convertito con legge di conversione n. 54 del 24 aprile 2026, ma conserva quell’art. 30-bis che prevede il rimpatrio volontario assistito e inserisce il Consiglio nazionale forense tra i soggetti che collaboreranno con il Ministero dell’interno nei programmi di rimpatrio assistito. Riconosce altresì un compenso al legale che assiste lo straniero sino alla sua partenza.

Una norma incostituzionale e contestatissima che ha generato un’opposizione decisa (v. in questa rivista) anche dal Presidente della Repubblica, ma i tempi erano ormai scaduti: se fosse stata recepita la voce del Colle, il decreto-legge sarebbe decaduto il 25 aprile. Di qui l’accordo con Mattarella che accetta una soluzione che, giuridicamente non sta in piedi: contestualmente all’approvazione della legge di conversione del decreto-legge si approva un altro decreto-legge che “corregge” la legge di conversione approvata.

In realtà, non ricorre alcun motivo di urgenza ex art. 77 Cost (questo basterebbe a evidenziarne l’incostituzionalità) ed emerge con chiarezza il tentativo di aggirare le osservazioni del Capo dello Stato. Il Governo non poteva ammettere l’errore, ma ha indotto il Presidente della Repubblica a un passaggio giuridico mai visto prima; di dubbia costituzionalità e, soprattutto, di dubbia efficacia: il decreto-legge approvato contestualmente alla legge di conversione, infatti, è già in vigore ma deve essere ora convertito in legge entro sessanta giorni.

Ci sarà la conversione? Io ho seri dubbi.

Inoltre, cosa corregge questo decreto-legge già in vigore? Una legge che non è ancora in vigore.

Troppe forzature dell’esecutivo nei rapporti col Colle L’altra forzatura sul Presidente della Repubblica riguarda, dicevamo, la concessione della grazia a Nicole Minetti sulla base della richiesta istruita dal Ministro Nordio, concessa per evitare alla richiedente nove mesi di ulteriore assegnazione ai servizi sociali. Dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano che fa emergere molte situazioni torbide sulla vita della richiedente e, soprattutto, sulla veridicità degli elementi contenuti nella richiesta di grazia, il Colle chiede chiarimenti al Ministero, con cortese sollecitudine.

Nel frattempo, molti altri elementi emergono dall’inchiesta giornalistica, si affollano e si sovrappongono aleggiando anche un coinvolgimento diretto del Ministro Nordio, ma vedremo più avanti. Ciò che ci preme evidenziare in questa sede, è che il Capo dello Stato, privo di poteri e possibilità oggettive per la verifica (ora richiesta al Ministro), ha firmato un atto di grazia (di cui, è vero, politicamente non è responsabile per via della controfirma che trasferisce la responsabilità politica a Nordio) che poteva evitare, interessando una signora cresciuta alla corte di Berlusconi con compiti tutt’altro che ineccepibili e con varie condanne non propriamente lievi.

Quanto meno, quella verifica chiesta ora, avrebbe potuto essere chiesta prima della firma, se solo si fosse posta mente a provenienza e curriculum dell’interessata. Le pressioni sul Colle da parte di un Governo interessato ad aggirare, neutralizzare e addirittura a coinvolgere il Capo dello Stato rappresentano una pratica costante.

La malafede di un Governo che non muta la sua natura antidemocratica dopo la sconfitta del 23 marzo, alle prese con un calo nei sondaggi di credibilità, diventa più agguerrita. In questo contesto così complesso e preoccupante, in assenza della forza persuasiva di una “moral suasion” impossibile per mancanza del necessario atteggiamento dialettico del Governo, dovrebbe essere recuperata, almeno in parte, la forza delle garanzie formali purtroppo da tempo messe a margine nei rapporti istituzionali fra Governo e Capo dello Stato.

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