Politica
Salute e sicurezza sul lavoro: quel passato che dovrebbe chiarire le idee nel presente
Pubblichiamo, per gentile concessione della Fondazione Argentina Altobelli Ets che ne ha curato l’edizione, un breve estratto del libro di Michelangelo Ingrassia: «È possibile non ricordare? Dalla strage del Frejus (1871) alla campagna Uil “zero morti sul lavoro” (2021)», che ricostruisce centocinquanta anni e oltre di storia sindacale, culturale e politica della salute e sicurezza sul lavoro.
In uno dei suoi più interessanti ed efficaci libri, lo storico Luciano Canfora ha dimostrato che il presente è quasi sempre una attualità del passato e che nella storia è possibile trovare delle ripetizioni che inducono a percepire una certa reiterazione storica, una continuità che soggiace al corso storico e permette di rendere conto di un largo movimento. In tal senso, gli episodi passati e le loro innumerevoli versioni hanno il potere di illuminare l’attualità.
Questa filosofia della storia è sintetizzata nel titolo e nel sottotitolo del libro: «Il presente come storia. Perché il passato ci chiarisce le idee» (1).
Esplorando fin qui i tanti percorsi storici della salute e sicurezza sul lavoro, il concetto storiografico della reiterazione storica si è mostrato in tutta la sua evidenza. La reiterazione storica delle cause degli infortuni; la reiterazione storica del comportamento sociale, culturale, politico dei lavoratori, dei datori di lavoro, dei politici, degli intellettuali, dei sindacalisti; la reiterazione storica delle richieste provenienti dal basso e delle risposte calate dall’alto.
In che relazione si pone il concetto storiografico di reiterazione storica con la domanda posta all’inizio di questo volume? Fin dai primi documenti operai sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, si è potuto osservare che le proposte provenienti dai lavoratori e dalle lavoratrici a tutela della propria integrità e salute, ruotavano attorno ai fattori della lavorazione: riduzione dell’orario di lavoro, allentamento dei ritmi di lavoro, alleggerimento dei carichi di lavoro, uso di strumenti e materiali di lavoro benefici, ambienti di lavoro igienici; ossia: riduzione della fatica ed eliminazione dell’insalubrità e della nocività.
Erano proposte elaborate dall’esperienza che i lavoratori facevano sul proprio corpo alle prese con le lavorazioni; esperienza che peraltro contribuiva all’autoformazione dei lavoratori stessi. Con il mutare dei processi di lavorazione, nello stesso momento in cui le macchine prima e la tecnologia dopo entrarono nel circuito produttivo e alla fatica e nocività fisica si aggiunsero la fatica e nocività psichica, lavoratori e lavoratrici continuarono a battersi per un’organizzazione del lavoro che limitasse la fatica e rimuovesse la nocività a tutela del corpo e della mente.
Già nel 1898 Leonida Bissolati, nel menzionato discorso alla Camera sulla legge per l’assicurazione obbligatoria, osservava che: “Sappiamo che ci sono giorni, che sono sacri agli infortuni, il lunedì ed il sabato; il sabato perché è il giorno in cui si accumula l’estenuazione di tutta la settimana di lavoro; il lunedì perché succede al giorno festivo nel quale l’operaio si abbandona al vizio dell’alcool che è pure un effetto della miseria e dell’eccesso di lavoro” (2).
Nella vita lavorativa odierna è cambiata la distribuzione degli infortuni nei giorni e nell’orario di lavoro ma il fattore persiste, è reiterato ed è correlato all’organizzazione della produzione. Ancora nel 2000, alla già citata conferenza unitaria di Modena, il documento conclusivo di CGIL CISL UIL confermava per l’ennesima volta e reiterava che la vera questione della protezione fisica e psichica dei lavoratori risiedeva nell’organizzazione del lavoro, che i fattori di rischio provenivano dalla qualità della lavorazione, che il comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori era una conseguenza della qualità della lavorazione e che la qualità della lavorazione dipendeva dal modo con cui si intendeva raggiungere il profitto.
Altre reiterazioni storiche emerse riguardano la dispersione della salute e sicurezza sul lavoro nell’eterno labirinto degli appalti e subappalti, l’elusione della normativa antinfortunistica da parte di taluni imprenditori, le carenze strutturali dell’attività ispettiva; tutti fattori anch’essi in qualche modo collegati con l’organizzazione del lavoro. Se le reiterazioni storiche qui indicate sono messaggi inviati dal passato per chiarirsi le idee nel presente, un chiarimento formidabile può venire dalla Conferenza Unitaria di Rimini del 1972 e dalla conseguente esperienza del Centro Ricerche e Documentazione Rischi e Danni da Lavoro, che sancirono un principio e un programma sindacale che può essere assunto come il filo rosso della storia fin qui narrata: non è il lavoratore a doversi adattare alla lavorazione ma la lavorazione a dover essere modificata a favore del lavoratore.
Chi, più del lavoratore, può stabilire come modificare la lavorazione a suo favore e dunque riducendo a zero i rischi di infortunio e di malattie professionali? Dalla risposta a questa domanda, oggi ancor più drammaticamente attuale di ieri, dipende il modo in cui può ripetersi la storia domani.
Marx, citando Henirich Heine, diceva che la storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia, la seconda in farsa; in realtà, ammonisce Canfora, la storia può continuamente ripetersi anche come disastro. Se però si decide di lasciarsi chiarire le idee dal passato, diventa possibile impedire che la storia si ripeta come disastro; diventa possibile concepire nel presente storie del lavoro nuove, diverse, più in salute e più sicure.
L. Canfora, Il presente come storia. Perché il passato ci chiarisce le idee, Milano 2014 Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, tornata del 9 marzo 1898 L'articolo Salute e sicurezza sul lavoro: quel passato che dovrebbe chiarire le idee nel presente proviene da Strisciarossa.