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Giovedì 30 aprile 2026 ore 18:07

Cultura

I libri del mese

Giovedì 30 aprile 2026 ore 17:54 Fonte: Rivista Studio
I libri del mese
Rivista Studio

Charlotte Wood, Devozione (Fazi) Leggendo questo libro continuavo a pensare a un film che non ho ancora visto, ma di cui mi hanno parlato benissimo: Los Domingos di Alauda Ruiz de Azúa, la storia di una ragazza di 17 anni orfana di madre che decide di diventare monaca di clausura.

La protagonista di Devozione, invece, è una donna di mezza età sfinita dalla vita, ancora addolorata dalla morte dei suoi genitori: dopo essersi recata per quello che doveva essere qualche giorno di pausa e di silenzio in un convento nei luoghi in cui è cresciuta (le aride pianure dell’Australia rurale) decide di fermarsi lì per sempre, abbandonando il marito, gli amici e il lavoro. Pubblicato per la prima volta nel 2023 e finalista al Booker Prize 2024, Stone Yard Devotional (questo il titolo originale) è scritto in forma di diario: sarà anche per questo, per l’intimità che si stabilisce immediatamente tra la voce narrante e il lettore, che quando scopriamo che la protagonista ha deciso di fermarsi a vivere insieme a una manciata di suore, lontano da tutti e da tutto, riusciamo perfettamente a comprenderla e anzi vorremmo fare lo stesso.

E un po’ lo facciamo, perché leggere questo libro (doloroso e confortante allo stesso tempo) è come passare del tempo all’interno di una chiesa illuminata solo dalla luce delle candele, in silenzio: il tempo si dilata, il ritmo rallenta, la vita si riduce all’osso, a quello che conta, e una qualche forma di spiritualità viene a galla, anche nella mente di chi è ateo come la protagonista. (Clara Mazzoleni) Giulia Della Cioppa, La mancina (Bompiani) Romanzi di qualità con lo sport al centro: per anni mi sono dannato a cercare questo Graal, o questa formula magica, che mi sembrava impossibile da trovare. E non vale dire Underworld di DeLillo, la presenza del baseball è troppo marginale, anche se vale, invece, citare il meraviglioso Spooner di Pete Dexter, con al centro lo stesso sport.

Ma poi? Sì, certo:

John Jeremiah Sullivan, e sì, anche Azzurro tenebra di Giovanni Arpino. Li cito a memoria come un rosario da due decenni, perché sono pochi, pochissimi.

Il tennis però si presta meglio di altri sport a diventare letteratura: lo ha dimostrato J. R. Moehringer con Open, l’hanno dimostrato in epoche diverse John McPhee e Matteo Codignola. Ecco, finalmente, una scrittrice:

Giulia Della Cioppa in La mancina usa il tennis come metronomo di un’adolescenza in cui la formazione della protagonista si sviluppa nel rapporto tra padre e figlia, nella provincia, nel corpo, nel dolore, nella scoperta della sessualità. Che ci siano una mano e uno sguardo femminili in una letteratura storicamente povera e dominata da maschi non è da niente, perché succede una cosa magica, difficilissima: appassionare chi del tennis non ha grandi nozioni né verso cui prova grandi passioni; e invece coinvolgere chi di questo sport ossessivo, stregonesco, demoniaco ha leccato già il nettare. (Davide Coppo) Fabio Guarnaccia, Zen Bang Love (Mondadori) Mi sono trovato a leggere nello stesso momento due libri diversi e simili: questo Zen Bang Love di Fabio Guarnaccia, arrivato a Mondadori dopo dieci anni dall’ultima prova, e Devozione di Charlotte Wood, finalista al Booker Prize 2024 (che trovate sempre in questa rubrica, questo stesso mese).

E in queste grandi differenze ci ho trovato una grande somiglianza: sono libri che, in modi diversi, parlano di spiritualità e di un certo ritiro dal mondo. Il protagonista, cinico e triste e quarantacinquenne, di Zen Bang Love si trova a frequentare il monastero buddhista di Zenbalò, luogo verosimile ma inventato nei dintorni di Fidenza, e subisce l’attrazione per un pezzo di mondo che promette una salvezza o almeno una tregua dal mondo.

Ma è un monastero un po’ sghembo, non certo un paradiso terrestre: e infatti c’è un Maestro depresso, che non esce dalla sua stanza, e ci sono ospiti che… beh, altro che pace interiore. Sandra, soprattutto: giovane donna tormentata e romanzesca che farà provare ad Attilio l’amore che non credeva fosse più possibile.

Il risultato è un road movie di amore, umorismo e spiritualità lungo il Po, con Milano e il monastero zen come poli opposti che attraggono e respingono. E una lingua delicata e antica, che cammina sulla strada della tradizione di Bassani e di Celati. (Davide Coppo) Sandro Frizziero, La via delle stelle, nottetempo Sembra che tutto sia pronto a sfuggire di mano: il protagonista si muove tra Milano e Venezia, tra il mondo dell’editoria e un amore, tra la morte improvvisa del padre e ciò che significa occuparsene per chi rimane.

Scartoffie, burocrazia, cose da buttare, dolore, la madre rimasta sola. E poi Ludo, una ragazza sfuggente, eppure proprio per questo àncora.

Ricordi nitidi ma ipotesi sul futuro estremamente nebulose, esattamente come certe galassie che il padre amava osservare la notte con il suo telescopio. Esattamente come viene descritta una certa generazione che oggi ha superato la trentina.

Sembra che tutto sfugga perché il modo in cui il protagonista si muove sembra privo di una direzione, di una voglia vera, di un obiettivo. Si muove invece per inerzia, per natura.

In contrapposizione a tutto questo, la scrittura di Sandro Frizziero gioca quasi a compensare questa rarefazione attraverso una scrittura iper descrittiva, ridondante, un linguaggio quasi barocco. In La via delle stelle tutto ciò che accade davvero è figlio dell’inesorabile e della ferinità: la morte, il desiderio, il movimento delle stelle.

Come per lo stile in cui è scritto, anche nella storia ciò che aggiunge l’uomo è quasi sempre il dubbio, l’interrogativo se tutto quello che ha (abbiamo) davanti sia davvero modificabile dal nostro operato, abbia davvero un senso. Un po’ come quando ci si ritrova a svuotare armadi e case di chi ormai non c’è più e ci si domanda la storia di un oggetto mai visto o dimenticato.

O come quando ci si chiede cosa ci possono dire e spiegare le stelle. La chiosa non lascia scampo: «Non vi è nulla di poetico nel cielo stellato, piuttosto vi è il nulla». (Teresa Bellemo) Giosuè Calaciura, L’ammiraglio (Sellerio) La storia è sempre uguale a se stessa, è una serie di ripetizioni: tutto questo è già successo in passato e, statene certi, sta succedendo anche adesso, succederà ancora in futuro.

L’unica differenza è la brutalità dell’esecuzione, soltanto quello è il modo di distinguere le epoche. Cristoforo Colombo, in questo libro che racconta la sua vita romanzandola ma neanche tanto, incarna l’Occidente eterno: l’infinità volontà di conquista, la continua ricerca di uno spazio vitale da costruire sulle tombe di chi in quello spazio c’era prima. «Un gran bugiardo, un pirata, un vaneggiatore in preda all’estasi, un marinaio che tutto ha visto, e di tutto è capace», si legge nella sinossi pubblicata sul sito di Sellerio.

Buoni a nulla e capaci di tutto, diceva uno. E Colombo è stato in effetti capace di tutto, almeno di tutto che oggi chiamiamo Occidente. (Francesco Gerardi) Paolo Giordano, Da vicino (Einaudi) Leggere Da vicino, curato per Einaudi da Paolo Giordano con il contributo di Daniele Raineri, Margherita Stancati, Annalisa Camilli, Nello Scavo, Lorenzo Tondo e Cecilia Sala (i nomi sono in ordine di apparizione nel libro), è necessario per capire che in un mondo così complicato come quello in cui viviamo oggi, mandare sul campo qualcuno con la sensibilità degli ospiti che hanno scritto questi capitoli è ancora fondamentale.

In 147 pagine si tratta di tutto. Di guerra, di dolore, di speranza e di umanità.

Sono storie – vere – dagli angoli di mondo diventati allo stesso tempo i più caldi e in breve tempo i più dimenticati, certo, in una realtà dove la soglia dell’attenzione si continua ad abbassare, non possiamo immaginare non cali anche quella per i non privilegiati che si trovano in mezzo a un conflitto, a una migrazione. Ma questo libro, e meno male, invita a fare proprio il contrario.

A ricordare, capire e comprendere cambiando punto di vista. Da vicino può essere letto come una raccolta di reportage e pensieri, o come uno strumento per farsi strada nella complessità dei momenti che definiscono il nostro futuro. (Alberto Biondi)

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