Politica
Il 25 aprile e l’“israelizzazione” dell’ebraismo italiano
Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Il 25 aprile e l’“israelizzazione” dell’ebraismo italiano". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.
All’indomani delle manifestazioni per celebrare la Liberazione dell’Italia, il dibattito pubblico non si è concentrato tanto sulla straordinaria partecipazione registrata in molte città, quanto su alcuni episodi che hanno alimentato polemiche: le contestazioni rivolte a chi esponeva la bandiera ucraina a Bologna e nella capitale, ma soprattutto, gli spari contro due militanti dell’Anpi a Roma e l’allontanamento dal corteo di Milano di coloro che sfilavano sotto le insegne della Brigata Ebraica. Sono stati proprio questi ultimi due episodi a suscitare le reazioni più forti.
I fatti essenziali sono noti. A Milano, lo spezzone del corteo composto dalla Brigata Ebraica, da Sinistra per Israele, dal movimento giovanile Hashomer Hatzair, Forza Italia e da membri della diaspora iraniana favorevoli al ritorno della dinastia Pahlavi a Teheran è stato prima contestato con fischi e slogan e, dopo circa due ore di tensioni, costretto a lasciare la manifestazione.
A Roma, invece, un giovane ebreo romano ha sparato alcuni colpi con una pistola ad aria compressa contro due militanti dell’Anpi. Il primo episodio è stato interpretato dai rappresentanti della Brigata Ebraica, e da esponenti della comunità ebraica milanese, nonché da altre istituzioni ebraiche, come una manifestazione di antisemitismo.
In questi resoconti si insiste sul fatto che la contestazione fosse rivolta a persone identificate come ebree e che, proprio per questo, costituisse una chiara espressione di pregiudizio antisemita. Tale interpretazione, tuttavia, appare almeno in parte imprecisa per due ragioni.
La prima è che rimuove il motivo principale della contestazione. Attorno allo striscione della Brigata Ebraica sventolavano numerose bandiere israeliane e anche vessilli portati da esponenti monarchici iraniani.
In quel contesto, la presenza della bandiera israeliana – oggi inevitabilmente associata all’occupazione dei territori palestinesi in Cisgiordania e allo sterminio dei palestinesi di Gaza – è stata percepita da numerosi manifestanti come una provocazione all’interno di una ricorrenza che celebra la fine dell’occupazione nazifascista. Del resto, la partecipazione della Brigata Ebraica alle cerimonie del 25 aprile è anche un terreno di battaglia simbolica sul significato storico e politico del sionismo.
Lo striscione della Brigata Ebraica è cambiato col tempo. Da anni reca la scritta “Anche loro. 5000 sionisti liberarono l’Italia” segnalando esplicitamente la volontà di collegare il contributo militare del 1944 a una più ampia (e discutibile) rivendicazione identitaria e politica nel presente.
La seconda ragione che rende problematica l’accusa generalizzata di antisemitismo è che nel corteo milanese erano presenti altri due gruppi ebraici, Mai Indifferenti e Laboratorio Ebraico Antirazzista, critici verso il governo Netanyahu e verso i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza. Questi gruppi non sono stati contestati, anzi sono stati accolti con applausi.
Questo elemento suggerisce che la contrapposizione di Milano non si sia prodotta semplicemente tra manifestanti ed ebrei in quanto tali, bensì tra diverse rappresentazioni pubbliche dell’ebraismo e del loro rapporto con Israele. Ciò non elimina il problema, ma lo rende più complesso.
L’accettazione nei cortei del 25 Aprile di ebrei considerati “buoni” perché esibiscono le proprie credenziali antifasciste non significa che tra la folla di Milano e di altre piazze non esistano pregiudizi antisemiti. È infatti molto probabile che una parte dei contestatori sovrapponga la stella di David, lo stato di Israele e l’identità ebraica, senza distinguere tra piani diversi.
Questa confusione è diffusa e conduce a equivalenze funeste. I cartelli visti al corteo di Milano che equiparano la stella di David alla svastica nazista dimostrano che nei movimenti progressisti esiste un rozzo pregiudizio anti-ebraico tollerato dalla maggioranza come se non si trattasse di un problema serio.
A rendere ulteriormente complicato il quadro c’è un dato empirico: una parte significativa dell’ebraismo italiano tende a schierarsi pubblicamente a sostegno di un governo israeliano di impronta fascistoide e fa del legame con lo stato ebraico l’elemento centrale della propria identità. A questa combinazione d’ignoranza e pregiudizio si somma una crescente intolleranza verso chiunque non venga riconosciuto parte del proprio campo politico, come si è visto anche nelle contestazioni contro chi portava nei cortei la bandiera ucraina.
Proprio questa sovrapposizione tra simboli religiosi e identitari, storia ebraica e politiche israeliane nei confronti dei palestinesi costituisce un nodo complicato della vicenda. Non basta liquidarla come espressione di un antisemitismo eterno come fanno i notabili delle comunità ebraiche, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i rischi che essa comporta.
Il secondo episodio avvenuto a Roma, ancora in via di accertamento, permette di capire ancora meglio il fenomeno di radicalizzazione che interessa l’ebraismo italiano. Un’ampia componente di questo mondo – e senz’altro i vertici delle istituzioni che lo rappresentano – partecipa da tempo a un processo di “israelizzazione”, per cui, come si è detto, il legame con Israele è diventato il principale elemento dell’identità ebraica.
Non più, o non soprattutto, l’osservanza religiosa né l’esperienza millenaria di minoranza cosmopolita vissuta tra integrazione e persecuzioni nelle società cristiane o musulmane, ma una lealtà fanatica allo stato di Israele. Lealtà che si materializza non solo nell’affinità culturale o nella solidarietà nei momenti di pericolo – come nelle guerre del 1948, del 1973, o dopo il 7 ottobre 2023 – quanto piuttosto in un sostegno pressoché incondizionato, esteso anche ai momenti in cui l’esercito israeliano viene fondatamente accusato di violazioni del diritto internazionale e di crimini di guerra a Gaza, nei territori occupati, in Libano o altrove.
La distruzione di Gaza e la persistenza di un regime di apartheid in Cisgiordania non hanno scalfito questa sorta di religione civile, il cui dogma fondamentale è che Israele è lo Stato guida per gli ebrei della diaspora: uno Stato impegnato in una guerra permanente, sempre interpretata come legittima difesa e, secondo alcuni quotidiani italiani, come presidio dell’Occidente. Questa centralità quasi ossessiva di Israele nell’immaginario collettivo dell’ebraismo italiano contribuisce a spiegare perché i rappresentanti della Brigata Ebraica non rinuncino a sventolare la bandiera israeliana anche nei luoghi e nei momenti meno opportuni, e aiuta a comprendere anche la cronaca violenta di Roma.
I colpi di pistola ad aria compressa sparati ai militanti dell’Anpi dal giovane ebreo romano Eithan Bondì non nascono dal nulla. Membri della comunità ebraica romana non sono nuovi ad azioni aggressive in difesa di ciò che percepiscono come l’onore ebraico, soprattutto quando si confrontano con critiche rivolte al governo israeliano.
Basta ricordare il raid vandalico al liceo Manara rivendicato dalla Brigata Vitali in onore dell’ebreo fascista Dario Vitali; l’aggressione al liceo Caravillani contro uno studente – peraltro ebreo – che gridava insieme ad altri “Free, free Palestine”; il lancio di sassi e bombe carta a sostenitori della causa palestinese durante la manifestazione del 25 aprile 2024. In tutti questi casi, come in altri meno noti, intimidazioni e aggressioni squadristiche hanno colpito chi manifestava sostegno al popolo palestinese o criticava il governo di Israele.
Né si tratta di una dinamica nata dopo il 7 ottobre 2023, ma di un fenomeno che affonda le radici in anni lontani. Nella comunità ebraica romana – dato che il fenomeno appare circoscritto a Roma – questi episodi sono stati spesso minimizzati, sottaciuti o ricondotti a eccessi individuali, evitando una riflessione pubblica più profonda su una cultura dello scontro che risente dell’influenza di un modello israeliano fondato sulla convinzione che la forza sia l’unico strumento in grado di affrontare i conflitti.
Ora le istituzioni ebraiche prendono le distanze dall’episodio di Roma, sostenendo che l’azione del giovane Bondì non rappresenta il vero sentire degli ebrei italiani. Si può ritenere sincero lo sgomento manifestato pubblicamente dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei).
Anche alla luce dei precedenti ricordati nessuno poteva aspettarsi una simile degenerazione. Detto ciò, resta difficile ritenere imminente un reale cambio di mentalità, vista l’indifferenza con cui le stesse istituzioni hanno guardato alla violenza devastante esercitata dall’esercito israeliano da oltre due anni a Gaza e in altri teatri di guerra.
CREDITI FOTO: Manifestanti della Brigata Ebraica sfilano per le vie del centro durante il corteo per l’81/o anniversario della Liberazionel Milano, 25 aprile 2026.
La manifestazione nazionale ha preso il via tra i fischi e le urla “vergogna, vergogna” insieme a “Palestina libera” dei pro Pal. ANSA/PAOLO SALMOIGAGO L'articolo Il 25 aprile e l’“israelizzazione” dell’ebraismo italiano proviene da MicroMega.