Notizie
Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, a confronto dopo otto secoli
Valdo di Lione (1140 circa – 1207) e Francesco d’Assisi (1181/82 – 1226) sono stati quasi contemporanei: nessuna fonte storica attesta che si siano mai incontrati, anche se spesso sono affiancati nelle narrazioni sui movimenti di riforma della Chiesa medievale. Essi si incontrano ora, a distanza di otto secoli, nel bel libro di Francesca Tasca Valdo di Lione e Francesco d’Assisi.
Due esperienze cristiane, da poco pubblicato dall’editrice Claudiana. Francesca Tasca è una studiosa che affianca il suo lavoro di insegnante liceale a Bergamo ad una intensa attività di ricerca sulle minoranze cristiane dissidenti, in particolare sul valdismo medievale.
Ha curato e generosamente contribuito al primo volume della Storia dei valdesi. Come nuovi apostoli (secc.
XII-XV) – pubblicato due anni fa – e coordina la rivista Riforma e movimenti religiosi. Ma questo studio di confronto tra due “riformatori” cristiani – in disparte gli anniversari che hanno ricordato nel 2024 la conversione di Valdo e che celebrano in questo 2026 la morte di Francesco – contiene molte riflessioni che mi hanno colpito: dapprima attraverso la lettura, infine per le domande suscitate in occasione della presentazione romana del libro, lo scorso 10 aprile, presso la Facoltà valdese di teologia.
Con l’autrice, ne hanno parlato il decano della Facoltà – Lothar Vogel – e due docenti di diversa competenza ma egualmente intrigati dal volume di Francesca Tasca: Emanuela Prinzivalli – nota studiosa di storia del cristianesimo – e Lorenzo Raniero, dell’Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia.
Presentazione del libro di Francesca Tasca, Roma, Facoltà valdese di teologia, 10 aprile 2026 – foto di Paolo Sassi Il libro unisce la chiarezza dell’esposizione al rigore scientifico: ricco di annotazioni, di bibliografia e fornito di indici accurati, cerca di rispondere alla domanda essenziale e ruvida: «Ma perché Valdo è stato condannato come eretico, mentre Francesco è diventato santo»? Non sempre è necessario enfatizzare le differenze, specie nel confronto tra cristiani di diversa tradizione che serbano (o dovrebbero serbare) la memoria di quanti conflitti drammatici abbia generato l’affermazione intransigente di identità contrapposte.
Il libro però aiuta a decifrare – al di là dell’apparente somiglianza di queste che sono certamente e comunque due “esperienze cristiane”, come giustamente specifica il sottotitolo del volume – le diversità tra due vocazioni egualmente radicali. Dopo una prima parte dedicata alle fonti storiche che danno contezza di quanto allora accaduto e dei difformi contesti – economici, urbani, politici, religiosi – nei quali si trovarono ad operare i due fondatori, la seconda parte del libro affronta – tema per tema – le questioni principali delle rispettive identità; il lavoro, il rapporto con i libri e la cultura scritta, le relazioni con le autorità e l’obbedienza all’istituzione ecclesiastica, le donne, la predicazione, la povertà.
Ne esce un quadro scrupoloso, appassionante e talvolta sorprendente che porta chi legge a rivivere il clima e i dibattiti appassionati a cui diedero voce – sacre scritture alla mano – Valdo e a Francesco e che risuonano ancora – per la loro decisività – nel cristianesimo del tempo presente. Ne ho voluto parlare con l’autrice, che ha accettato volentieri di approfondire le tante tracce di riflessione della sua ricerca.
Per introdurre le differenze tra Valdo e Francesco, nel libro c’è una espressione suggestiva ma apparentemente complicata: isomorfismo eterogenetico. Si può semplificare senza banalizzare?
Certo, può apparire un’espressione un po’ complicata; in realtà, essa vuole esprimere qualcosa che complicato non è. Viene dalla biologia e si riferisce a qualcosa che ha la medesima forma (o apparenza) ma che ha una diversa origine, una diversa funzione originaria.
Questa espressione io la uso nel volume per cercare di spiegare la diversa funzione della povertà nell’ispirazione di Valdo e nell’ispirazione di Francesco. Se noi guardiamo alla loro povertà, essa appare pressoché identica: è una povertà totale, radicale, volontaria.
Entrambi non nascono poveri, ma scelgono la povertà. In più, è una povertà neotestamentaria, quindi in entrambi i casi si fonda su passaggi o del Vangelo o degli Atti degli Apostoli, comunque del Nuovo Testamento.
Ha quella ispirazione. Quindi, se noi guardiamo soltanto l’apparenza, la superficie, diciamo: è vero, sono entrambi poveri, in modo simile.
Ma con ragioni diverse, con cause scatenanti diverse, almeno secondo la tesi che io porto avanti nel volume. La povertà di Valdo ha un’origine che potremmo definire di imitazione apostolica: il modello sono gli apostoli.
Nella povertà di Francesco il modello è Gesù Cristo: una povertà cristica. E anche la funzione della povertà è diversa.
In Valdo la povertà è una povertà pragmatica, cioè la scelta dell’itineranza totale, andare in giro per il mondo a predicare. L’essere povero diventa il suggello della loro apostolicità: come gli apostoli che andavano in giro a predicare per il mondo a due a due erano poveri, l’essere povero dimostrava il loro essere apostoli.
Questo scelgono (e questo praticano) Valdo e le prime generazioni di valdesi (e poi i barba valdesi). In Francesco, secondo me, per come io leggo le fonti – ma non solo: sto leggendo adesso il testo di Antonio Musarra [1] che sostiene lo stesso argomento – è centrale l’idea della kenosis, ossia: dell’umiliazione.
Francesco ha questa idea di imitazione di Gesù, di povertà intesa come svuotamento di sé, sottomissione, abbassamento, eliminazione della propria volontà. Sono due povertà che hanno la stessa forma – isomorfismo – ma una diversa origine – eterogenesi.
Riprendiamo per un momento la questione delle fonti: io ho con me l’edizione 2004 delle Fonti francescane [2], un volume di oltre duemila pagine. Mentre invece le fonti su Valdo sono imparagonabilmente contenute: ma soprattutto, in buona parte, sono fonti di diffamazione.
Valdo è un fondatore che ci viene raccontato soprattutto dai suoi denigratori. È purtroppo verissimo.
Non solo abbiamo poche fonti su Valdo, ma quelle poche fonti che abbiamo sono in prevalenza prodotte da nemici, avversari, denigratori, critici, oppositori. C’è una lente di deformazione importante all’interno delle fonti: per questo, la difficoltà del lavoro storico è di riuscire a fare la tara – per così dire – di queste deformazioni e comunque riuscire, pur attraverso queste deformazioni intrinseche, a valorizzare le poche fonti esistenti.
Tutto il contrario per Francesco. Per Francesco abbiamo poi addirittura degli autografi, fonti e testi scritti da lui, di sua propria mano, o dettati da lui quando magari non riusciva più a scrivere.
Una disponibilità di fonti completamente sbilanciata, sia come quantità che come qualità. Questo però non ci deve scoraggiare.
Mi piacerebbe parlare singolarmente – anche se brevemente – di ciascuno dei temi focalizzati nel libro. Ma mi incuriosisce – prima di passarli in rassegna – il paragone tra Assisi e Lione.
Mentre infatti c’è l’identificazione fra Assisi e Francesco, Valdo, piuttosto che di Lione, dovrebbe essere appellato come “cacciato da Lione”. Questa è effettivamente una grossa dissomiglianza.
La città di Assisi ha assunto un’identità che – basata sulla persona di Francesco – lo ha travalicato. Ad esempio, essa fu scelta da papa Giovanni Paolo II nel 1986 per il primo grande raduno interreligioso – incontri che proseguono ancora oggi e che fanno parlare dello “spirito di Assisi” [3], le religioni e gli umanisti per la pace.
Purtroppo, su Lione, mi rattrista il fatto che non sia avvenuta una cosa analoga. Lì anzi è stata attuata una vera e propria damnatio memoriae, tra l’altro efficacissima.
La via dove abitava Valdo è stata per lungo tempo chiamata la “strada maledetta”, la rue Maudite, anche se adesso si chiama rue de la Poullaillerie. Per lunghi secoli però si è chiamata rue Maudite perché era il luogo dove Valdo aveva il suo palazzo, il suo negozio, i suoi spazi: un palazzo probabilmente anche molto bello, se si tratta di quello che viene identificato come la sua abitazione prima della conversione.
Ad ogni modo, al di là di queste identificazioni, la damnatio memoriae è davvero ben riuscita se oggi esiste solo una strada periferica e di nuova urbanizzazione intitolata Pierre Valdo solo negli anni ‘70, che quasi nessuno conosce. Quando nel 2024 ci sono state le celebrazioni degli 850 anni dalla conversione di Valdo e dall’inizio del movimento, con la Società di studi valdesi si era un po’ insistito su questo legame con Lione, per cercare di valorizzarlo.
C’è stato un viaggio nei luoghi di Lione, cercando un rapporto con la comunità protestante locale, con il sindaco di Lione, eccetera. Però non si è ancora riusciti a realizzare in centro città, a Lione – lui veniva dal quartiere Saint-Nizier, uno dei quartieri della città vecchia, non la città alta di Lione ma la città medioevale – una memoria, qualcosa di significativo, un segno significativo; e me ne rammarico.
È stato tutto cancellato. Tutto il contrario di quello che è avvenuto ad Assisi.
È un peccato, all’inizio i valdesi venivano appellati come i lugdunenses, i lionesi; i poveri di Lione. Poi questa denominazione si è un po’ persa nel corso del Medioevo e sono prevalse altre denominazioni.
Il nome della città si è proprio scisso rispetto all’esperienza religiosa. Francesca Tasca, Torre Pellice, Casa sinodale – formella con l’indicazione dell’anno [1174] della conversione di Valdo – 2023Cominciando dall’esame dei capitoli tematici in cui è diviso il libro, il primo che si incontra affronta la questione del lavoro.
Lavoro e Vangelo. Su questo tema c’è una grossa differenza fra i seguaci di Francesco e i seguaci di Valdo, almeno nel periodo medioevale.
Ai seguaci di Francesco è quasi imposto di lavorare… Sì. Nella Regola viene prescritto, imposto, il laboritium, un lavoro manuale, precario, un lavoro non strutturato: un lavoro – dice Francesco – svolto soprattutto per dare l’esempio, per evitare l’ozio.
Però senza avere una ricompensa, non pagato: svolto non per la cupidigia di ricevere la ricompensa. Così scrive Francesco.
Questa è una grande diversità. Ogni proprietà è preclusa ai fratres; è lecito per loro però avere gli arnesi e gli strumenti necessari ai loro mestieri.
Si tratta di un’eccezione altamente significativa: sono quegli strumenti che permettono all’operaio di essere ingaggiato, di poter svolgere questo laboritium che è proprio degli ultimi strati della società. È quello che avviene oggi coi riders, i quali – per essere ingaggiati, in quel modo che sappiamo, piuttosto vergognoso e scandaloso – devono avere la loro bicicletta, il loro monopattino, il loro motorino.
Devono avere a disposizione gli strumenti attraverso i quali poi – lavorando – vengono anche sfruttati, quasi schiavizzati. Nella tradizione cattolica, una sorta di salario è prevista per i ministri di culto, dal prete in su; mentre nella visione del valdismo medioevale il diritto a vivere della predicazione è intrinseco dell’identità di chi partecipa alla vita apostolica.
La comunità vive dell’ascolto della predicazione, i predicatori hanno diritto a essere sostentati (o meglio: hanno l’obbligo di astenersi dal lavorare). Esatto.
In quel periodo c’erano dei gruppi di seguaci di Valdo in Lombardia che volevano lavorare, soprattutto lavoro di tipo comunitario: non laboritium come quello francescano ma lavoro un po’ più strutturato, come probabilmente la tessitura. Ma Valdo proibisce assolutamente questo tipo di lavoro, che pure è un lavoro onestissimo.
È un aspetto importante, però il tema non è quello dell’onestà del lavoro. Con Valdo vediamo rompersi ogni patto con il lavoro: si smette del tutto di lavorare, ci si sottrae alle dinamiche del lavoro, le si rifiuta completamente per intraprendere un’esistenza itinerante, volta unicamente all’esclusivo annuncio del Vangelo.
Basandosi sulla ricorrenza paolina: «Coloro che annunciano il Vangelo, vivano del Vangelo» (1 Corinti 9, 14). Passiamo al tema della cultura, dei libri, che tra l’altro – almeno in parte – sarà uno dei motivi di amarezza più forti (nell’esperienza di Francesco) rispetto a quelli che si aggregheranno alla sua comunità.
Perché ad un certo punto coloro che lo seguiranno saranno soprattutto intellettuali. Proprio così.
Nelle generazioni successive a Francesco i frati frequenteranno le Università e diventeranno grandi maestri, arrivando fino a Parigi, l’accademia più importante. Francesco addirittura impediva di tenere il breviario, con estremo rigore ed anche rigidità nella proibizione dell’avere i libri.
Chi non sapeva leggere ed era analfabeta, entrava nella fraternitas da analfabeta, non era necessario che imparasse a leggere e a scrivere. Chi fosse stato chiamato in quella condizione, in quella condizione restava.
C’è una base biblica, per carità (1 Corinti 7, 20: «Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato»). Ma Valdo e tutta l’esperienza valdese, sia medievale che successiva, sono improntati ad un legame fortissimo con i libri in generale e con le scritture in particolare: le traduzioni, il possesso materiale delle scritture, averle in mano, poterle utilizzare.
È testimoniata anche la circolazione di libri, che venivano prestati, copiati: c’era proprio una circolazione di testi, accompagnati anche dagli strumenti esegetici del tempo, con uno sforzo di commento, di comprensione. Francesco invece ha un rapporto non intellettuale col testo biblico.
Lo adora, lo venera, spesso lo consulta – con queste consultazioni che io ho chiamato “bibliomanzia”, le sortes apostolorum. Musarra dice che non si possono chiamare sortes apostolorum quasi come fossero qualcosa di magico o superstizioso.
Lui le chiama le sortes biblicae, una forma di lettura del libro sacro, di consultazione. Io ci vedo qualcosa di diverso.
Veniamo all’obbedienza, che – se volessimo dirla con don Lorenzo Milani – “non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Io ci trovo una radice di ambivalenza: è chiaro che l’esperienza storica dimostra che l’obbedienza francescana ha consentito all’Ordine di ottenere il consenso della Chiesa romana e di sopravvivere, anche se non sempre in pace.
Mentre ai valdesi – che hanno subito la scomunica fin da principio – è toccata la persecuzione, in virtù anche di questa loro “disobbedienza”. Ma a me viene da osservare che così come c’è stata una incomprensione (od una lucidissima comprensione della forza di certe affermazioni, ritenute eversive) della Chiesa di Roma nei confronti di Valdo, c’è stata anche una speculare incomprensione della stessa Chiesa nei confronti di Francesco.
Mi chiedo a volte se le approvazioni che Francesco ottenne per la sua comunità fossero comprese fino in fondo dall’autorità ecclesiastica nella loro carica – anche in questo caso eversiva – che esse possedevano. Troppo paradossale?
Sicuramente l’aspetto dell’obbedienza di Francesco ha consentito alla sua esperienza – e all’ordine che poi a lui si è ispirato – di vivere alla luce del sole, a differenza dell’esperienza valdese, che ha continuato a vivere ma in clandestinità, sotto la persecuzione. Però ricordiamoci che quest’obbedienza ha significato anche accettare l’incarico dell’inquisizione, perché pochi anni dopo – siamo a metà del ‘200 – i frati minori, i francescani, vengono scelti per svolgere l’officium inquisitoriale (e hanno obbedito).
Non c’è stato nessuno che abbia detto no. Invece, per Valdo e le prime generazioni valdesi (ma anche dopo), il versetto che risuona continuamente è quello del libro degli Atti degli apostoli 5,29, la risposta data da Pietro e dagli apostoli davanti al Sinedrio quando il Sinedrio proibiva la predicazione di Gesù a Gerusalemme.
All’autorità religiosa che proibisce qualcosa, Pietro e gli apostoli rispondono: «dobbiamo obbedire prima a Dio che agli uomini». C’è un’autorità superiore e questa è la grande divaricazione.
A me a volte viene da pensare – è un discorso complesso – che lo spirito di Francesco non sia solo lo spirito del movimento o dell’ordine francescano in senso proprio. L’ordine fondato da Francesco ha avuto la sua storia, ma il messaggio di Francesco travalica l’ordine, che potrebbe non essere – nel mondo cristiano – il solo erede di quell’esperienza.
Ma procediamo con i temi del libro e parliamo ora delle donne, un discorso importantissimo e molteplice. Mi viene in mente Rumba, uno spettacolo molto bello di Ascanio Celestini, nel quale è in parte proposta una narrazione e una attualizzazione della storia di Francesco (e dei “poveri cristi” dei tempi nostri [4]).
Ad un certo momento, egli usa un’espressione di Chiara di Assisi che diceva – di Francesco –: «Mio maestro e madre mio, mio tutto dopo Dio». Usa l’appellativo di “madre” per Francesco… Possiamo dire che sia l’esperienza di Valdo che quella di Francesco sono “eversive” per il loro rapporto con le donne?
Io ci vedo piuttosto una grande differenza, invalicabile, che già all’inizio è stata probabilmente – anzi verosimilmente – una tra le ragioni che hanno portato da una parte alla condanna e dall’altra parte invece all’assorbimento, all’istituzionalizzazione. Per Valdo e le primissime generazioni del movimento, le donne erano apostole, facevano vita itinerante e predicavano: avevano preso possesso della Parola.
Mentre invece Chiara non va in giro a predicare, anzi non va proprio in giro: dopo il taglio dei capelli che viene fatto da Francesco alla Porziuncola, va in monastero. È più la scelta di una penitente – come era anche la prima fraternitas di Francesco, che veniva appellata come “i penitenti di Assisi” – che quella di un apostolo o di una predicatrice in senso stretto.
C’è una grande diversità, e ci sarà sicuramente una grande libertà evangelica, però non vedo eccessiva somiglianza né parità. Vedo in Chiara una ragazza – e poi una donna – sicuramente innamorata di Francesco; però non vedo una corrispondenza.
In questo senso, anche l’immagine veicolata da certo cinema – penso a Zeffirelli di Fratello sole, sorella luna – è piuttosto vacua. Il tema delle donne nella vita delle chiese è un tema tutt’altro che risolto, non solo nel Medio Evo.
E se passiamo alla predicazione – perché anche qui c’è lo spazio per declinare l’argomento delle donne valdesi che predicano – la distanza tra le due esperienze forse si approfondisce. Penso in questo senso a Francesco che chiedeva obbedienza ai frati se avessero incontrato dei “preti poverelli”.
Si riconosce l’autorità ecclesiastica, ma anche che esistono molti preti “poverelli”. Sì, sulla questione dei preti, dei sacerdoti, c’è un rispetto totale di Francesco, anche per un altro argomento: oltre all’obbedienza all’istituzione ecclesiastica, c’è la questione eucaristica.
In Francesco, in molti suoi testi, emerge chiarissima proprio la sua totale fede e devozione nell’eucarestia, nella cosiddetta “presenza reale”. Dobbiamo ricordare che nel 1215, con il Concilio Lateranense IV, sotto Innocenzo III, era stata definita la questione della transustanziazione: la presenza reale era stata definita e formalizzata dalla Chiesa cattolica e Francesco continuamente insiste su questo.
Dice che i sacerdoti sono coloro che rinnovano l’incarnazione – semplificando un po’ – attraverso l’eucarestia, che rinnova la presenza e l’incarnazione di Gesù Cristo sull’altare. In questo senso, c’è proprio un’obbedienza totale verso i sacerdoti che ha anche questo tipo di radice legata alla dottrina eucaristica.
Questa cosa non c’è nei Valdesi: un discepolo di Valdo, Durando de Osca, affronta questo problema dovendo andare a dibattere con i cosiddetti catari della Francia del Sud, i quali contestavano questa dottrina affermando una separazione tra spirito e materia. In quel caso Durando de Osca fa un altro tipo di ragionamento per affermare invece la realtà della presenza eucaristica, anche se non arriva ai livelli di Francesco e della sua devozione intensa per l’eucarestia.
E qui arriviamo – infine – al tema della povertà, che in parte abbiamo già toccato e che è affrontato proprio nelle prime pagine del libro: “ma la povertà, sempre povertà è”, dicono in molti; che differenza c’è tra i due? Mentre invece c’è una postura che – come dice il sottotitolo: “due esperienze cristiane” – nasce dalla stessa radice ma è diversa.
È così. In un caso io parlo del novus apostolus; tra l’altro, questa espressione era stata usata da un cistercense nemico dei valdesi che la utilizzava con un intento denigratorio.
Invece, secondo me, fa capire proprio bene qual era il nucleo portante: il novus apostolus, il nuovo apostolo che si rimette in cammino, ricomincia l’annuncio. Dall’altra parte invece abbiamo Francesco che si autodefinisce novellus pazzus: su questa espressione sono state scritte biblioteche intere proprio per cercare di capire cosa volesse dire.
Sicuramente pazzus – che è tra l’altro un’espressione proprio del latino medievale e non del latino classico – è riferibile a qualcuno come questi “pazzi in Cristo” che sono anche nella tradizione orientale. Il pazzus era qualcuno che si spogliava e che vagava, nudo, predicando e andando a restaurare piccole chiese abbandonate.
Cose che fa anche Francesco. Però secondo me in lui non c’è solo l’idea del pazzus in Cristo ma anche l’idea che il pazzo – da patio – è colui che soffre.
È la pazzia della croce. Se andiamo a vedere i testi sacri, la croce è pazzia e scandalo, Cristo crocefisso è pazzia e scandalo, egli è il sofferente (patiens).
In Francesco tutti questi elementi si intrecciano e il novellus è qualcuno che rinnova quell’esperienza di scandalo, di rovesciamento, di follia, di sofferenza. Sono due povertà che hanno due origini diverse, sempre nello stesso Nuovo Testamento, però con due accenti diversi con due funzioni diverse.
Qualche anno fa ero a Todi, la città di Jacopone, un’altra figura suggestiva. Incontro Liliana Cavani, ospite di un festival, e ne esce fuori una bella intervista, durante la quale abbiamo parlato del suo “incontro” con la figura di Francesco D’Assisi: «stavo a Roma vicino alla stazione per tornare a Carpi – mi disse – quando, su una bancarella, trovai un libro che mi incuriosì: era stato scritto da uno storico medievista francese nel 1893, Paul Sabatier e si intitolava Vita di San Francesco D’Assisi.
Nonostante l’autore fosse un pastore calvinista, raccontava la storia di un santo cattolico: un libro messo all’indice Lo comprai, lo lessi in treno per me fu una scoperta sensazionale […] Quella vita raccontata da Sabatier per me fu modernissima, attuale, sconvolgente». L’incontro con Francesco – per Liliana Cavani – colpisce per una sensibilità cristiana trasversale e penso che forse dovremmo fare anche lo stesso con Valdo.
Lo credo anch’io. L’anno francescano è in questo senso una opportunità: è giusto che si parli di Francesco, ma accanto a Francesco volevo provare a far sì che si parlasse anche di Valdo.
Forse anche questa intervista può incuriosire qualcuno e – attraverso Francesco – far arrivare anche a Valdo. Chi ha già letto il libro spesso mi dice che ignorava tutte queste cose.
Siamo in una direzione anti-cronologica: cronologicamente è venuto prima Valdo e poi Francesco, però forse quest’anno, con questa ricorrenza, attraverso Francesco, si può tornare a Valdo: per riscoprirlo, per conoscerlo, per valorizzarlo, per capire che davvero era estremamente “avanti”. Pur tornando agli apostoli, Valdo infrange tutta una serie di posizioni che c’erano nel XII secolo; è estremamente moderno ed io spero che qualcuno – attraverso questo volume – scopra Valdo, o lo riscopra grazie a Francesco e al suo anniversario.
In fondo, sono entrambi testimonianza di un cristianesimo plurale, plurale fin dalle origini, come ricordava Paolo Ricca: il cristianesimo è plurale fin dall’origine, quando – nell’età apostolica – coabitano le comunità dell’apostolo Giovanni e quelle di Paolo, come anche il cristianesimo di Pietro. Tradizioni e sensibilità diverse nella riscoperta della pluralità, che è una ricchezza.
Certo, la sensibilità evangelica sarà attenta a non fare di Valdo un “santo” (né un “santino”)… Lo credo. A me piace molto a questo proposito sottolineare l’idea di Valdo del far venire meno la paratia della divisione tra chierici e laici: il Vangelo è di tutti e tutti lo possono annunciare.
Secondo me questa è veramente una affermazione fondamentale. Anche Francesco era un laico, ma le istituzioni ecclesiastiche lo hanno subito inquadrato e strutturato, tonsurato; e per questo fatto transitare nello schieramento, nel gruppo, nel genus dei chierici.
Per Valdo, il Vangelo viene annunciato sia da chierici che da laici, anzi senza più questa distinzione. Ricordo, qualche anno fa, la riproposizione di un suggestivo film muto perduto e pressoché dimenticato sulla storia di Valdo e dei valdesi:
I Valdesi. Un popolo di martiri, del 1924, del regista Nino Martinengo.
Il film – realizzato nel 1924 nel centenario precedente quello celebrato due anni fa – venne bloccato dall’avvento del fascismo ed ebbe molte traversie, poiché considerato intriso di contenuti anticattolici e sovversivi, che io francamente non vi ho trovato. Qui torniamo in parte al tema del “pudore” della tradizione evangelica nel fare agiografia anche dei propri fondatori.
Con molta libertà, si può riconoscere che certo c’è qualcuno all’origine dell’esperienza – Valdo, per l’appunto – che poi però viene proseguita da altri, che se ne assumono la responsabilità. È interessante da questo punto di vista che gli stessi predicatori medievali valdesi, i barba come venivano chiamati a un certo punto – non dicevano più di derivare da Valdo ma direttamente dagli apostoli.
Alla fine, la vera radice, la vera origine sono gli apostoli. La chiesa apostolica è il punto di abbrivio e non occorre necessariamente concentrarsi sulla singola figura, anche se importante.
C’è qualcosa che non è presente nel libro e che potremo leggere in una prossima occasione? C’era un capitolo – nel progetto iniziale – che avevo cominciato ma che ho poi abbandonato perché ritenevo di non avere abbastanza fonti, che trattava la questione del rapporto con i malati e con la malattia.
Purtroppo, mentre per Francesco non mancano gli argomenti, su Valdo non ho trovato nulla. Però ho trovato qualcosa sui primi valdesi, i quali – quando andavano in giro a predicare sulla base del mandato apostolico – provavano a curare gli infermi.
Andavano nelle case a predicare e facevano anche dei piccoli medicamenti, applicando impiastri di erbe, praticando l’imposizione delle mani, eccetera. Si tratta però di fonti molto esili, mentre sul rapporto di Francesco con i malati c’è una gran quantità di testimonianze, al centro delle quali io vedo soprattutto il contatto taumaturgico, per cui i malati guariscono perché hanno un contatto fisico o mediato con oggetti di contatto.
Oppure in Francesco c’è soprattutto il desiderio non solo di guarire i malati ma di mettersi al loro servizio. Chissà che non ci sia occasione per ritornarci su… Paolo Sassi Francesca Tasca Valdo di Lione e Francesco d’Assisi.
Due esperienze cristiane Torino, Claudiana, 2025 172 pp., € 14,80 [1] Antonio Musarra, Il mondo secondo Francesco d’Assisi, Bologna, il Mulino, 2026. [2] Fonti francescane, a cura di Ernesto Caroli, Padova, Edizioni Francescane, 2004, 2365pp. [3] Cfr. Jean-Dominique Durand, Lo Spirito di Assisi, Milano, Leonardo International, 2006. [4] Cfr.
Ascanio Celestini, Poveri cristi, Torino, Einaudi, 2025. The post Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, a confronto dopo otto secoli appeared first on Mentinfuga.