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Un hedge fund si vuole comprare la major discografica Universal Music

Giovedì 16 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Valori
Un hedge fund si vuole comprare la major discografica Universal Music
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La musica dei Beatles, di Taylor Swift e di Kendrick Lamar potrebbe presto finire nel portafoglio di un hedge fund quotato a Wall Street. Bill Ackman, fondatore di Pershing Square Capital Management, ha presentato un’offerta da 65 miliardi di dollari (circa 55 miliardi di euro) per acquisire Universal Music Group (Umg).

È il gruppo discografico con il catalogo più vasto al mondo, con sede legale ad Amsterdam e quotato alla Borsa olandese. L’operazione, resa pubblica martedì 8 aprile, prevede la fusione di Universal con una società appositamente costituita dallo stesso Ackman e il contestuale trasferimento della quotazione da Amsterdam alla Borsa di New York.

Universal non ha risposto pubblicamente all’offerta. Il mercato, per ora, ha applaudito.

La notizia ha fatto balzare il titolo dell’11% in una sola seduta, dopo mesi di forte deprezzamento: dall’inizio dell’anno le azioni di Umg avevano perso oltre il 30% del proprio valore. Il rapporto di lunga data tra Bill Ackman e Universal Music Il rapporto tra Ackman e Universal Music non nasce oggi.

Pershing Square aveva costruito una partecipazione di circa il 10% già nel 2021, in vista della quotazione del gruppo ad Amsterdam, dopo la scissione dalla holding mediatica francese Vivendi. Il piano originario prevedeva che l’investimento transitasse attraverso un cosiddetto blank cheque company, una società che viene costituita e quotata in Borsa prima ancora di avere un’attività concreta, con l’unico scopo di raccogliere capitali per poi acquisire un’altra impresa.

Ma ma la struttura fu bloccata dalla vigilanza regolamentare statunitense. Ackman entrò allora direttamente nel capitale tramite il fondo, sedette nel consiglio di amministrazione di Universal (per poi andarsene l’anno scorso) e ne divenne uno dei più accesi sostenitori pubblici.

La sua tesi era semplice quanto ambiziosa: i cataloghi musicali – dalle royalty dei Beatles agli introiti generati ogni giorno su Spotify dai brani di Taylor Swift, Drake o Bad Bunny – producono ricavi ricorrenti, potenzialmente inesauribili, indipendentemente dai cicli economici. Possedere quei diritti, ragionava Ackman, significa controllare qualcosa di simile a un’infrastruttura.

Come le reti idriche o le autostrade, la musica è ovunque, viene consumata in continuazione e non può essere delocalizzata o dismessa. Nessuno può toglierti i diritti su Abbey Road.

L’ombra dell’intelligenza artificiale sul futuro dei cataloghi musicali Eppure qualcosa si è inceppato. Le azioni di Universal Music hanno deluso le aspettative e il mercato ha penalizzato il titolo con crescente severità.

Tra i fattori strutturali che pesano sulla valutazione c’è l’intelligenza artificiale. I modelli generativi addestrati su milioni di brani sollevano interrogativi sempre più pressanti sulla tenuta dei diritti d’autore e sulla capacità delle major di proteggere – e monetizzare – i propri cataloghi.

L’industria musicale teme che la tecnologia possa erodere i profitti nelle mani di un numero ristretto di etichette dominanti, mettendo a rischio l’intero sistema del copyright. È in questo contesto che Ackman ha scelto di passare all’offensiva.

Come scrive il Financial Times, in una lettera al consiglio di amministrazione di Universal il gestore ha sostenuto che «il prezzo dell’azione di Umg ha sofferto a causa di una combinazione di fattori che non hanno nulla a che fare con le performance del suo business musicale». Una frecciata diretta verso ciò che considera un problema di governance e di posizionamento finanziario, non di fondamentali industriali.

Newsletter Iscriviti a Valori Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile. Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima La tensione tra gli azionisti di Universal Music Dietro l’offerta c’è anche una tensione irrisolta tra i principali proprietari di Universal Music.

Vivendi, la holding della potente famiglia francese Bolloré, detiene ancora quasi il 10% del gruppo, mentre un’altra società riconducibile allo stesso Vincent Bolloré controlla un ulteriore 11,4%. Questa presenza ingombrante ha contribuito secondo gli analisti a tenere bassa la valutazione del titolo in Borsa.

Nessuno sa esattamente quando e a quale prezzo quella quota così rilevante arriverà sul mercato, e questa incertezza spaventa gli investitori. L’offerta di Ackman, nelle sue condizioni, sembrerebbe costruita in parte anche per offrire una via d’uscita ordinata a questo nodo.

La nuova società risultante dall’operazione sarebbe presieduta da Michael Ovitz, ex presidente di Disney, con due rappresentanti di Pershing Square nel consiglio. Sir Lucian Grainge, attuale presidente e amministratore delegato di Universal, rimarrebbe al suo posto.

Ma, fa sapere il Financial Times, le condizioni del suo contratto sarebbero oggetto di rinegoziazione. Wall Street e il valore della cultura L’operazione pone una domanda che va oltre la finanza: chi dovrebbe controllare il patrimonio culturale globale?

Per rispondervi occorre capire chi è Bill Ackman. Il suo hedge fund gestisce quasi 18 miliardi di dollari e detiene partecipazioni in alcune delle aziende più potenti del Pianeta.

Per esempio Google, Meta, Amazon, ma anche Restaurant Brands International, il gruppo che controlla Burger King. La sua filosofia è quella del valore a lungo termine applicato a imprese con forte potere di mercato: società che, una volta consolidata la loro posizione, difficilmente vengono scalzate.

Ma Ackman non è solo un investitore. Nel luglio 2024 è diventato uno dei sostenitori più in vista di Donald Trump durante la campagna per il secondo mandato alla Casa Bianca.

Il suo è stato letto come un endorsement significativo da parte del mondo finanziario americano per l’attuale presidente. Portare Universal Music sotto l’orbita di un fondo americano così politicamente connotato, in un momento in cui l’industria creativa è sotto pressione per effetto dell’intelligenza artificiale, significa anche spostare il baricentro decisionale su diritti, licenze e negoziati con le piattaforme digitali verso un soggetto la cui bussola è, per statuto, il rendimento per i propri sottoscrittori.

E, sempre più, una precisa visione del mondo. L'articolo Un hedge fund si vuole comprare la major discografica Universal Music proviene da Valori.it.

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