Politica
“Il caso 137”: quando i proiettili di gomma fecero vacillare la polizia francese
La cinquantenne Stéphanie Bertrand (Léa Drucker), perno narrativo dell’emozionante “Il caso 137” firmato da Dominik Moll, esercita un mestiere difficile, è dirigente a Parigi delI’IGPN, l’Ispettorato Generale della Polizia Nazionale. Insomma, una poliziotta che controlla i poliziotti e quando deragliano li indaga.
Scrupolosamente e a fondo, senza guardare in faccia a nessuno, soprattutto se c’è di mezzo un adolescente cui una flash-ball, il più che discusso proiettile di gomma sparato dai fucili LBD in dotazione agli agenti, ha sfracellato il cranio rendendolo disabile a vita. Dopo il gran successo con “La notte del 12”, uscito quattro anni fa e ambientato a Grenoble, teatro del feroce assassinio di una ragazza che arriva a ossessionare la squadra anticrimine della polizia giudiziaria, Moll, tedesco naturalizzato francese, torna ad accendere i fari sui tutori dell’ordine con un polar (sta per policier + noir) implacabilmente ritmato secondo i canoni della migliore detection ingravidata da cruciali tematiche sociali, psicologiche, politiche.
Un lavoro di genere con legittime ambizioni da cinema d’impegno civile. Dicembre 2018, in Francia si moltiplicano le dure manifestazioni dei gilet gialli contro il caro-carburante e la odiata Loi Travail, la legge sulla riforma del lavoro.
Guillame Girard (Côme Pérronet), il ragazzo rimasto gravemente ferito, è partito dalla banlieue per andare a Parigi con la madre, la sorella e il di lei fidanzato a manifestare. Clima da gita, canzoni in macchina, scherzi.
Poche ore dopo giacerà sull’asfalto in una via del centro. Il film di Dominik Moll sulle proteste del 2019 dei gilet gialli Il Guillaume della fiction è il simbolo sconvolgente di tante vittime vere.
Secondo il collettivo “Désarmons-les” (disarmiamoli), quasi 100 sono stati i feriti gravi durante le proteste nel 2019, 71 di loro a causa delle flash-ball, dissuasive benché dolorose (e sempre oscene) se sparate da una certa distanza e puntando alle gambe, altrimenti devastanti. Le cronache parlano di un giovane che ha perso un occhio a Rennes nel 2016, un altro ragazzo nel luglio di tre anni fa a Marsiglia è morto per uno “shock violento al torace”, sempre a causa delle flash-ball e la commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic ha chiesto al governo e al presidente Macron di sospenderne l’uso.
Finora senza successo. Il fatturato dell’azienda produttrice dei fucili LBD, la Verney-Carron, gode ottima salute e gli agenti antisommossa, non solo in Francia, sembrano sempre più marziani ben forniti di armi e alibi in nome di un securitarismo non giustificato dalle reali minacce all’ordine pubblico.
“Il caso 137” (il titolo originale con la parola “dossier” era troppo difficile?), agita subito le acque, dal ministero all’ultimo commissariato, e i sindacati di polizia arrivano a manifestare indignati davanti alla sede dell’IGPN quando il cerchio si stringe su una pattuglia di agenti speciali in borghese, individuati grazie alle onnipresenti telecamere e al decisivo filmato contenuto nello smartphone di Alicia (Guslagie Malanda, la ricordiamo ottima esordiente nel drammatico “Saint Omer” di Celine Diop), donna delle pulizie nel lussuoso hotel con le finestre sul retro proprio affacciate sul teatro del fattaccio. Una prova provata che Stéphanie le strappa a fatica, inseguendola per mezza Parigi.
Alicia non si fida degli sbirri e ne spiega il motivo all’ispettrice: “State indagando solo perché ci è andato di mezzo un bianco, voi di arabi e neri ve ne fregate”.
Guillaume con un amico curiosa qua e là ai margini di un corteo, sullo sfondo detonazioni di bombe carta, volano lacrimogeni, bruciano cassonetti, gli scontri di piazza sono violenti. L’incrocio in una via laterale con gli agenti in borghese, pochi attimi prima derisi e insultati da alcuni giovani manifestanti, è fatale.
Due poliziotti sparano verso Guillaume in fuga. Mirano alla testa.
Le immagini inchiodano Arnaud (Théo Costa-Marini) e Mickaël (Théo Navarro-Mussy), al principio non solo reticenti, ma offesi e strafottenti. L’ex marito di Stéphanie, Jérémy (Stanislas Merhar), pure lui poliziotto, la disprezza: la Repubblica è in pericolo travolta dai disordini, noi la difendiamo e tu vuoi mandare in galera dei colleghi.
Lo spirito di corpo scivola nell’omertà, rivolgere accuse, ritenute infamanti, allo stesso corpo di agenti speciali intervenuti coraggiosamente al Bataclan sembra vietato, come se un bravo agente fosse immune da scatti d’ira o pulsioni vendicative. Stéphanie è sola come un cane.
Joëlle Girard (Sandra Colombo) la madre di Guillaume, vive nella stessa cittadina fuori Parigi dove abitano i genitori dell’ispettrice e quando casualmente l’incontra non risparmia diffidenza e disprezzo. Non meritato dall’unica persona determinata a distillare dagli eventi una verità in nome della legge uguale per tutti.
La poliziotta che indaga sulle violenze della polizia Il regista non divide comodamente Bene e Male, accomuna sotto il cielo di eventi terribili i manifestanti e i poliziotti. Analizza, cerca nelle pieghe delle diverse personalità.
Cos’ha di così diverso da un gilet giallo Benoit (Jonathan Turnbull) il collega di Stéphanie? Quando è entrato nell’hotel con chissà quante stelle a verificare da quale finestra Alicia ha filmato la scelleratezza di Arnaud e Mickaël, ha saggiato la morbidezza del letto nella junior suite da duemila euro a notte e uscendo dalla stanza si è portato via il sapone.
Lavoratori in piazza, lavoratori in divisa, tutti malpagati. Stephanie non tentenna, chi sbaglia deve risponderne, è poliziotta e sa indagare, il risultato della sua “caccia” senza respiro è nitido.
Poi si leverà una nebbia disinformativa. La pura verità riuscirà a tradursi in giustizia?
Dominik Moll – di Yann Caradec from Paris, France – “Il caso 137”, apparentabile ad “Acab” (2012) di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino e Marco Giallini, risulta però ben più asciutto e incisivo, oltre che sorretto da una sceneggiatura calibratissima. Moll, affiancato in scrittura ancora una volta dal formidabile Gilles Marchand, gioca ammirevolmente sulle simmetrie, Benoit è un salariato come chi protesta, come Alicia, sono differenti e uguali, pezzi di un popolo cui tocca subire prepotenze.
E Stephanie ha un figlio della stessa età, magari solo un po’ meno, di Guillaume, le viene da immedesimarsi. Come umanità questa donna di principi e coraggio non arretra di un centimetro.
Chapeau alla performance attoriale di Lèa Drucker, recentemente applaudita protagonista, nei panni di un’avvocatessa fortemente turbata dal figliastro, in “Ancora un’estate” di Catherine Breillat. Producono l’indipendente Haut et Court e France 2 Cinéma, distribuisce Teodora Film.
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