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Un patto per restare in Sicilia

Mercoledì 29 aprile 2026 ore 10:00 Fonte: Valori
Un patto per restare in Sicilia
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Restare in Sicilia, o tornarci, dovrebbe essere un diritto. Per renderlo tale, sessanta organizzazioni del terzo settore hanno ideato e sottoscritto il PattoxRestare.

Un programma condiviso di pratiche e intenti, costruito a partire dai bisogni dei territori, per permettere di scegliere di rimanere nella propria terra, senza essere costretti a lasciarla a causa della mancanza di opportunità. Il 29 aprile, il movimento ha presentato la proposta “Sicilia zero disoccupazione” che ha l’obiettivo di favorire l’occupazione nelle aree periferiche e marginalizzate dell’Isola.

Tra il 2019 e il 2023 la Sicilia ha perso quasi 95mila abitanti. Secondo l’ultimo rapporto Bes dei Territori realizzato da Istat, nel 2024 nella Regione lavorava poco più della metà delle persone tra i 20 e i 64 anni (50,7%).

Una quota molto più bassa della media nazionale che si era attestata al 67,1%. Dal festival di Campobello di Mazara alla “restanza”: come è nato il movimento Un percorso collettivo, per cui la “restanza” è un’azione attiva, che ha molte premesse.

Una è la piazza di Campobello di Mazara dove nel 2023 si era tenuto il festival “Questa è la mia terra“, organizzato a dieci anni di distanza dalla scomparsa di Giuseppe Gatì, morto ventiduenne per un incidente sul lavoro. Gatì aveva deciso di non lasciare la Sicilia e di fare il pastore, come suo padre.

Nel blog che aveva chiamato “La mia terra la difendo”, raccontava le motivazioni e le idee che lo avevano spinto a scegliere di rimanere. Il festival era stato pensato come occasione per capire quanto l’idea di restare fosse condivisa ed è stato «una scintilla», spiega a Valori Carmelo Traina che fa parte del coordinamento.

Nello stesso anno è stato aperto il Centro Studi Giuseppe Gatì, dedicato a fare ricerca sul territorio. Nel report “Terra di Futuro”, una delle prime indagini realizzate, era stato chiesto a 1393 studenti e studentesse di raccontare che cosa pensassero rispetto alla scelta tra restare o partire.

Dai risultati era emerso che, già nei primi anni di scuola, il territorio veniva percepito come un luogo con meno opportunità rispetto ad altri. «Allo stesso tempo, alla domanda “sceglieresti di rinascere qui, se potessi?”, oltre il 90% aveva risposto in modo affermativo, senza esitazioni, evidenziando un forte legame identitario con la propria terra», prosegue Traina. «Per noi è stato fondamentale vedere come, nelle scuole superiori, la rappresentazione del territorio fosse ben definita. Nel frattempo, in Sicilia stavano emergendo altre esperienze legate al “rimanere”.

Abbiamo intuito che qualcosa stava crescendo e prendendo forma. Ci siamo messi a unire i tasselli».

Newsletter Iscriviti a Valori Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile. Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima Il PattoxRestare: principi, assemblea regionale e idea di restanza Si è arrivati al “PattoxRestare” lo scorso novembre.

Il documento declina i principi su cui si fonda il movimento, come l’anti-mafia, la responsabilità verso il territorio e l’impegno per il bene comune. «Nel testo chiariamo che cosa intendiamo per “restanza”. Sosteniamo con convinzione di essere favorevoli alla mobilità: per noi “restare” non significa obbligare le persone a rimanere.

Riconosciamo un valore fondamentale alla possibilità di muoversi: partire, spostarsi, fare esperienze e scambiarsi idee. Abbiamo costruito un’idea inclusiva: questo territorio è aperto a chiunque se ne voglia prendere cura», spiega Traina. «Il patto ha segnato il passaggio a una maggiore organizzazione».

L’organo decisionale del movimento è un’assemblea regionale, composta da due rappresentanti per ciascuna realtà aderente: definisce le linee strategiche, approva i documenti comuni e nomina i portavoce. La proposta sul lavoro, illustrata in un evento pubblico organizzato a Palermo nel palazzo dell’Assemblea regionale siciliana, si ispira al modello “Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée”, avviato in Francia nel 2016.

L’adattamento al contesto siciliano è stato realizzato con il supporto di Andrea Ciarini, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’Università La Sapienza di Roma. Alla base ci sono i principi delle politiche di “job guarantee” che partono da una premessa: è necessario creare le condizioni, organizzative e finanziarie, affinché avvenga una connessione tra le competenze già presenti sul territorio e i suoi bisogni reali.

L’idea è attivare cooperative, associazioni e imprese sociali, attraverso un fondo pubblico, per valorizzare le persone disponibili e rispondere a bisogni altrimenti insoddisfatti. Nel caso della Sicilia, in particolare l’idea è occuparsi di bisogni che non si ritengono sufficientemente presi in carico dalle amministrazioni comunali, come la cura di persone fragili, la manutenzione di aree naturali, il trasporto di prossimità.

“Sicilia zero disoccupazione”: come funziona la proposta ispirata al modello francese Il modello è articolato su tre assi. In primo luogo, prevede la formazione di un “comitato locale per l’occupazione”: presieduto dal sindaco o da un suo delegato, mette insieme istituzioni, imprese, sindacati, terzo settore e centri per l’impiego.

La sua funzione è raccogliere le disponibilità delle persone che vogliono lavorare sul territorio e mappare i bisogni non coperti. Si occupa dell’incrocio concreto tra quello che le persone sanno fare e quello che il territorio ha bisogno che qualcuno faccia.

Il comitato collabora con imprese del terzo settore, già esistenti o appositamente costituite, che assumono le persone indicate dal comitato e sviluppano attività utili che altrimenti non troverebbero realizzazione. Il Fondo regionale per l’occupazione sostiene tali imprese: per ogni persona assunta, eroga una quota che copre il costo del lavoro, calibrata sul costo del lavoro a salario minimo contrattuale.

L’idea è che il fondo sia inizialmente finanziato con risorse della Regione e dell’Unione europea, come il Fondo sociale europeo plus (Fse+), che prevede il finanziamento di misure di inclusione attiva e sostegno all’economia sociale, e il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr). Il progetto prevede che, a partire dal 2030, la Regione vincoli una quota del bilancio ordinario al fondo e avvii una negoziazione con il  governo per un accordo di finanza pubblica.

La sperimentazione punta a coinvolgere tra le 1500 e le 3mila persone di cui le prime 300 già nel prossimo anno. Saranno selezionati dieci territori pilota, rappresentativi della diversità geografica, incluse le aree interne come le Madonie e i Sicani. «Il prossimo passo sarà organizzare cento occasioni di dibattito sui territori.

Ciascuna delle organizzazioni promuoverà ulteriori incontri pubblici. Raccoglieremo altri contributi», conclude Traina. «L’obiettivo finale è arrivare ad elaborare altre proposte che costituiscano una base di confronto politico in vista del 2027 e delle elezioni regionali».

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